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Il suono dei passi risuonò lungo il corridoio della Torre, un'eco cupa che si insinuò nella mia cella come un presagio. Riuscii a distinguere il rumore delle chiavi che giravano nella serratura e l'istinto mi spinse a ritrarmi nell'angolo più buio della stanza.
La porta si aprì con uno stridio e una figura incappucciata entrò, seguita dalla sagoma massiccia di una guardia. La torcia che l'uomo portava con sé proiettò ombre tremolanti sulle pareti, facendo sembrare il piccolo spazio della cella ancora più angusto.
Il prete abbassò il cappuccio, rivelando un volto magro e severo, scavato dalla penitenza o forse dal peso delle anime che aveva dovuto guidare all'ultimo passo. I suoi occhi scuri si posarono su di me con una gravità che non lasciava spazio alla pietà.
«Sua Maestà la regina Catherine,» esordì con una voce bassa, priva di emozione.
Mi irrigidii. Non ero più una regina. Non lo ero dal momento in cui avevo messo piede in quella cella.
Lui parve accorgersi del mio turbamento e abbassò il capo, come in segno di rispetto. «Sono qui per offrirvi conforto spirituale.»
Conforto. Una parola così vana, così vuota in quel momento.
«Se avete peccati da confessare, il Signore è pronto ad ascoltarvi,» continuò, avvicinandosi con passo misurato.
Il suo odore di cera e incenso mi nauseò. Non perché fosse sgradevole, ma perché mi ricordava le messe di corte, quando sedevo accanto al re, quando ogni mia azione era studiata, ogni parola misurata, quando ancora credevo che l'amore e il potere potessero coesistere.
Ora ero solo una donna condannata, sola con il peso delle mie scelte.
Lo fissai a lungo, senza parlare. Dentro di me, una lotta silenziosa si consumava. Avevo vissuto nel peccato? Avevo tradito Dio o solo un uomo?
«Confessatevi, mia signora,» insistette il prete. «L'anima può trovare la pace anche nel momento più oscuro.»
La pace. Non sapevo più cosa fosse la pace.
Mi strinsi le mani in grembo, sentendo le unghie premere contro la pelle. «E se non fossi io a dover chiedere perdono?»
Lui inarcò un sopracciglio, sorpreso. «Il Signore accoglie ogni pentimento, purché sia sincero.»
«E se il mio peccato fosse stato l'amore?» sibilai, la voce più ferma di quanto avessi voluto. «Se il mio unico errore fosse stato il desiderio di essere amata?»
Il prete esitò, ma mantenne il controllo. «L'amore terreno può essere ingannevole. Ma il vero amore è quello divino.»
Risi, un suono vuoto, amaro. «Allora Dio non mi ha mai amata.»
Lui scosse il capo, paziente. «Dio ama anche i peccatori.»
La sua indulgenza mi irritò più della sua presenza. Non volevo essere trattata come un'anima perduta bisognosa di redenzione. Volevo essere vista per ciò che ero: una donna tradita dal destino, una pedina sacrificata nel gioco del potere.
«Volete che chieda per voi l'assoluzione?» mi domandò con tono più morbido.
Absolutionem. Una parola che avrebbe dovuto liberarmi. Ma nulla mi avrebbe più liberata.
Guardai le mie mani, sporche di polvere e lacrime secche. Un tempo erano state ornate d'oro e perle. Ora non erano che le mani di una prigioniera.
Mi alzai lentamente, avvicinandomi a lui fino a sentire il calore della torcia lambirmi il viso. Il suo sguardo non si distolse.
«Mi direte voi, padre,» sussurrai. «Se foste nei miei panni, se aveste amato, se foste stati amati... se vi avessero strappato tutto per un gioco di menzogne... chiedereste perdono?»
Lui rimase immobile per un lungo istante. Poi abbassò lo sguardo.
Non rispose. Fu quella la mia risposta.
Feci un passo indietro. «Allora, no. Non mi confesserò.»
Il prete sospirò, come se avesse già previsto il mio rifiuto. Sollevò la mano in un gesto di benedizione. «Che Dio abbia misericordia della vostra anima, mia signora.»
Ma io non lo ascoltavo più.
Il suo Dio mi aveva già abbandonata.
E presto, anche il mondo avrebbe fatto lo stesso.

Vostra MaestàDove le storie prendono vita. Scoprilo ora