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I giorni a corte si susseguivano lenti, ogni ora trascorsa in una tensione che sembrava non avere mai fine. Enrico, il re, il mio marito, appariva sempre più distante, il suo affetto ormai un ricordo sbiadito di ciò che una volta era. Cercai di ignorare il gelo che aveva preso il posto del calore nei suoi occhi, ma ogni volta che lo vedevo passeggiare con il suo seguito o parlare con i consiglieri senza nemmeno rivolgere uno sguardo nella mia direzione, sentivo il vuoto scavarsi sempre più dentro di me.
Avevo provato di tutto per attirare la sua attenzione. Indossai gli abiti più eleganti, scegliendo stoffe pregiate che avrebbero esaltato la mia figura, ma lui non sembrava accorgersene. Durante i banchetti, mi avvicinai a lui con movimenti studiati, il mio sorriso più seducente pronto sulle labbra, ma Enrico rimaneva impassibile, come se fossi un ornamento decorativo anziché sua moglie.
Una sera, decisi di osare di più. Mi presentai nelle sue stanze, indossando una veste di seta scarlatta che lasciava poco spazio all'immaginazione. Lasciai che i miei capelli scendessero sciolti sulle spalle, come sapevo gli piaceva, e bussai alla sua porta con il cuore che mi batteva furiosamente nel petto. Quando mi fece entrare, lo trovai seduto alla sua scrivania, intento a leggere documenti, la fronte corrugata.
«Mio re,» sussurrai, avvicinandomi con passi lenti e sinuosi.
Lui alzò appena lo sguardo, il suo volto privo di emozioni. «Catherine, cosa desiderate?»
Quelle parole, pronunciate con tanta freddezza, mi ferirono più di una lama. Ma non mi lasciai scoraggiare. Mi avvicinai di più, posando una mano sul suo braccio. «Desidero voi, mio signore.»
Enrico si ritrasse leggermente, come se il mio tocco lo infastidisse. «Non ho tempo per questi giochi, mia regina.»
Quelle parole mi spezzarono. Sentii le lacrime salire agli occhi, ma le trattenni con tutta la forza che avevo. Non potevo permettergli di vedere quanto mi aveva ferito. «Molto bene,» mormorai, allontanandomi con il cuore pesante.
Quella notte, piansi da sola nella mia stanza, il mio corpo tremante sotto il peso del rifiuto. Non era solo il suo disinteresse a tormentarmi, ma anche il pensiero di ciò che poteva esserci dietro. Francis. Sapevo che il veleno di Francis stava lavorando lentamente, insinuandosi nella mente di Enrico, e non c'era nulla che potessi fare per fermarlo.
La domenica seguente, partecipammo alla messa nella cappella di corte. Mi vestii con cura, scegliendo un abito color avorio adornato da ricami dorati, sperando che la sacralità del luogo potesse offrire un momento di tregua, un'illusione di normalità. Ma anche lì, seduta accanto al re, sentii il peso della sua indifferenza come una catena attorno al collo.
La voce del sacerdote risuonava nella cappella, ma le sue parole sembravano lontane, ovattate, come se un velo mi separasse dal resto del mondo. Guardavo Enrico di sfuggita, cercando nei suoi lineamenti un segno di quella passione che un tempo lo aveva legato a me, ma il suo volto rimaneva impassibile, quasi annoiato.
Fu alla fine della cerimonia che il mio cuore si fermò. Un paggio si avvicinò al re, porgendogli una lettera sigillata con ceralacca. Il mio sguardo si posò su quel pezzo di carta come se fosse un serpente pronto a mordermi. Enrico lo prese con calma, ma invece di aprirlo subito, lo poggiò sullo scrittoio vicino all'altare, proprio accanto al messale.
Come se volesse che Dio stesso fosse testimone delle accuse che conteneva.
Il sangue mi si gelò nelle vene. Mi chiesi chi fosse il mittente, ma non avevo bisogno di indovinare: Francis. Doveva essere stato lui, con le sue macchinazioni, a inviare quella lettera. Mi sentii debole, il respiro affannoso, e prima che potessi controllarmi, le mie gambe cedettero. Le dame accorsero immediatamente, sorreggendomi mentre cercavo di riprendermi. Ma non era il mio corpo a tradirmi, era la mia mente, la mia anima, schiacciata dal peso della paura.
Più tardi, nel silenzio della mia stanza, mandai a chiamare Thomas. Quando entrò, il suo sguardo preoccupato si posò subito su di me. «Catherine, cosa è accaduto? Siete pallida come un fantasma.»
Non risposi subito. Mi alzai e mi avvicinai a lui, le mani tremanti che cercavano conforto nel tocco delle sue. «Thomas,» iniziai, la voce spezzata, «non so per quanto ancora potrò sopportare tutto questo.»
Lui mi guardò con intensità, il suo volto segnato dalla preoccupazione. «Parlatemi, mia regina. Cosa vi tormenta?»
Scossi la testa, sentendo le lacrime salire. «Francis... ha parlato con Enrico. Gli ha inviato una lettera, ne sono sicura. E io... io non so cosa fare. Se il re dovesse scoprire la verità, sarà la fine per me. Per noi.»
Thomas mi strinse le mani con forza, il suo sguardo deciso. «Non permetterò che vi accada nulla. Lotterò per voi, Catherine, fino alla fine.»
Sentii il dolore schiacciarmi il petto. «Non potete restare qui, Thomas. Dovete partire, scappare prima che sia troppo tardi.»
Lui scosse la testa, rifiutandosi di accettare le mie parole. «Mai. Non vi abbandonerò, non ora, non mai.»
Le sue parole mi colpirono come una lama. «Se restate, vi uccideranno. Non posso permettere che accada. Vi amo troppo per lasciarvi sacrificare la vostra vita per me.»
Thomas mi guardò con dolore, le sue mani che accarezzavano il mio viso. «E io vi amo troppo per lasciarvi affrontare tutto questo da sola. Se questo è il nostro destino, allora lo affronteremo insieme.»
Le lacrime iniziarono a scendere copiose lungo le mie guance. Lo abbracciai con tutta la forza che avevo, cercando conforto nella sua presenza, anche se sapevo che quel momento di intimità non sarebbe bastato a proteggerci dal futuro incerto che ci attendeva.
Quella notte, mentre giacevo sveglia nel letto, il pensiero di Thomas e delle parole di Francis mi tennero compagnia, come due ombre opposte: una che cercava di distruggermi, l'altra che tentava di salvarmi. Ma in quel momento, non sapevo quale delle due avrebbe prevalso.

Vostra MaestàDove le storie prendono vita. Scoprilo ora