La stazione di polizia era un viavai continuo. Caleb arrivò puntuale, ma di Joseph non c'era traccia.
«Quello stronzo non solo ci ha licenziati, ci accusa anche del rapimento di sua figlia» disse un uomo sulla quarantina al suo ex collega molto più giovane «ehi, Caleb!» lo salutò.
Caleb fece un semplice cenno della testa e si avvicinò ad Erik. «Dov'è Joseph?».
«Indovina un po'?! La mocciosa ha fatto di nuovo i capricci!» disse tra i denti, per non farsi capire dagli altri intorno a loro.
Sbuffò. «Se mi chiamano, avvisami» andò fuori e si accese la sigaretta. In quel preciso istante vide la sagoma di Joseph che si avvicinava.
«Temevi per un mio ripensamento?» chiese, lanciando uno sguardo all'interno «la tua gatta continua a graffiare. Mi ha morso sul braccio e ho dovuto usare le maniere forti» lo informò.
«Che le hai fatto?» lo fissò truce.
«Ho un colloquio da affrontare. Se lei fosse obbediente, non accadrebbe l'inevitabile» schioccò le labbra, recandosi all'interno, dove lo attendevano per l'interrogatorio.
In quell'istante un poliziotto fece capolino in sala d'attesa.
«Joseph Brown è pregato di seguirmi».
Il ragazzo annuì e, con fare sicuro e composto, seguì l'agente accomodandosi poco dopo in sala.
In seguito, senza farlo attendere troppo, arrivò il tenente Coleman che si sedette di fronte a lui.
«Bene signor Brown. Vorrei informarla che sono domande dovute dalle circostanze» incrociò le mani, poggiandole sul tavolo «dove si trovava il giorno del rapimento, alle ore 14.30?».
«Ero a casa. Avevo bevuto troppo e non volevo mettermi nei guai, standomene in giro» fece una smorfia «sa, quando bevo, tendo ad essere un po' aggressivo» sogghignò.
Coleman alzò un sopracciglio. «Interessante...» fece una pausa, osservandolo «c'è qualcuno che può confermare ciò che lei sta dicendo?».
«Ne dubito! Vivo in una palazzina abbastanza affollata. I vicini, sono per la maggior parte donnacce e ubriaconi. Ognuno fa ciò che vuole, senza dar importanza a chi ha intorno» fece spallucce, poggiando la schiena alla sedia.
«Capisco» si massaggiò il mento ispido «com'erano i suoi rapporti con il signor Morgan? E come ha reagito al licenziamento?».
Fece un mezzo sorriso e guardò l'agente dritto negli occhi. «Prima che agisse alle spalle di noi dipendenti, erano buoni. Io lavoravo, lui sganciava la grana! Poi ha deciso di lasciarci in mezzo ad una strada senza preavviso e, come tutti, ho desiderato spaccargli la faccia» poggiò le braccia sul tavolo, intrecciando le dita.
«Era a conoscenza del fatto che avesse una figlia?».
«Non mi interesso dell'albero genealogico dei miei capi. Mi limito a fare il mio lavoro e basta» afferrò il suo pacchetto di sigarette «le dispiace se fumo?».
Gli indicò il cartello con su scritto 'vietato fumare'. «Adesso le dico io come stanno le cose. Il signor Morgan l'ha licenziata all'improvviso e lei in preda a un raptus, ha deciso di vendicarsi. Così ha fatto passare un po' di tempo, ha rapito la figlia, l'ha portata chissà dove e ha deciso di pretendere un riscatto. Non vuole confermare la mia teoria?».
Joseph lo ascoltò e poco dopo, scoppiò a ridere. «Quindi è così che fate? Decretate voi il verdetto? Chi è innocente e chi è colpevole lo dicidete in base a come la persona reagisce a tali accuse?» si fece serio, avvicinando il busto al tavolo «Mr...» lesse il nome sul distintivo «Mr Coleman, so cosa sta cercando di fare. Quelli come noi fanno gola a quelli come voi. Se non hai un becco di un quattrino, sei automaticamente un assassino o uno stupratore o, in questo caso, un rapitore. Oltre me ci sono altri settantanove operai. Dirà la stessa cosa ad ognuno di loro, fino a quando non troverà quello che più corrisponde al suo sequestratore ideale?» si alzò, sistemando la sedia dove era seduto poco prima «queste non sono domande di routine, tenente! Lei mi sta accusando di aver rapito una ragazza della quale non sapevo nemmeno l'esistenza. Le ho detto come stanno le cose, che lei mi creda o no, poco importa. Ero a casa, ubriaco fradicio. Non ho nient'altro da aggiungere».
«Non osi fare lo sfacciato con me» si alzò, battendo le mani sul tavolo «le consiglio di fare molta attenzione e si tenga sempre disponibile per ulteriori domande future» si sistemò la cravatta «può andare, signor Brown».
«Buona giornata, tenente!» esclamò beffardo, uscendo dalla stanza. Lanciò uno sguardo ai suoi amici, cambiando espressione in volto e divenendo serio.
La polizia proseguì i loro interrogatori e dopo tre persone fu la volta di Erik. Lo fecero accomodare e poco dopo arrivò il tenente.
«Queste sono domande dovute, nessuno la sta accusando» Coleman si mise comodo «dov'era il giorno del rapimento, alle ore 14.30?».
«Ero a casa di Caleb Jones, un altro dipendente di Mr Morgan» rispose, senza indugio.
«Caleb Jones» guardò tra i documenti «voglio che sia il prossimo» disse a un agente «qualcuno può confermare l'alibi?».
Scosse la testa. «È un tipo solitario e, come tale, non ama gente intorno. Vive in una casa indipendente, ben distante da vicini disturbatori» fece spallucce.
«Vedremo...» guardò i documenti che lo riguardavano «leggo che vive con sua madre. Ieri sera gli agenti hanno comunicato con lei...Perché non era in casa ieri sera?».
«Vivo con lei, ma sono abbastanza adulto da poter tornare a casa dopo le 22.00» rispose sarcastico «ero in auto, facevo un giro. Cercavo compagnia...» lo guardò «una compagnia femminile facilmente abbordabile. Credo lei mi abbia inteso!».
«Non voglio sapere...» continuò a sfogliare «perché ha acquistato un vecchio casolare fatiscente a pochi chilometri dal centro della città?».
«Per nascondere il mio tesoro» fece spallucce «ho sempre creduto che, un giorno, sarei diventato ricco. E poi non posso portare le mie conquiste a casa. Non sarebbe rispettoso» susseguì ironico.
«Diventare ricco» fece una pausa, guardandolo fisso negli occhi «magari rapendo la figlia del capo che ti ha licenziato, nascondendola nel tuo casolare e chiedendo un ingente somma di denaro come riscatto».
«Per poi essere scoperto e finire in carcere» proseguì la frase dell'agente «mi facevo più astuto» finse di pensarci su.
«Le conviene non scherzare» lo fissò truce «bene, può andare. Se ne avremo bisogno, la contatteremo nuovamente» si rivolse all'agente «lo accompagni e faccia accomodare il signor Jones, evitando qualsiasi contatto tra i due».
L'agente annuì e accompagnò Erik fuori, chiamando immediatamente Caleb e invitandolo ad entrare in sala.
Il ragazzo si accomodò e attese, guardandosi intorno.
Coleman arrivò da lui dopo circa cinque minuti e si accomodò, osservando per qualche secondo il ragazzo. «Signor Jones, come ho detto ad altri prima di lei, questo sarà un interrogatorio di routine, per escludere un suo possibile coinvolgimento nel rapimento di Chloe Morgan» sfogliò i vari documenti, fermandosi su quello riguardante Caleb «dove si trovava il giorno del rapimento alle 14.30?».
«A casa» disse svogliatamente «con Erik. Quello che avete interrogato prima».
«E ieri sera, invece, dove si trovava signor Jones?» chiese notando il suo atteggiamento disinteressato.
«Ieri sera...ieri sera» ci pensò su «sul terrazzo di casa mia. C'era una gran bella stellata, lo sa?» sorrise.
«Eviti questo atteggiamento sfrontato, le ricordo che è scomparsa la figlia del suo ex titolare e che, proprio lei signor Jones, ha tentato di mettere le mani addosso a Samuel Morgan, il giorno in cui è stato licenziato» lanciò uno sguardo al foglio che aveva davanti «secondo quanto ci è stato riferito, pare che durante il vostro diverbio lei abbia espressamente detto: 'la pagherai cara... Non potrai passarla liscia!'» lo guardò «una frase che non lascia molto all'immaginazione, visto poi quello che è successo. Vuole darmi una sua versione dell'accaduto, mr Jones?» il tenente lo osservò in attesa.
«Sono frasi dettate dalle circostanze. La rabbia è tanta! Chiunque nella mia stessa situazione si sarebbe imbestialito» passò una mano tra i capelli.
«Chiunque, se non fosse scomparsa una ragazza e non ci fosse un tizio a piede libero che chiede nove milioni di dollari di riscatto» ribatté acido «e lei, signor Jones, mi pare abbia tutti i requisiti per essere proprio quel tizio di cui parlo. I tipi solitari non mi sono mai piaciuti!».
Fece spallucce. «Mi arresti pure, se la rabbia è un reato».
«Non lasci la città Mr Jones e rimanga a disposizione degli agenti» gli indicò l'uscita «è libero di andare...Per il momento!» disse irritato, chiudendo il fascicolo.
Sorrise. «Farò come dice!» si alzò «buona giornata, tenente Coleman» uscì dalla stanza.
Erik, per non destare sospetti, tornò a casa poco dopo l'inizio dell'interrogatorio a Caleb.
Joseph, invece, si intrattenne fuori dalla stazione con alcuni ex colleghi, parlando di quanto stava accadendo. Non appena notò Caleb andargli incontro, si avvicinò di conseguenza.
«Sarà meglio dividerci. Va' a dar da mangiare alla tua gattina. A quanto pare ha bisogno di croccantini» gli disse, giocherellando con una sigaretta tra i denti.
«Che cazzo le hai fatto?» sussurrò mantenendo la calma.
«Che cazzo te ne frega? Sei fin troppo indulgente con lei. Visto che ama graffiare, le ho dato una lezione. Deve rispettarci e sottostare al nostro volere. Non può fare la stronza tutto il tempo» ringhiò.
Strinse la mano in un pugno e lo mollò lì. Prese la direzione che portava a casa sua e, non appena si rese conto di non avere nessuno che lo seguisse, deviò. Circa un'ora dopo arrivò al casolare. Coperto il volto, spalancò la porta della stanza di Chloe.
Lei sussultò spaventata, con il volto pieno di lacrime, costretta a stare seduta sul pavimento, con i polsi e le gambe bloccati da due corde. «Vattene, vattene!» urlò, stringendosi su se stessa, non riconoscendo Caleb.
«Sta calma» si piegò e le asciugò le lacrime «non ti faccio nulla».
Riconobbe la sua voce e iniziò a singhiozzare, poggiando la fronte sulla spalla di lui. Senza accorgersene, si sentì immediatamente al sicuro, pur sapendo di non esserlo affatto. La presenza di Caleb, in qualche modo, la rassicurò.
«Lui... Lui mi ha toccata. Io non volevo, gli chiedevo di smetterla ma lui continuava» confessò, continuando a singhiozzare disperata.
«Che ti ha fatto?» riuscì con difficoltà a slegare le corde e la prese in braccio, mettendola sul letto «voglio sapere precisamente cosa ti ha fatto».
Si asciugò le lacrime, mentre esse scendevano senza controllo. «I-io non so cosa voleva farmi... È venuto qui, si è seduto accanto a me, io dormivo. Mi hanno svegliata le sue mani sulle mie gambe» si fermò un istante, faticando a continuare «ho aperto gli occhi e lui ha continuato a tenere le mani sul mio corpo. Più chiedevo di smetterla, più lui mi insultava. Mi ha tenuta per i capelli e io sentivo dolore. A quel punto gli ho tirato un morso sul braccio e ha cambiato atteggiamento. Mi ha schiaffeggiata, spinta per terra e legata» alzò gli occhi verso di lui «respirava in modo affannoso mentre le sue mani erano su di me. Ho avuto paura» si portò le ginocchia al petto, tremante.
«Pezzo di merda» si lasciò sfuggire, ribollendo di rabbia «farò in modo che non ti tocchi più. Adesso riposa, ne hai bisogno. Più tardi ti porterò del cibo, sempre che tu sia disposta a mangiare ciò che cucino io».
«Brucia tutto quello che vuoi. Ho troppa fame per atteggiarmi da snob oggi!» si portò una mano sul viso, sentendosi terribilmente sola e stanca «ti odio ma...grazie. So che non gli permetterai di avvicinarsi ancora» incontrò quegli occhi a lei ormai familiari.
La lasciò senza rispondere. Si sfilò il passamontagna e poggiò le mani sul tavolo, sospirando rumorosamente. Chiuse gli occhi e cercò di placare la rabbia a cui non riusciva a dare un significato. Dopo un po' riscaldò la padella e iniziò a preparare qualcosa. Circa quindici minuti dopo, tornò da lei.
«Lo chef oggi propone un'omelette con prosciutto» posò il piatto accanto a lei «spero che vada bene per la gattina».
«Tendo a prediligere il pesce appena pescato ma...Mi accontenterò» rise appena, addentando con foga l'omelette, scottandosi inevitabilmente «ahi!» la posò nuovamente sul piatto, facendo una smorfia di dolore «cosa sono questi, metodi alternativi per farmi tacere?».
«Mi spiace ma per la prima volta sono innocente» la osservò attentamente «meriti un padre migliore» sussurrò appena.
«Mh?!» lo guardò, con la bocca piena di cibo «dovrei dirti che fa schifo ma...È buona!» susseguì, smettendo di masticare «ti preferisco così. Non puoi semplicemente restare quello che sei in questo momento?».
Spalancò gli occhi. «Che diavolo stai blaterando?» scattò in piedi «non considerarmi tuo amico, perché non lo sono» uscì in fretta e furia dalla stanza e si ritrovò Joseph di fronte a sé «chi cazzo ti ha detto di venire qui?».
«Tranquillo, non mi ha seguito nessuno!» rispose, alzando gli occhi al cielo «che profumino... C'è qualcosa anche per me?».
«Mangiati la tua merda» si allontanò da lui.
«Cosa hai detto?!» gli andò vicino «che cazzo di problemi affliggono la tua miseria esistenza, Caleb Jones?! Cosa c'è, questa situazione ti sta facendo impazzire?» lo provocò.
«Qui l'unico pazzo sei tu!» lo fissò rabbioso «cosa cazzo sei? Un violento? Quella ragazzina ha quasi la metà dei tuoi anni» disse indicando la porta della stanza.
«Oh, ecco cosa ti turba tanto» rise beffardo «è la tua gattina il problema. Cosa c'è, ti disturba se voglio scoparla? La vuoi tutta per te?» lo prese in giro «sai, a volte mi chiedo da che parte stai. Quel pezzo di merda ci ha trattati come stracci vecchi, abbiamo sua figlia e possiamo finalmente vendicarci. Oltre a fotterci i suoi soldi, possiamo fottere anche la pura e candida Chloe».
Lo spintonò improvvisamente, facendolo cadere a terra. «Non ci provare» sbraitò «non siamo né assassini e né violenti. Vogliamo solo cosa ci spetta! Soldi...fottergli i soldi che quello stronzo tanto ama» gli puntò il dito contro «quella ragazzina potrebbe essere tua figlia».
«Vaffanculo!» si rialzò «è solo una troietta capricciosa. Quelle come lei sputano in faccia a quelli come noi!» lo spintonò a sua volta «voglio la mia parte e la voglio al più presto. Se così non sarà, la tua gattina gliela rimando a casa a pezzi!» lo avvertì, con una espressione cattiva in volto. Si recò alla porta e uscì dal casolare, bonfonchiando termini incomprensibili.
«Merda...» scaraventò a terra una sedia e si accasciò sul divano «quella maledetta mi sta facendo perdere la ragione» si accese una sigaretta, fumandola con rabbia.
Erik fece rientro dopo due ore dal litigio tra i due, trovando Caleb in cucina. «Joseph? Si è fatto vivo?» chiese, poggiando delle birre sul tavolo.
«Fanculo Joseph...sta iniziando ad irritarmi la sua presenza» disse facendo zapping «come mai sei qui? Tua madre potrebbe insospettirsi».
«Lei non sospetterebbe mai di suo figlio» lo guardò, passandosi una mano tra i capelli «mi hanno contattato nuovamente gli sbirri un'ora fa. Sono qui per questo... Vogliono ispezionare il casolare».
«C-cosa?» spalancò gli occhi «che significa? Hai detto qualcosa di strano su questo posto?».
«Non sono uno sprovveduto!» ribatté, sentendosi offeso «sapevano già che lo possiedo da anni. Piuttosto, dobbiamo occuparci della mocciosa e di ripulire questo posto».
«Maledizione...questa situazione sta degenerando» spense la tv «rimetti tutto com'era» afferrò un sacco nero e iniziò a gettare le stoviglie sporche «io vado a ripulire la stanza della ragazza» si recò da lei.
«H-ho sete! Ho avuto solo cibo ma niente acqua» gli disse, stringendo a sé il suo orsetto.
Sbuffò rumorosamente e tornò indietro. Afferrò una bottiglietta e un altro sacco e, tornato nella stanza, gliela gettò vicino.
«È il momento delle pulizie. Io e te passeremo una nottata romantica» le sfilò l'orso di mano.
«C-che vuoi dire, cosa succede?!» lo guardò impaurita «ridammi il mio orsetto, cosa c'entra lui?».
«Potrai stringerti a me, se ne avrai bisogno» raccolse le varie coperte, tranne una.
Fece una smorfia di disgusto. «Abbracciare il mio sequestratore? Nemmeno sotto tortura!» lo vide muoversi freneticamente per la stanza, senza capire cosa stesse accadendo. Il timore di essere portata via da quel luogo, per essere condotta chissà dove, la terrorizzò «p-perché stai facendo questo, dove mi portate?» chiese, in preda al panico.
«Lei ha appena vinto una crociera!» chiuse il sacco «non pensavi la stessa cosa questa mattina» disse riferendosi all'affermazione fatta dalla ragazza «alzati!».
«Sei solo un prepotente...» si alzò, fissandolo truce «uno scorbutico, un arrogante» continuò a dire, incrociando le braccia «ero affamata e tu eri più umano e meno animale».
«Miao...» la afferrò per un braccio e, dopo aver ordinato ad Erik di coprirsi, uscì con Chloe «dimmi dove si trova la stanza dietro il muro».
«La che?!» Chloe sgranò gli occhi «no, per favore no! Soffro... Soffro di claustrofobia» disse, mentendo.
Erik la guardò e lanciò uno sguardo a Caleb, indocandogli la parete alle sue spalle. «Spingila affinché non emetta un lieve 'click'. Poi si aprirà e potrai entrare» gli spiegò «vedi di non fare casino mocciosa, non è totalmente insonorizzata» le afferrò il viso «intesi?! Se vuoi rivedere la tua mamma e il tuo cagnolino, vedi di fare la brava bambina o lui, accidentalmente, finirà sotto la mia auto».
Chloe sgranò gli occhi e sentì una stretta al cuore. «Bestie! Voi siete solo bestie» urlò, sentendo la rabbia e la paura aumentare.
Caleb fece come gli fu indicato e una stanza si mostrò ai suoi occhi. «Wow! Ci si può vivere qui dentro» scoppiò a ridere e fece entrare la ragazza «tu fa la brava!» chiuse il muro «io resterò con lei, non preoccuparti! Tu sposta quella libreria davanti all'apertura, per evitare guai!» frugò nel sacco nero e afferrò l'orso «getta questi sacchi lontano da qui».
«Buona fortuna amico! Con quella vicino, ne avrai davvero bisogno» ribatté Erik, afferrando il sacco.
Caleb entrò nella stanza con Chloe e richiuse il muro.
Erik spostò la libreria come gli fu detto e ripulì l'ambiente con la candeggina, cercando di non eliminare polvere e residui di sporcizia negli angoli.
«Potete fare di me anche saponette e bottoni, ma non azzardatevi a toccare Wolf!» gli puntò il dito contro «o giuro che scoprirò chi siete e ve la farò pagare» provò a minacciarlo, pur sapendo di risultare poco credibile.
«Tremo di paura!» disse lanciandole addosso il peluche «se devi andare in bagno, falla nelle mutande» accese una torcia elettrica.
«Tu la farai sui muri, per marcare il territorio?!» ribatté acida, guardandosi intorno «puzza qui dentro. C'è umidità e fa freddo».
«Pure in crociera c'è umidità!» iniziò a sfogliare una rivista «domani la polizia verrà ad ispezionare questo posto. Ti converrà fare la brava, oppure ci saranno dei poliziotti in meno a cercarti».
Spalancò la bocca e restò in silenzio per alcuni secondi. «Perché mi tenete ancora qui?!» chiese, sedendosi accanto a lui «cosa vi ha detto mio padre, quando avrete i vostri soldi?!».
«Dovrebbe pagare al più presto!» la guardò «che c'è? Vuoi dormire stretta stretta a me?».
Gli lanciò un'occhiataccia. «Solitamente è così che conquisti le tue donnacce?» afferrò la sedia e si spostò, posizionandosi in un angolo della stanza «dal momento che resteremo qui dentro insieme e per più di otto ore, cerchiamo di convivere in maniera civile» propose, osservandolo «è da ieri che mi chiedo se tu ti sia mai palesato a me, prima del rapimento. Potresti essere chiunque... Magari il fattorino o il bibliotecario o il tassista» ci pensò su «mio padre risponde male a diverse persone ogni giorno. Una vendetta, prima o poi, era prevedibile».
«Mh...quindi avresti fatto meglio a scappare finché eri in tempo» gettò la rivista a terra «come fai a convivere con quella bestia, non mi è ancora chiaro».
«Mio padre non è una bestia!» rispose irritata «non quanto te, per lo meno» sbuffò, sentendosi offesa «non mi ha mai fatto mancare nulla. Ho una vita agiata grazie a lui».
«Sì, certo» alzò gli occhi al cielo «adesso sarà meglio legarti. Non sia mai che fai qualcosa di sbagliato durante la notte».
Scosse la testa, mettendo le mani davanti. «Ti prego no! Odio essere costretta a non potermi muovere» lo implorò «guardami! Sono la metà di te, cosa vuoi che faccia qui dentro?! Non posso nemmeno provare a scappare» lo guardò con dolcezza.
«Te lo ripeto...con me non attacca» afferrò la corda «girati e metti le braccia dietro».
«A te piacerebbe restare tutta la notte legato?» gli chiese, sentendo le lacrime vicine «perché devi farmi questo? Non vi basta quello che già sto vivendo? Quando tutta questa storia volgerà al termine, ci saranno dei ricordi orribili a perseguitarmi. Risparmiami questa ennesima sofferenza, ti prego» provò a fargli compassione.
«Ascolta, micetta! Non farmi incazzare e non dimenticare quello che hai provato a fare con il mio collega» le ringhiò contro «girati...e non te lo ripeterò un'altra volta».
«'Micetta' ci chiami le tue amichette di giochi, non di certo me!» si voltò furiosa, portandosi le mani dietro «quando tornerò a casa, ti auguro di essere tormentato dai rimorsi finché avrai vita».
«Ci berrò su...con un delizioso champagne» legò per bene i suoi polsi e le mise la coperta sulle spalle «così non mi accuserai di lasciarti al freddo».
«Mi auguro ti vada tutto di traverso e che tu possa sognarmi ogni notte. Ma che non siano sogni piacevoli ma incubi!» sbuffò più volte, muovendosi nervosamente sulla sedia «spiegami come dovrei fare a dormire in queste condizioni?».
«Fatti tuoi» si mise comodo, incrociando le braccia e stendendo le gambe «io sono comodo».
«Mi leghi, ma ti preoccupi che non prenda freddo. Mi lasci digiuna, ma poi cucini per me. Sei sicuramente bipolare oltre che mostro! Dottor Jekyll e Mr Hyde saranno sicuramente tuoi antenati» allungò anche lei le gambe, scivolando leggermente sulla sedia «spero tu non abbia moglie e figli. Saresti un pessimo uomo e padre».
«Se vuoi posso anche bendarti. A parte disturbarmi, mi togli anche ossigeno» chiuse gli occhi «taci, o te la tappo sul serio!».
«Quel passamontagna da un dollaro ti comprime il cervello. Ammesso che tu ne abbia uno!» replicò acida, chiudendo gli occhi anche lei. Si addormentò a fatica, svegliandosi spesso durante la notte, per via della posizione scomoda. Ormai esausta e distrutta per la stanchezza, si lasciò scivolare lungo il pavimento, accucciandosi.
Caleb si sfilò la giacca di pelle e la arrotolò mettendola sotto la testa della ragazza. Poca luce filtrava dal piccolo foro presente nel muro, ma non impedì all'uomo di vegliare il sonno di Chloe.
Lei si mosse appena e inalò il profumo sulla giacca, sentendosi stranamente al sicuro. Non conosceva nulla di quell'uomo, eppure quegli occhi che si sforzavano di apparire cattivi, riflettevano un'anima completamente diversa. Tra i tre, nonostante le circostanze, lui era l'unico che inconsapevolmente stava riuscendo a proteggerla.
«R-resta qui...h-ho paura» sussurrò sfinita, cadendo in un sonno profondo.
Caleb accarezzò i suoi biondi capelli. «Mi dispiace...» sussurrò appena, sistemandosi vicino alla ragazza.
Quella notte, lui la trascorse tra veglia e sonno. Chloe, di tanto in tanto, si lamentava per le braccia indolenzite ma riusciva a riaddormentarsi quasi subito, sentendo la presenza di Caleb accanto a sé.
Il mattino seguente, sarebbe stato per tutti uno dei giorni più difficili da affrontare.

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35 DAYS OF YOU
Romanzi rosa / ChickLitSacramento. California. Samuel Morgan, un ricco uomo spietato, decide improvvisamente di chiudere la sua azienda metalmeccanica vendendola per una cospicua somma e licenziando senza spiegazioni gli ottanta operai. Tre di loro, Caleb Erik e Joseph, o...