La cella era piccola, fredda, umida. Le pietre intorno a me sembravano trattenere il respiro delle anime che, prima di me, avevano atteso la fine tra queste mura. Il soffitto era basso, le pareti scrostate, il pavimento coperto da un sottile strato di sporcizia e umidità. L'aria sapeva di ferro e muffa, un odore che si insinuava nelle narici e si attaccava alla pelle come un peccato indelebile.
Mi rannicchiai in un angolo, la schiena premuta contro la pietra gelida. La tunica di lino che mi avevano concesso era troppo sottile per proteggermi dal freddo. Avevo brividi continui, ma non solo per la temperatura. Il gelo veniva da dentro, dalle profondità del mio stesso cuore.
Le mie mani erano nude, spogliate di ogni gioiello. Le osservai tremare nel buio, pallide, deboli, prive della regalità che un tempo avevano incarnato.
Erano mani di una regina? No. Ora erano solo mani di una condannata.
L'eco dei miei pensieri rimbombava nella cella vuota. Non c'erano voci, né musica, né il fruscio degli abiti delle mie dame. Il silenzio era un nemico che mi divorava viva.
Mi torturava l'idea di non sapere.
Cosa aveva detto Francis? Quali parole aveva sussurrato al re per avvelenargli la mente? Quale immagine di me aveva dipinto perché Enrico si convincesse della mia colpevolezza? Aveva evocato i miei sospiri tra le braccia di Thomas? Aveva trasformato i miei baci in tradimento, il mio amore in peccato?
E il re...
Chi era ora quell'uomo che avevo sposato? L'Enrico che conoscevo mi avrebbe ascoltata. L'Enrico che mi aveva giurato amore avrebbe riso in faccia a simili accuse, avrebbe ordinato di far tacere le lingue velenose. Ma lui non era più quell'uomo. Era un re stanco, avvelenato dal sospetto, un uomo che aveva mandato due mogli alla morte senza esitare.
E ora ero io la prossima.
Un singhiozzo mi sfuggì dalle labbra, ma lo soffocai con un morso sulla mano. Non dovevo piangere. Non dovevo cedere. Ma il dolore era una creatura viva che si muoveva dentro di me, scavava, lacerava, bruciava.
Mi alzai a fatica, le gambe intorpidite dal gelo. Mi avvicinai alla piccola finestra sbarrata, l'unico punto di contatto con il mondo esterno. Attraverso le grate, scorsi il cortile della Torre.
E lo vidi.
Thomas.
Lo trascinavano via. Il suo viso era un mosaico di lividi, la camicia strappata, le mani legate dietro la schiena. Il sangue macchiava il suo petto, scuro contro la pelle chiara.
Un urlo mi si bloccò in gola. Volevo chiamarlo, volevo correre giù, volevo lottare contro le sbarre, spezzarle con le mani se necessario. Ma restai immobile, paralizzata dall'orrore.
Lui sollevò il capo. I suoi occhi, quegli occhi che un tempo mi avevano guardata con desiderio e devozione, ora erano pieni di dolore. Pieni di addio.
Le sue labbra si mossero.
«Perdonatemi.»
Fu solo un sussurro, perso nel vento, ma lo sentii. Lo sentii nelle ossa, nella carne, nel cuore.
Poi lo trascinarono oltre il mio campo visivo.
E il mondo si fece nero.
Le mie ginocchia cedettero e caddi sul pavimento, le mani che si strinsero ai capelli, la fronte premuta contro la pietra gelida. Le lacrime, quelle che avevo cercato di trattenere, scivolarono libere sulle guance, bagnando il suolo sporco.
«Dio, Dio, Dio...» il mio sussurro si trasformò in un rantolo disperato.
Dov'era Dio?
Era lì, nella cappella della Torre, dove il re aveva ricevuto la lettera delle mie accuse? Era lì quando Francis aveva sussurrato veleno nel cuore di Enrico?
Era lì quando mi ero lasciata trascinare dal desiderio, quando avevo chiuso gli occhi tra le braccia di Thomas e mi ero concessa all'unico amore sincero che avessi mai conosciuto?
Se Dio era con me, perché mi aveva abbandonata?
Un tempo ero stata la regina d'Inghilterra. Ora non ero nulla. Solo una donna spezzata, prigioniera in una cella che sapeva di morte.
Le ore passarono lente, trascinandosi in un'agonia senza fine. Non sapevo se fosse giorno o notte, non sapevo quanto tempo fosse trascorso. L'unica cosa che conoscevo era il dolore. Il rimpianto.
Se fossi stata più forte, se avessi resistito, se non mi fossi lasciata sedurre dai miei sentimenti, ora non sarei qui.
Se avessi giocato meglio le mie carte, se avessi compreso prima il pericolo, forse ora non sarei sola in una cella, a contare i battiti del mio cuore come se fossero gli ultimi.
Forse avrei ancora una vita.
Ma la realtà era questa: ero Catherine Howard, la quinta moglie di Enrico VIII.
E sarei morta come la seconda.
Chiusi gli occhi, lasciando che il buio mi inghiottisse.
E pregai.
Ma non sapevo più a chi.
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Vostra Maestà
Ficción histórica"Rutilans rosa sine spina" Catherine Howard è una fanciulla di sangue nobile con un'anima ribelle. Questi suoi stati, sono dovuti alla mancanza della figura materna e della poca presenza di quella paterna, che viene sostituita dalla zia, la duchessa...
