Giorno 22
5 Novembre
MAIA
Strusciai le mani sudate sul tessuto dei miei jeans e fissai la dottoressa di fronte a me.
Me la gioco tranquilla, questa. Pensa di potermi leggere negli occhi? Lo vedo da come mi guarda che me la posso togliere dai piedi facilmente.
Più mi guardava, più sentivo di star perdendo tempo, e allora mi volevo alzare e uscire.
Era stata la mia coscienza a farmi tremare le mani e seccare le labbra. Perché in fondo lo sapeva, la mia coscienza, che qualcosa da aggiustare c'era, qualcosa che si era rotto da troppo tempo, che l'orgoglio e la vergogna avevano seppellito in qualche zona buia. Perché non si può essere pazzi a diciannove anni, lo diceva la società, e se lo diceva la società doveva essere legge.
«Che gioventù sprecata, la vostra. Noi abbiamo visto la guerra» avrebbe detto mia nonna di fronte alla fattura dello psicologo.
Chiedere aiuto non mi era mai riuscito bene, anzi, non mi riusciva affatto.
Anche nelle situazioni peggiori, quando sapevo che avevo bisogno di qualcuno che mi tirasse su, preferivo strusciare e sguazzare nei miei dubbi, nelle mie ansie e nei miei silenzi.
Sapevo da sola come portarmi in salvo, dovevo solo ascoltarmi.
Chiedere aiuto dunque non era una opzione da tenere in considerazione, non faceva parte del pacchetto "terribile vita di Maia", era una cosa a parte, una cosa sconosciuta.
«Allora Maia, come ti senti?» osservai il modo in cui strinse le labbra pitturate di rosso e si toccò con la mano destra la collana di perle.
«Non c'è male» risposi con disinvoltura, cercando di mantenere la parte mentre la coscienza combatteva con l'orgoglio.
«So che sei stata dimessa, com'è stato il rientro a casa?»
«Sono sollevata, in fondo quella è casa mia e finalmente posso rivedere più spesso mia madre»
Diedi un'occhiata veloce all'orologio attaccato sul muro alle spalle della dottoressa ed iniziai a giocare con l'elastico dei capelli che tenevo sempre al polso.
«Avevi compagnia in ospedale?»
«Quella che bastava, c'era mia madre quando poteva, la mia migliore amica e gli infermieri» simulai una risata eccessivamente forzata che suonò fastidiosa persino alle mie orecchie.
«Non ti sei fatta degli amici?»
Mi sta prendendo in giro?, pensai serrando le labbra.
Scossi la testa «No, non c'erano molti pazienti della mia età, inoltre a causa dei dolori non potevo muovermi per troppo tempo»
«E il tuo corpo? Ti senti a tuo agio dopo l'incidente?»
Il mio cuore perse un battito e mi irrigidii, avrei dovuto aspettarmi domande del genere, quello era il suo lavoro.
Iniziai a sentirmi a disagio e i miei occhi indugiarono un momento di più sul quadrante bianco.
«Sono grata di essere ancora viva e i dottori dicono che sto migliorando, mi porto dietro qualche cicatrice sì, ma non mi importa più di tanto»
Questa forse è la più grossa, Maia, questa fa male pure a te.
La guardai sospirare, gettò la penna sulla scrivania e quando riposò i suoi occhi sui miei non aveva più quello sguardo da professoressa. I suoi occhi azzurri sembravano essersi gelati e per un momento pensai che mi sarebbe saltata addosso. Il messaggio arrivò chiaro, di petto. Il teatrino non aveva funzionato. Mi restava solo da assimilare la sconfitta.
«Va bene, Maia, ho giocato al tuo gioco per un po' di settimane, all'inizio ci sei riuscita bene ma devi sapere che più conosci una persona, più ci parli, più questa ti osserva e ti studia. Io sono una psicologa e questo lo faccio per lavoro, pensavi davvero che sarei caduta nella trappola e che avrei creduto a tutte queste balle?»
«Cosa vuole sapere?» tagliai corto.
«Voglio la verità, qualunque essa sia. Non è con me che dovrai fare i conti»
Feci un cenno con la testa e passai al piano B: collaborare e rendere tutta questa esperienza un superficiale ricordo.
«Con chi hai passato il tempo in ospedale?»
Digrignai i denti.
«Un ragazzo, una bambina e la mia migliore amica»
Continuò a guardarmi facendo cenno di continuare, sapevo perfettamente cosa voleva sapere. Sbuffai innervosita.
«Alec, Alec Casale, ha ventiquattro anni ed è appena uscito di galera. Trovo sempre i migliori, dottoressa»
«È tutto quello che pensi di lui?»
Ripensai alle sue braccia tatuate, i sui bicipiti ben delineati, la sua mascella serrata, il viso spigoloso, gli occhi neri e il sorriso furbo.
«Penso che sia fastidioso»
Alzò le sopracciglia «Però sei arrossita mentre lo dicevi, dunque, ti infastidisce il modo in cui si comporta o il fatto che per qualche motivo ti incuriosisce?»
Sentii le mie guance scaldarsi ma mi imposi di mantenere un'espressione confusa. Dovevo saper affrontare i miei sentimenti a testa alta.
«È indubbiamente un bel ragazzo, ma si dà il caso che io abbia troppe cose di cui preoccuparmi, come il lavoro, mia madre e mio fratello. Lui è un bambino, è un problema fra i piedi di cui non ho bisogno»
Almeno su questo ne ero convinta, lui era davvero il bastone fra le ruote della mia vita.
«Hai diciannove anni, forse dovresti provare a lasciarti un po' andare, non tutti appaiono per quello che sono. L'unico problema potrebbe essere l'età»
Mi accigliai «Posso stare con chi voglio, non è scritto da nessuna parte che mi devo prendere un diciannovenne»
Sorrise «Allora ti interessa»
Iniziai a vedere sfocato assaporando il sapore acre della sconfitta. Sbuffai passandomi una mano sul viso.
«Sarò sincera con lei, se potessi andrei a letto con tutti i ragazzi carini della città e le assicuro che ne trovo sempre molti, ma qualcosa me lo impedisce. Vorrei lasciarmi andare, come dice lei, ma la paura di rimanerci delusa è troppo forte, non ne vale la pena per uno come lui. Se vuole qualcosa se lo deve guadagnare»
La mezz'ora successiva fu straziante, una di quelle mezz'ore che ti tolgono il fiato, che ti lasciano svuotata, con in bocca il sapore salato delle lacrime e quello dolciastro e metallico del sangue.
Lasciai che tutti i miei discorsi contorti fluissero e si dissolvessero nell'aria come non avevano mai fatto, compressi in spazi freddi e polverosi.
Le cicatrici sul mio corpo martoriato avevano ricominciato a bruciare tutte insieme facendomi tremare mentre la donna davanti a me se ne prendeva cura, le apriva e le ricuciva.
Le mie cicatrici bruciavano come la mia anima, bruciavo di voglia di vivere, voglia di cambiare e ricominciare tutto da capo.
Bruciavo dalla testa ai piedi e, uscita dalla stanza, quel corpo tatuato me lo sentivo di nuovo sotto la pelle, nello stomaco e nel sangue.
Salve a tutti!
Come vedete gli aggiornamenti non sono sempre costanti nonostante abbia già molti capitoli "pronti". Cerco sempre di revisionare per tempo ma per un motivo o un altro a volte passano anche dieci giorni dall'ultimo aggiornamento. Sono un disastro, me ne rendo conto.
In ogni caso vi assicuro che i capitoli ci sono e ci saranno.
L'unica cosa che vi chiedo è di lasciare qualche commento (anche le critiche, che fanno sempre bene) e se volete qualche voto. So che non dovrei chiedervi nulla ma il vostro aiuto è indispensabile, non fatelo per me, fatelo per la storia.
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ADESSO CHE NON CI SEI
Roman d'amour(IN CORSO) Maia ha diciannove anni ed è irreparabilmente infelice, non accetta niente della vita in cui è rinchiusa e, come spesso accade ai giovani, ogni occasione è buona per criticare tutto ciò che non va, ignorando l'esistenza del lato positivo...
