Giorno 76
30 Dicembre
MAIA
I miei scarponi sprofondarono nella neve che, sciogliendosi, si fece spazio fra i lacci e sotto lo spesso tessuto grigio, fino ad arrivare ai calzini.
Non importava quanto avevamo fatto l'amore o quanto ci eravamo rimasti sulla pelle. Fuori il mondo era lo stesso e non ci risparmiava nemmeno il freddo.
Imprecai sottovoce per i piedi ghiacciati e perché perdevo l'equilibrio ogni tre passi.
Alec, a pochi passi di distanza, rideva di me.
«Non mi sei mai sembrata una molto atletica ma adesso stai davvero superando ogni limite» disse afferrandomi l'avambraccio per non farmi cadere.
«Guarda che lo sto facendo per te, io questo posto l'ho già visto milioni di volte»
Non rispose e mi lasciò andare avanti, mi lasciò percorrere un sentiero che la neve aveva nascosto ai raggi del sole, che mi aveva vista crescere, che aveva sentito il sapore delle mie ginocchia sbucciate ed aveva sporcato il mio viso di terra.
Tenevo lo sguardo fisso in alto, verso le punte di quegli abeti appesantiti dalla neve che si innalzavano verso il cielo rendendo la montagna un infinito slalom.
Non era come in autunno, quando si sentiva forte l'odore della resina e le pigne diventano ostacoli sui sentieri distrutti dalle radici. La neve non ha odore eppure tappa sempre l'odore di tutto il resto, a parte quello di Alec, che mi portavo ancora fra i capelli.
«Quando ero piccola, con Angelica, raccoglievamo gli aghi di questi abeti in autunno» dissi sospirando nell'aria fredda.
«E poi mentre mio fratello mangiava pinoli che non avrebbe dovuto mangiare, noi ci pungevamo i polpastrelli finchè le punte degli aghi non si spezzavano»
«Una cosa un po' masochista» affermò Alec dietro di me.
«A noi divertiva, non ci faceva male»
«Rimane comunque una cosa strana»
«Anche tu ti facevi del male, no?»
Continuai a camminare cercando di mantenere l'equilibrio ad ogni passo, sapevo che era una domanda bastarda, che toccava certi angoli in cui la luce non arrivava da troppo tempo.
Stetti zitta e aspettai che mi rispondesse, non cambiai discorso, non lo aiutai. Aspettai e basta, pazientemente, di sentire un altro spicchio di verità, un altro pezzo da aggiungere a quel puzzle che mi sembrava ancora infinitamente immenso.
«Sì, hai ragione. Piaceva anche a me» rispose neutro.
Mi pentii quasi subito dell'istinto egoista e forse pure un po' stronzo che mi prendeva quando si trattava di farlo parlare.
«Mi dispiace»
«A me invece piace un sacco»
«Cosa?»
«Quando mi spogli così, ché sembra che tu non abbia paura delle mie risposte»
«È perché non ne ho»
«E mi piaci un casino anche per questo» disse alla fine, dopo averci pensato un minuto di troppo.
Quando gli abeti interruppero il loro monopolio mi fermai. Mi misi al centro dello spiazzo e mi girai verso di lui. Era rimasto al bordo, a qualche metro da me. Teneva le mani ficcate nelle tasche e mi guardava serio.
Il panorama di fronte a noi si stendeva limpido, accarezzato dalla luce del tramonto. Fra le due montagne, dritto davanti a noi, il mare sembrava una tavola.
Guardai le case da lontano e le riconobbi tutte, come succedeva da anni ormai.
«Si vede casa nostra» dissi continuando a guardare la città squagliata fra il mare e le montagne.
Non mi corresse, non si azzardò a puntualizzare il fatto che in realtà, noi, una casa solo nostra non ce l'avevamo.
Lo sentii avvicinarsi e non mi mossi di un centimetro finché non sentii il suo petto contro la mia schiena e il suo braccio che mi stringeva a sé. Mi baciò la testa e respirò piano.
«Mi semplifichi la vita che è una meraviglia» sussurrò sui miei capelli.
«L'ho sempre complicata a tutti»
«È che non t'hanno mai capita»
Non lo sai quanto t'ho aspettato, qui, davanti a questo cielo, a questa città che non ha mai regalato niente ma che si è sempre presa tutto. Ora non so come andrà a finire, se anche tu sarai come gli altri o mi capirai davvero, se finiremo per amarci in segreto o di fronte al mondo intero.
Basta che ora tu stia qui, ché finalmente mi sento capita pure io.
E mentre mi stringi mi accorgo che di certo non c'è nulla, nemmeno tu con il tuo petto appiccicato alla mia schiena e le tue braccia attorno al mio busto che mi stringono forte, come se tu potessi davvero proteggermi.
Dovresti sapere che è quello che mi piace pensare, che ci sarai, che mi lascerai camminare libera sui miei passi insicuri ma che terrai sempre la luce accesa in salotto, perché io dalla finestra possa riconoscere, anche da lontano, anche nel buio, dov'è che finisce il mondo ed inizia l'amore.
E ora siamo qui, fra questa neve e questo sole che sta morendo e lascia la sua vita in custodia ai nostri cuori, a noi che oggi nasciamo ma che potremmo anche morire domani.
La neve fredda non seppellirà niente di quello che proviamo, come non ha mai seppellito i passi di una Maia bambina, quelli di una donna in fuga con i suoi bambini o quelli di un partigiano spossato. Sono sicura che questa neve si ricorderà di noi e ci lascerà vivere per sempre.
Finchè resti non ho freddo. Oggi, finchè resti, non ho freddo.
Così mio paradiso si ridusse a quello che era: un tramonto scoperto e un altro corpo da amare.
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ADESSO CHE NON CI SEI
Romance(IN CORSO) Maia ha diciannove anni ed è irreparabilmente infelice, non accetta niente della vita in cui è rinchiusa e, come spesso accade ai giovani, ogni occasione è buona per criticare tutto ciò che non va, ignorando l'esistenza del lato positivo...
