Quarantaquattro

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Giorno 92
15 Gennaio

MAIA

Presi la macchina fotografica e mi legai i capelli in una coda alta per evitare che si annodassero sotto alla sciarpa. Poi infilai le scarpe da ginnastica e raggiunsi mia madre sulla porta di casa.

Quando uscimmo il cielo annunciava già la pioggia e l'aria umida mi si appiccicava sul viso come una seconda pelle.

In macchina, mentre mia madre mise in moto, io accesi la radio. Niente musica, una trasmissione radiofonica bastava per spezzare il silenzio che si era formato nell'abitacolo freddo.

Non mi sembrava vero che l'attesa era finita.

Non sapevo nemmeno se in fondo mi faceva piacere oppure no.

Pensai a quello che sarebbe successo l'indomani, a come avrei dovuto comportarmi dopo tutti quei mesi.

Non si trattava nemmeno di anni, erano solo mesi e a me sembravano un'eternità.

Avevo provato a cercare su internet come ci si doveva comportare, avevo digitato veloce sulla barra di ricerca: "come parlare ad individuo appena uscito dal carcere" ma la frase era troppo lunga perché Google mi mostrasse qualcosa di davvero utile.

Provai a pensare da sola a come comportarmi, per qualche motivo ero sicura che ci fosse un modo, che esistessero delle parole e delle espressioni da evitare di fronte ad un ex-detenuto.

Non ci riuscivo. Era solo mio fratello.

Tommaso, quello di sempre.

Feci prove inutili per cercare di sfoggiare un sorriso perfetto, che dicesse «Finalmente sei fuori» ma anche «Oh santo cielo quanto mi sei mancato».

Facevo pena anche a sorridere.

Mi convinsi che era come le altre volte, dovevo solo recitare.

È sempre tuo fratello. Continuerà a volerti bene, qualunque cosa farai o dirai.

Mi mossi a disagio sul sedile della Punto.

Mi dissi che forse sarei dovuta andare a trovarlo di più, avrei dovuto portargli più libri, che probabilmente non avrebbe letto ma avrebbe apprezzato. Avrei dovuto cucinare più dolci e lasciargliene sempre una fetta da portargli la domenica, sopportando le tre ore di fila fuori dal cancello con tutte e mogli e i figli degli altri detenuti.

Mi ripetei che non ero sua figlia e tantomeno sua moglie ma che avevo fatto tutto quello che il tempo mi aveva permesso di fare.

Attraversammo i campi e la terra sporcò la carrozzeria.

Mia madre aveva fatto la spesa il giorno prima e, dopo aver riempito il frigo, mi aveva chiesto: «Secondo te ho preso tutto? Magari gli viene voglia di qualcos'altro».

Le avevo sorriso e ricordato che Tommaso mangiava tutto di tutto, e a tutte le ore.

Poi lei gli aveva rifatto il letto, con il piumone morbido appena lavato.

Aveva caricato, steso e stirato tre lavatrici perché la sua roba non puzzasse di chiuso.

Aveva fatto tutto quello che io non avrei fatto mai, troppo impegnata a smaltire l'ansia passeggiando sul mare o mangiando cibo-spazzatura.

Lei aveva semplicemente bisogno di fare, di muoversi, di organizzare il rientro a casa di mio fratello come se fosse il suo secondo battesimo, come se volesse far sembrare che lui non se ne fosse mai andato.

Arrivammo presto nel parcheggio di fronte al carcere, mia madre spense il motore, lasciò le chiavi inserite nel cruscotto e si rilassò sul sedile. C'eravamo quasi.

Mi slacciai la cintura e mi misi la macchinetta al collo. Mia madre mi guardò e sorrise.

«Torna a casa, visto? In fondo non sembra essere passato nemmeno così tanto tempo, eh? Che dici?»

Io annuii e abbozzai un sorriso.

Certo che il tempo è passato veloce, mamma. È stato un fulmine per me, tu sapessi quante cose sono successe da quando hai tentato di allontanarmi dall'unico uomo che mi abbia mai fatto sentire a casa.

Lei tolse le chiavi e se le infilò in tasca per poi aprire la portiera e scendere dalla macchina.

Io chiusi gli occhi, respirai e accesi la macchinetta.

Erano le 12:00.

Siamo usciti da scuola da poco, io ho abbottonato il grembiule male per la fretta di uscire e mio fratello ha lo zaino su una spalla sola per non perdere troppo tempo al suono della campanella. La velocità è un fattore necessario, perché sappiamo che quando le mamme degli altri bambini hanno recuperato i loro figli montano tutte in macchina nell'arco di cinque, dieci minuti per poi intasare l'incrocio che dobbiamo attraversare io e Tommi e la mamma dice che è pericoloso e che quindi dobbiamo sbrigarci. Da qualche giorno ci hanno messo un vigile a quell'incrocio, così non dobbiamo più avere paura delle macchine, ma ormai siamo così abituati a correre che lo facciamo pure se non ce n'è più il bisogno. La vigilessa ci ha appena fatto attraversare la strada e adesso camminiamo sul marciapiede a passo veloce per tornare a casa, io a qualche metro di distanza da mio fratello.

«Maia ti muovi? Non c'ho più voglia di aspettarti»

«Guarda che la mamma il pane con il burro e lo zucchero ce lo fa lo stesso eh, pure se arriviamo un pochino in ritardo»

«Sì ma tu sei troppo lenta, sai quanto tempo perdi?»

«Rallenta anche tu e perdiamolo insieme»

«Ma io non voglio perdere tempo come te»

Inizio a correre e lo raggiungo per poi prendergli la mano e lasciarmi trascinare.

Per essere sempre stato uno che non voleva perdere tempo, Tommi, adesso posso dire che di tempo ne hai perso un sacco.

Quando il cancello di ferro si aprì sbloccai la portiera. La  sua figura si avvicinò ed io posizionai la macchinetta vicino al volto, pronta a scattare.

Un brivido mi fece tremare per un secondo la mano destra.

Vidi il suo sorriso attraverso l'obbiettivo, mia madre camminò veloce verso di lui con le braccia aperte, già pronte per stringerlo a sé. Lui lasciò cadere il borsone a terra, si chinò verso di lei e si lasciò stringere, avvolgendo le braccia forti attorno al collo di mia madre. In un attimo i suoi occhi si rivolsero verso l'alto, dritti nel mio obbiettivo. Scattai.

Prima di posare la macchinetta sul sedile e correre da lui mi ripetei mentalmente che non avevo più niente da aspettare.

Tommaso era uscito. Tommi tornava a casa.

ADESSO CHE NON CI SEIDove le storie prendono vita. Scoprilo ora