Quarantasei

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Giorno 105
28 gennaio

ALEC

Cercai la sua mano non appena scendemmo dalla macchina e la strinsi forte nella mia fino alla porta girevole dell'ospedale, e poi fino a quella gialla dell'ambulatorio.

Il medico che ci sorrise aprendo la porta ci fece accomodare sulle sedie in pelle davanti alla scrivania, sfogliando tra i nomi recuperò quello di Maia e la sua cartella clinica illuminò di poco lo schermo del pc. Troppe scritte nere, troppe cifre e termini in corsivo.

Tenni addosso il giubbotto pesante e ne tirai le maniche quando vidi Maia spogliarsi, percependo il freddo delle emozioni che quella situazione mi provocava.

Provai una lieve irritazione nel vederla abbassarsi i jeans e scoprire la cicatrice sulla coscia.

Trovai un pretesto, una distrazione nelle chiavi di casa che tintinnavano sotto le mie dita, nei fogli e nelle cartelline color senape impilate in ordine sulla scrivania, nelle penne tutte nere infilate nel portapenne di metallo e nella stampante HP senza carta bianca. Fu addirittura istintivo cercare quella benedetta carta bianca per la stanza, arrivando a chiedermi dove sarebbe stato comodo tenerla, se nei cassetti della scrivania o nell'armadietto accanto alla porta.

Mi distrassi solo per poco, o almeno fin quando la voce di Maia non arrivò di nuovo alle mie orecchie.

«Mex? Abbiamo finito»

Mi girai all'improvviso, rendendomi improvvisamente conto di quanto il mio comportamento fosse stato strano e fuori luogo. Le avevo dato le spalle tutto il tempo mentre il medico la visitava, attirato più dagli oggetti di cartoleria su un'anonima scrivania di legno che dalla sua salute.

Per un attimo pensai che la mia assenza mentale fosse stata più pesante del previsto su Maia e sentii la necessità di ripetere le poche parole che avevo colto del discorso del medico, come a giustificarmi di un'azione che in realtà non sapevo nemmeno spiegare.

Le sorrisi e lei tirò su la zip della felpa.

Starai bene, sei bellissima.

Arrivati alla macchina lasciai che Maia montasse al posto del passeggero. In silenzio girai la chiave nel cruscotto.

«Ho ordinato la pizza per pranzo» disse aggiustandosi la cintura sul petto.

«Per pranzo?»

«Eh sì, per pranzo. Sapevo che dopo la visita ne avrei avuto voglia»

«Esco dopo a prenderla allora»

Lei annuì e volse lo sguardo verso il finestrino.

«Cosa hai ascoltato della visita?»

«Poco»

«Niente» mi corresse.

Certe emozioni non le puoi mascherare sotto scuse elaborate in una manciata di secondi, non si vogliono nascondere e semplicemente non lo fanno, nemmeno ci provano a dire il vero. Il mio disagio le era piombato addosso nel momento in cui aveva avuto più bisogno di me e del  coraggio che invano aveva cercato nel mio sguardo, perso nel vuoto di un anonimo ambulatorio.

«No, hai ragione, non ho ascoltato praticamente niente»

«Dovrei essere incazzata con te a livelli assurdi»

«E invece non lo sei?»

«No»

«Tempo fa ti riusciva meglio incazzarti con me, vero?» abbozzai un sorriso e misi una freccia.

«Sì, me lo ricordo bene. Adesso non mi viene nemmeno naturale»

«Me ne sono accorto» chiusi un finestrino e spensi la macchina.

ADESSO CHE NON CI SEIDove le storie prendono vita. Scoprilo ora