Trenta

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Giorno 55
9 Dicembre

MAIA

Ci eravamo messi d'accordo: lui mi avrebbe aspettato fuori vicino alla macchina, io sarei scesa e saremmo andati insieme all'ospedale, nei buchi che riuscivo a ritagliarmi dal lavoro.

Anche quel giorno lui era lì, appoggiato alla mia macchina, con le mani sporche d'inchiostro ficcate nelle tasche, una vecchia felpa verde militare, una delle mie preferite, un cappello di lana nera e il cappuccio tirato su a coprirgli in parte il volto.

Mi avvicinai e lui alzò la testa ammiccando, alzai gli occhi al cielo e gli sganciai un pugno sulla spalla.

«Forza, Don Giovanni, ti si ghiaccerà il cervello se stai lì impalato»

Avvicinò il suo volto al mio per appoggiare le labbra sulla mia guancia.
Sentii le scintille salire su per la schiena e involontariamente avvampai, quello era il primo contatto volto contro volto dopo un po' di tempo. Non mi sarei mai abituata all'effetto del suo corpo che invadeva la mia "zona di sicurezza", annientando la distanza che ci separava.

«Non se ci sei tu a scaldarmi»

«Oh ma che romanticone» lo spinsi all'indietro «Forza, sali in macchina»

Il viaggio, passato in un religioso silenzio, fu brevissimo ma rilassante. Non dovevamo litigare o battibeccare inutilmente e i pensieri rivolti a Sara avevano rapito le menti di entrambi.

Il primo piano, dove era stata trasferita, era tranquillo e molto più accogliente, inoltre avevo cominciato a muovermi con più sicurezza, conoscendo i reparti di quell'ala alla perfezione.

Guardai Mex con la coda dell'occhio mentre accelerava il passo verso la stanza.

Sara sorrise e ci guardò entrare uno dopo l'altro.

«Siete carini, insieme» esordì con voce flebile e impastata.

«Come stai?» chiese Mex cambiando velocemente discorso.

«Benino, la pelle tira in qualche punto ma le cicatrici migliorano e, anche se non sono bellissime, almeno stanno guarendo. Poi lo sai, con la morfina si sta una favola, quando passa però è tutto diverso»

Seguì un minuto di silenzio durante il quale lessi nello sguardo di Mex l'esigenza di trovare una scusa per continuare a parlare, in modo da distrarre la sorella.

«Mex, potresti lasciarci un attimo sole?»

Aggrottò le sopracciglia ma poi annuì piano e, senza dire niente, uscì dalla piccola stanza.

Mi sedetti sulla sedia di plastica e guardai Sara, forse più di quanto voleva essere guardata poiché, infastidita, distolse lo sguardo verso la finestra.

«Non c'è bisogno che tu inizi uno dei tuoi lunghissimi discorsi, Maia»

Iniziai a giocare con la frangetta della sciarpa rossa «Forse invece sì, ti devo delle scuse»

«Non mi devi nulla, so perché hai fatto quello che hai fatto, ho capito, davvero. Proprio per questo penso che sia io a dover parlare con te»

Alzai lo sguardo confusa «Mi dispiace, non capisco»

Sorrise lasciando trasparire un velo di amarezza «Non so cosa succede a mio fratello ma ho un'ipotesi»

«Io c'entro qualcosa?»

«Tu c'entri eccome»

Due settimane fa avrebbe ammiccato, proprio adesso, dopo questa frase. Avrebbe ammiccato per poi sorridere, ma adesso non si muove, la sua espressione non cambia, non prende vita.

«Sono passati tanti anni dall'ultima volta che ho pensato di conoscerlo davvero, ho mancato un sacco di cose della sua vita che nessuno mi farà rivivere, ma sono sempre sua sorella e voglio illudermi che qualcosa lo capisco ancora»

Non capisco, Sara, devi essere più chiara, devi dirlo ad alta voce.

«Lui non sa cosa deve dirti, cosa deve fare con te, è così abituato a recitare la sua parte che non riesce più a capire quando finisce lo spettacolo e inizia la vita vera. E in questa vita vera ci sei tu, Maia, ci sei tu che lo fai andare fuori di testa, ci sei tu che lo tieni sempre sulle spine» abbassò lo sguardo.

«Io non c'ero e non lo so cosa ha passato in questi anni, ma so cosa ha passato quando ancora eravamo una famiglia. Ha paura, Maia. Ha una paura fottuta e non te lo dirà mai»

Ancora non ci siamo Sara, devi impegnarti un po' di più.

«Ti vuole bene, forse più di quanto lo voglia a me e questa cosa lui non la sa controllare, l'hanno cresciuto come una macchina da guerra, una guerra che non è mai stata la sua. Tu l'hai messo in pericolo e lui vorrebbe liberarsi di te ma non ci riesce, non ci riesce mai. Ogni volta pensa di fare la cosa sbagliata e questo non lo fa dormire la notte»

Se continui forse piango, forse crollo, forse mi prende un attacco d'ira o forse sorrido. Ho solo bisogno che tu continui, il resto passa.

«Io lo so che ti piace, lo vedo da come lo guardi mentre è nel suo mondo e pensa a chissà quale stronzata, mentre lui si arrabbia e ti dice cose bruttissime, lo vedo da come stringi gli occhi quando ti sfiora o quando chiudi i pugni e lo lasci sfogare, anche se ti costa molto, anche se ti costa moltissimo»

Questo però non lo puoi dire, questo diritto non te lo potevi prendere.

«Io lo so che fra di voi c'è la scintilla, una scintilla che però non attacca, che non riesce a dare vita al fuoco. Non so chi farà il primo passo, ma uno dei due lo deve fare, prima che sia troppo tardi, per tutti»

Mi pesano addosso come cemento armato le parole che mi hai detto.

È sale, è ferro, è ghiaccio, è vetro in frantumi su cui cammino ad occhi chiusi, fidandomi del calore che sento sulla pelle, dell'aria che soffia via la polvere dal mio corpo.

Fa male dappertutto, fanno male le cicatrici chiuse e le cicatrici aperte, fanno male gli occhi e fanno male le labbra.

Mi fai male, mi fai un sacco male e non te lo dico mai, aspettando il tuo tocco che poi cura tutto, cura gli squarci che mi hai aperto e cura anche quelli che mi hanno aperto gli altri.

Infili un coltello con la punta affilatissima che supera la pelle, lo sterno, le costole, e si muove alla ricerca del cuore senza paura, senza cautela. Strappi via tutto quello che c'è e mi uccidi mentre mi baci, mentre sento il fuoco salire e il sangue scivolare a terra.

Ti sei macchiato del mio sangue e non te ne vergogni e io sono qui che ti aspetto, che mi faccio picchiare e poi ti aspetto.

Sara mi guarda e io non ho parole, io non lo so quello che le devo dire, non lo so quello che vuole vedere.

Le strinsi la mano.

«Forse non è così che deve andare» sussurrai.

Mex rientrò con un bicchiere di carta in mano, lo porse a Sara e lei continuò a guardarmi in quel modo che quasi mi faceva male, anche lei.

Io mi girai verso Mex che si era tolto il cappello e si era tirato su le maniche della felpa fino ai gomiti, abbastanza per mostrare le linee tatuate impresse sulla pelle.

Non siamo pronti, io e te. Non siamo pronti alla tempesta. Ma voglio vedere che succede, se crollo prima io o se crolli prima tu.

ADESSO CHE NON CI SEIDove le storie prendono vita. Scoprilo ora