Giorno 64
18 Dicembre
MAIA
Come avevo prontamente previsto il ragazzo tatuato dalla testa rasata era scomparso, a nulla erano servite le mie chiamate e i miei messaggi. Quattro giorni di silenzio assoluto.
Fra un turno in biblioteca e uno da babysitter però riuscivo ad andare da Sara che sembrava migliorare, di pari passo con le ustioni. Il cammino era sempre lungo ma aveva deciso di farsi affiancare da una psicologa, scelta approvata anche da suo fratello.
Certi dolori il tempo non li può cancellare, ma sicuramente riesce a scalfirne le estremità e a smussarne gli angoli pericolosi. Anche nelle sofferenze peggiori, se si ha un motivo per restare in vita, la ricerca di uno stato di calma che spesso associamo alla "felicità", appare naturale.
Ad un certo punto si smette di passare il coltello sulla ferita aperta ritenendo più giusto trovare un nuovo sano equilibrio. Perché la vita va avanti e le scelte sono solo due: puoi rimanere a guardare, piangerti addosso, lasciare che gli altri pianifichino la tua vita al posto tuo, rivivere il passato come una canzone in loop e permettere a chi ami di allontanarsi piano piano e scomparire nell'ombra, perché è vero che chi ama resta, ma non resta mai senza speranza. Quando la speranza si perde nella sofferenza non si è più in grado di amare. Oppure puoi scegliere di metterti al primo posto e dire basta, alzarti in piedi e dire "valgo più del poco che mi resta", cercare la bellezza nelle piccole cose, guardare più tramonti e baciare più forte, lottare per avere di nuovo un futuro da pianificare, che tanto è vero che la vita non sarà mai più quella di prima ma non vuol dire che non valga la pena viverla.
Non si deve aver paura di cambiare e di cercare la forza per ricominciare.
In fondo il cambiamento stesso, mano nella mano con l'incertezza, è vita.
Entrata nella stanza d'ospedale allungai la vaschetta di gelato alla crema a Sara, stesa sul letto ed impegnata a far finta di leggere un libro.
«Ti ho portato anche un cucchiaino, non farti beccare»
«Sei fantastica» scoperchiò la vaschetta e mi guardò sorridente «Per caso hai sentito Alec?»
Rimasi perplessa all'udire quel nome, raccapezzandomi solo in un secondo momento del fatto che il vero nome di Mex era proprio Alec e che ovviamente sua sorella lo chiamava per nome.
«In realtà no, non lo sento da qualche giorno» distolsi lo sguardo e alzai le spalle, come se tutto ciò non mi turbasse affatto.
«È strano però» si infilò in bocca il cucchiaino pieno «A te avrà pur detto qualcosa, no?»
Scossi la testa «No, niente. In fondo mica sono la sua ragazza, farà un po' come vuole»
«Non sono d'accordo, sembri importante per lui»
«Hai detto bene, sembro, ma non lo sono»
L'attimo di silenzio che seguì separò in modo naturale la conversazione appena conclusa da quella che si stava mentalmente preparando.
«Sai perché lo chiamano Mex?»
«Onestamente no»
«A casa nostra lo chiamano tutti 'o Messicano» continuò a mangiare «Perché con quei tatuaggi, la pelle olivastra e gli occhi neri sembra un messicano»
Se avessero dovuto basarsi sul suo carattere l'avrebbero chiamato 'o Bastardo, non c'è dubbio.
«Stupendo» alzai gli occhi al cielo.
«Scommetto che non te lo dice mai, ma casa sua un po' gli manca»
«Perché parli come se tu non venissi dallo stesso posto?»
STAI LEGGENDO
ADESSO CHE NON CI SEI
Romansa(IN CORSO) Maia ha diciannove anni ed è irreparabilmente infelice, non accetta niente della vita in cui è rinchiusa e, come spesso accade ai giovani, ogni occasione è buona per criticare tutto ciò che non va, ignorando l'esistenza del lato positivo...
