Il freddo mi svegliò prima ancora che le voci dei soldati risuonassero nel corridoio di pietra.
Era arrivato il giorno.
Rimasi immobile per qualche istante, le palpebre pesanti, il cuore che batteva con un ritmo quasi innaturale, lento, rassegnato. Respirai piano, senza un vero motivo, perché non serviva più conservare il fiato. Non avrei vissuto abbastanza per averne bisogno.
Il rumore del chiavistello che si spostava nella serratura spezzò il silenzio.
La porta si aprì con un lamento metallico e due uomini entrarono nella cella, seguiti da una donna. Lei si inchinò leggermente, come se la mia condizione di regina valesse ancora qualcosa. Ma sapevamo entrambe che non era così.
Era venuta per vestirmi.
Le sue mani erano gentili, quasi pietose, quando mi aiutò ad alzarmi. Le gambe erano deboli, la carne svuotata da giorni di prigionia, ma in qualche modo riuscì a rimanere in piedi. Sentii il contatto del pavimento sotto i piedi nudi e rabbrividii.
«Dovete vestirvi, vostra grazia.»
Vostra grazia. Che ironia.
Mi lasciò un momento sola mentre raccoglieva gli abiti. Guardai le mie mani, tremanti, fredde, scarne. L'ombra del sangue di Thomas sembrava ancora essere lì, annidata tra le pieghe della pelle.
Mi portarono un vestito semplice, senza ornamenti. Un tempo, i miei abiti erano ricamati d'oro e perle, ma ora non ero più una regina. Solo una condannata.
La donna mi aiutò a infilare la sottoveste, il lino grezzo che sfregava contro la pelle sottile. Poi il vestito vero e proprio, un tessuto modesto, color avorio, troppo leggero per proteggermi dal gelo che si insinuava tra le pietre della Torre. Sentii le sue mani fermarsi per un attimo quando si accorse di quanto fossi dimagrita.
Non disse nulla.
Le sue dita lavorarono con calma, abbottonando il corpetto, stringendo i lacci, lisciando le pieghe della gonna con una cura che sembrava voler rimandare l'inevitabile.
Poi prese il velo.
Lo sollevò delicatamente e lo sistemò sui miei capelli, ormai privi della lucentezza di un tempo. Con un pettine d'osso mi sistemò le ciocche ribelli, legandole in un'acconciatura modesta, nulla a che vedere con le elaborate trecce che un tempo adornavano il mio capo.
«Siete pronta.»
Pronta.
Come poteva qualcuno essere pronto a morire?
Feci un passo indietro, cercando di guardarmi nel riflesso di un piccolo specchio che la donna aveva portato con sé.
Quella donna nel vetro non ero io.
Le guance erano scavate, le labbra screpolate, gli occhi cerchiati di ombre profonde.
Sembravo già morta.
Sentii un groppo formarsi in gola, ma lo ingoiai. Non avrei pianto. Non lì, non davanti a loro.
Le mani della donna si strinsero sulle mie per un istante. Un gesto umano, un addio silenzioso.
Poi si allontanò.
Uno dei soldati fece un passo avanti e sollevò una corda. Per un attimo il panico mi attanagliò il petto, pensai che volessero strangolarmi lì, senza neanche portarmi al patibolo. Ma no, non era per il mio collo.
Era per i miei polsi.
«È necessario.»
Non protestai quando le sue mani ruvide strinsero la corda attorno ai miei polsi, legandoli insieme. Era un cappio senza nodo, non abbastanza stretto da farmi male, ma sufficiente a ricordarmi che non ero più padrona dei miei stessi movimenti.
Fu allora che l'aria cambiò.
L'odore della cella, del sudore, della pietra umida, lasciò spazio a qualcos'altro.
L'odore della morte.
Era nell'aria, pesante, tangibile, come se la Torre stessa fosse impregnata del respiro di coloro che erano venuti prima di me.
Mi portarono fuori.
I passi risuonavano nel corridoio, il suono ritmico e cadenzato delle guardie che mi scortavano. Il freddo mi avvolse come un manto di ferro appena varcata la soglia esterna. Il cielo era di un grigio impietoso, le nuvole basse, gonfie di pioggia che non cadeva.
La Torre mi circondava come una bocca di pietra pronta a inghiottirmi.
Non c'era nessuno a piangere per me.
Nessuna folla, nessun corteo funebre, nessuna mano amica ad afferrarmi nel momento in cui le ginocchia avrebbero ceduto.
Solo gli sguardi freddi di coloro che erano venuti a vedere la mia fine.
Sentii il legno del patibolo sotto i piedi quando salii i gradini.
Tre passi.
Quattro.
Cinque.
Ero in cima.
Guardai la folla. Alcuni mi fissavano con morbosità, altri con compassione, pochi con vera tristezza.
Il boia era già lì, la spada al suo fianco.
Presi un respiro profondo.
Era tempo.
Era finita.
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Vostra Maestà
Ficção Histórica"Rutilans rosa sine spina" Catherine Howard è una fanciulla di sangue nobile con un'anima ribelle. Questi suoi stati, sono dovuti alla mancanza della figura materna e della poca presenza di quella paterna, che viene sostituita dalla zia, la duchessa...
