Giorno 67
21 Dicembre
MAIA
Feci scontrare con violenza le nocche contro la porta blindata del vecchio appartamento ignorando le occhiatacce dei vicini che rientravano dal mercato con buste di plastica bianche piene di verdure, tovaglie, tovagliette e mutande di bassa qualità.
I miei respiri profondi e i pugni chiusi lasciavano poco all'immaginazione, tutti avevano capito che ero arrivata lì con un bel carico di insulti da poter liberare in faccia a qualcuno e nessuno, seppur osservandomi attentamente, si era azzardato a rivolgermi un cenno o un saluto.
La porta si aprì con uno scatto, mostrandomi l'espressione infastidita di Mex. I suoi occhi non ancora del tutto aperti, ridotti a fessure come quelli di chi si è appena svegliato.
Non mi lasciai distrarre dalle braccia tatuate scoperte dalla maglietta a maniche corte o dai pantaloni della tuta portati bassi, a far vedere l'elastico dei boxer, e infilai un piede tra la porta e lo stipite intuendo quale sarebbe stata la sua prossima mossa.
Strinsi gli occhi.
«Sei stato tu il primo a rivolgermi la parola in quello schifoso carcere dove ti eri fatto ingabbiare, sei stato tu a seguirmi al molo e poi la mattina dopo a lavoro, ti sei sempre presentato sul balcone dell'ospedale, hai fatto una scenata quando non ti ho detto che mi dimettevano, hai fatto il ganzo rubandomi il libro e trascinandomi a casa tua, hai quasi scopato con me quando ero ubriaca, mi hai chiesto di venire con te quando hanno risvegliato tua sorella, mi hai baciata in mezzo alla strada con tutta la leggerezza che c'avevi in corpo e mi hai fatto credere chissà quante stronzate mentre io mi confessavo con te» feci un passo avanti fronteggiandolo.
«Ora hai due opzioni: o mi dici tutta la verità e mi fai capire perché scappi sempre come un codardo, oppure mi dai un buon motivo per dimenticarmi di questi cinque giorni e mi prometti che non te ne vai più»
Impassibile come una statua rimase fermo con la mano sulla maniglia della porta, poi sospirò e il suo fastidio mi arrivò addosso come un'ondata di aria fredda.
«Questo non è il luogo adatto per fare certe scenate» rispose. La voce bassa, troppo roca per essere amichevole.
«Voglio che tu faccia una scelta adesso Alec, o con me o senza di me».
L'uso del suo vero nome lo lasciò visibilmente stupito, ma lo aiutò anche a capire quanto dicessi sul serio.
«Tu cosa sceglieresti?» mi chiese cercando di mettermi in difficoltà.
«Lo sai cosa sceglierei, è che a differenza tua io non ho paura di ammetterlo e di dirlo ad alta voce» feci un ulteriore passo avanti, le mie labbra vicino al suo mento.
«E allora dillo, forza, visto che sei così brava a fare la leonessa» rispose guardandomi dall'alto al basso, la testa alta e gli occhi neri che guardavano giù, verso di me.
Mi sta facendo giocare tutto. Ora mi tocca rischiare ogni cosa, a me che ho sempre odiato mettermi in gioco per la soffocante paura di perdere, di essere umiliata. E ora che un suo rifiuto sarebbe peggio di tutte le umiliazioni del mondo mi sento le gambe che tremano, le mani che sudano, la cicatrice sulla coscia che tira un po' più del solito.
Lo guardai bene negli occhi cercando di camuffare tutta la paura in sicurezza, la tattica migliore che conoscevo.
«Io voglio me stessa, la mia libertà. Ma voglio tanto anche te»
Tirai un sospiro di sollievo sentendomi un peso scivolare via dalle spalle, la spoletta di sicurezza della grande bomba adesso era stata sganciata e indietro non ci si poteva più tornare.
Mi guardò e sorrise percependo nel mio sguardo tutta quell'insicurezza che solo lui riusciva sempre a trovare. Lui lo sapeva, lo sapeva bene quanto mi aveva fatto mettere in gioco.
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ADESSO CHE NON CI SEI
Romance(IN CORSO) Maia ha diciannove anni ed è irreparabilmente infelice, non accetta niente della vita in cui è rinchiusa e, come spesso accade ai giovani, ogni occasione è buona per criticare tutto ciò che non va, ignorando l'esistenza del lato positivo...
