Rabbrividii non appena vidi la folla tacere al mio ingresso.
Il silenzio era palpabile, denso, opprimente, come se l'intero mondo avesse smesso di respirare per osservare il mio destino. Ogni sguardo mi trapassava, i visi nascosti dietro maschere di curiosità, di disprezzo, di pietà, mentre il sole sembrava farsi più lontano, come se anche lui si stesse ritirando da questo spettacolo macabro.
I miei passi, lenti e pesanti, risuonavano sul lastricato della piazza. Ogni passo sembrava più pesante del precedente, come se un peso immenso mi schiacciasse il petto, come se tutta la disperazione del mio cuore venisse riversata sui miei piedi, obbligandomi ad avanzare inesorabilmente verso il mio destino.
Un passo.
Il primo giorno a corte. Il profumo dei giardini di Hampton Court che mi circondava, il profumo della giovinezza, dell'innocenza. Pensavo che il mio futuro fosse una distesa infinita di possibilità. La mia bellezza era una promessa, il mio corpo un regalo che Enrico aveva accolto con avidità, ma anche con una sorta di inquietante predestinazione. Mi aveva guardata come una preda, come una foglia sospinta dal vento, senza sapere che un giorno quella stessa foglia sarebbe caduta e sarebbe stata calpestata.
Due passi.
Il primo sguardo del re. La sua voce profonda che mi accarezzava l'anima e, allo stesso tempo, la imprigionava. Mi parlava con parole che avrebbero potuto essere dolci, ma erano intrise di un potere che non avrei mai potuto sfuggire. L'illusione di essere amata, di essere desiderata, quella sensazione di potere che solo un uomo come Enrico VIII poteva donarmi. Pensavo che sarebbe stato il mio salvatore, e invece mi aveva imprigionata, facendomi diventare il suo riflesso, la sua illusione di purezza, mentre il mio cuore oscillava tra il desiderio e il rimorso.
Tre passi.
Thomas. Le sue mani che sfioravano la mia pelle. Le sue parole piene di speranza e di passione, la sua bocca che cercava la mia, come se il nostro amore fosse l'unica salvezza da tutto ciò che ci stava accadendo. Mi aveva fatto credere che esistesse un posto sicuro, lontano dalle manovre politiche, dalle promesse infrante. La sua passione mi aveva travolta, mi aveva fatta sentire viva. Ogni bacio, ogni tocco era un atto di ribellione contro tutto ciò che Enrico aveva costruito attorno a me. Ma, come sempre, la passione è una lama a doppio taglio.
Quattro passi.
La menzogna. La verità che lentamente affiorava tra le pieghe di un amore tradito, tra le ombre di un regno che non conosceva altro che il potere. Le menzogne che avevo costruito per sopravvivere, le scelte che avevo fatto per proteggere quel fragile equilibrio che pensavo mi avrebbe salvato. Ma non c'era salvezza. E l'eco delle mie scelte si rifletteva ora, nelle urla della folla, nel giudizio che non poteva essere cambiato.
Cinque passi.
Il nulla.
Arrivai al centro della piazza, il cuore che mi batteva all'impazzata nel petto, mentre le mie ginocchia cedevano sotto il peso dell'ineluttabile. Mi inginocchiai sulla piattaforma di legno, sentendo il freddo del terreno penetrarmi attraverso la stoffa del mio abito. Ogni fibra del mio essere urlava contro quella morte imminente, ma il corpo, ormai privo di forza, non obbediva più ai miei desideri. Mi piegai, come un albero sotto il vento, piegato dal peso di un destino troppo grande.
Alzai lo sguardo e lo vidi. Enrico. Il suo volto impassibile, l'espressione vuota come quella di una statua. I suoi occhi non cercavano i miei, non c'era dolore, né rimorso, né rimprovero. Solo un'indifferenza glaciale. Lo avevo amato, l'avevo desiderato, l'avevo cercato. E ora lo trovavo lì, distante, lontano dalla donna che aveva giurato di amare. Era il suo volto che mi aveva fatto credere che ogni cosa potesse essere possibile. Eppure oggi non c'era nulla, niente.
La mia condanna.
Mi sentivo vuota. La mia vita, tutta quella passione, quei sogni, quegli inganni, tutto si stava dissolvendo nell'aria come polvere al vento. Ogni speranza che avevo avuto, ogni promessa che avevo fatto a me stessa, ora si scontrava con la realtà. Era come se tutto fosse stato solo un sogno. Un sogno che stava svanendo insieme all'ultima luce del giorno.
Il boia si avvicinò. Il suo volto nascosto dall'oscuro cappuccio, ma la sua presenza era imponente. Ogni passo che faceva, ogni respiro che prendeva, sembrava più pesante, come se stesse portando con sé il peso del mio destino. Mi fece posare il capo sulla semilunetta imbevuta di sangue. Il sangue di colei che era morta prima di me. La mia dama, la mia confidente, la mia compagna di sventura. Il sangue che, ora, mi ricopriva, mi univa alla sua fine.
La spada brillò nell'aria, e per un attimo tutto divenne silenzioso. I miei pensieri si fermarono, il mio corpo si congelò in un istante sospeso nel tempo.
Thomas.
Lo vidi in un angolo della mia mente. Il suo sorriso che mi scaldava il cuore, la sua voce che mi chiamava, le sue mani che mi sfioravano. La sua presenza che, in quei momenti più bui, mi dava la forza di andare avanti. Ma lui non c'era più.
Mi chiusi in me stessa, come una stella che si spegne lentamente nel cielo. La sua morte, la sua sofferenza, mi avevano schiacciata. Mi sentivo perduta, sola, abbandonata. Non avevo fatto nulla per salvarlo, per fermare quel destino che ci aveva separati.
Il boia sollevò la spada. Il momento era arrivato.
Mi sembrò che il tempo si fosse fermato. Ogni respiro che prendevo, ogni battito del mio cuore, sembravano appartenere a un'altra vita. Una vita che non sarebbe mai più esistita.
La spada calò.
Il colpo fu veloce, indolore, eppure sentii ogni frammento della mia vita che si spezzava insieme a quel suono.
La fine.
E mentre il buio mi avvolgeva, una sola cosa rimase. Un ricordo.
Thomas.
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Vostra Maestà
Historical Fiction"Rutilans rosa sine spina" Catherine Howard è una fanciulla di sangue nobile con un'anima ribelle. Questi suoi stati, sono dovuti alla mancanza della figura materna e della poca presenza di quella paterna, che viene sostituita dalla zia, la duchessa...
