Giorno 31
15 Novembre (parte 2)
MAIA
Spensi il cellulare, che non aveva mai smesso di suonare da quando ero tornata a casa, ed entrai nella stanza. Clara, seduta sulla sua sedia di pelle, mi aspettava con un sorriso.
«Buon compleanno in ritardo Maia, accomodati»
Sorrisi e mi sedetti sul piccolo divano in pelle.
«Allora? Cosa ti va di raccontarmi? Cosa hai fatto per il tuo compleanno?»
«Sono stata a Vernazza, con la mia migliore amica» dissi rendendomi conto poco dopo di quanto quella frase sembrasse adatta ad una ragazzina delle medie, non io.
«Ti piace quel posto?»
Annuii ricordando le case colorate, gli scogli, l'acqua limpida, l'odore del mare e la sensazione del muschio sotto ai piedi. Un paesaggio idilliaco abbandonato all'autunno.
«Lo adoro, mia mamma mi ci portava tutte le estati quando ero piccola»
Di nuovo un'altra frase da bambina.
«Ti piace più il posto o i ricordi che hai di quel posto?»
Provai a pensarci ma una risposta non c'era. Non è né bianco né nero, sta nel mezzo.
«Entrambi penso»
Annotò qualcosa su un taccuino e tornò a guardarmi.
«Poi? Cos'hai fatto la sera?»
Aprii bocca con un nuovo carattere, quello disinvolto e sicuro che piace sempre a tutti. Quello delle brave ragazze.
«Sono andata al bar dove lavora Angelica e ci siamo fatte qualche drink»
I miei occhi non lasciarono un secondo i suoi, sapevo quanto contassero i movimenti. Il mio distogliere lo sguardo avrebbe distrutto il castello di sabbia delle mie bugie.
«Solo qualche drink?»
Nessuno sguardo sarebbe bastato a proteggermi contro le sue domande che troppe volte bruciavano sulle ferite aperte, lasciate a seccare sotto i raggi del sole.
«A dire il vero troppi, ma non sarebbe stato un problema se non avessi incontrato Alec fuori dal bar»
«Vuoi parlarne?»
Non è che voglio, è che non mi lasci altra scelta.
Le raccontai del modo violento in cui mi aveva trascinato a casa sua perché ero ubriaca marcia, delle parole schifose che ci eravamo sputati addosso, del mio tentativo di fuga, del pianto liberatorio, dei denti e delle unghie conficcate nella pelle. Abbassai lo sguardo prima di raccontarle dei sospiri, delle sue mani sul mio corpo sciupato, dei suoi baci al gusto di sale, sangue, fumo e menta, del suo corpo tatuato, del modo in cui mi ero sentita voluta davvero, del modo in cui avevamo bisogno l'uno la pelle dell'altro. Pretese su pretese, volevamo tutto o niente.
Le dissi di quanto a volte mi facevo schifo perché non sapevo dire di no, non trovavo un limite nemmeno se me lo imponevano, perché come tutti gli umani ero succube di una cosa che desideravo ma che non avevo e che non potevo permettermi di avere.
E mi ero sentita usata e rifiutata, mi ero sentita la bambina da accudire della situazione, mi ero sentita incapace, inesperta. Io avevo perso il controllo e lui no. Ero stata quella debole e volevo essere quella più forte.
Dopo mezz'ora di parole poiarrivai esattamente dove volevo arrivare: alla mattina.
A io che vomito piegata sulla tavoletta del cesso, io che piango e mi raccolgo i capelli da sola perché nessuno è lì ad aiutarmi, io che mi pulisco la bocca con il dorso della mano e mi ripeto che è solo colpa dell'alcol, a io che tremo sulle piastrelle e poi mi trascino nella vasca. All'acqua che non poteva più lavare via le sue mani dal mio corpo.
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ADESSO CHE NON CI SEI
Romans(IN CORSO) Maia ha diciannove anni ed è irreparabilmente infelice, non accetta niente della vita in cui è rinchiusa e, come spesso accade ai giovani, ogni occasione è buona per criticare tutto ciò che non va, ignorando l'esistenza del lato positivo...
