Stop.

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Fernando.

Tornare nella propria casa dà sollievo e lascia scivolare le paure, perché sai che qualunque cosa possa accadere, c'è sempre tua madre a pararti la vita come un portiere, avere diciotto anni, essere maggiorenni non vuol dire saper gestire la propria vita senza un aiuto, per una madre un figlio può anche avere trent'anni ma sarà sempre il suo ometto, il suo piccolino.

Proprio come mia madre che oggi mi ha persino preparato cosa indossare...lei mi conosce meglio di tutti, anzi no, nessuno conosce il vero me!

«Mamma io scendo!» Urlo cosi da farmi ascoltare.

Mi dirigo al parco dai miei amici, oggi avevamo appuntamento per giocare a calcio con quel bambino, non ricordo...Fernando.

È da una settimana che sento il cuore battere all'impazzata, ho mal di testa e alcune volte mi manca il respiro, ho paura che mi succeda qualcosa, lo stress porta alcuni pericoli, pericoli che devono essere eliminati.

«Fernando!» Urla Raul da lontano, eh sì non è cambiato, è il solito ragazzo casinista.

«Il bambino è lì, ed è fortissimo!» Dice avvicinandosi a me.

Mi tolgo il giubbino e lo appoggio su una panchina, siamo tutti a mezze maniche, io ho una t-shirt bianca e un pantalone nero di una tuta, Markus mi tira la palla, comincio a correre tenendo davanti al mio piede il pallone, lo tiro verso Raul il quale lancia il pallone in porta... raggiungiamo in poco tempo un punteggio altissimo, non perché in squadra ci fossi io.

Giocare a pallone mi dà modo di correre e con un solo calcio cacciare fuori la mia rabbia, giocare a pallone mi serve per esplorare le mie emozioni e capire ciò che mi trasmette paura. Il bambino con i suoi amici riesce a raggiungerci col punteggio, siamo pareggio... in questo preciso momento tutto è nelle mia mani, comincio a sudare le mani, se lascio vincere questi bambini è solamente per non farli piangere, ma da bambino anche io ogni volta che perdevo una partita piangevo e mai nessuno si è sacrificato per vedere vincere un bambino, e perché dovrei farlo io? Le sconfitte aiutano a crescere.

Raul mi tira la palla, comincio a correre verso la porta, le urla dei bambini, i fischi, Adelaide, Amelina e Daisy che fanno da coro alla partita, la luce del sole, il caldo, i ricordi, Tristan, vincere, il bambino come portiere, le risate, la mia risata, le mie paure, le mie gioie, il mio battito cardiaco, sono quasi vicino alla porta, il mal di testa, un fortissimo mal di testa, tutta la mia vita in un nano secondo si ferma, tutte le mie emozioni vengono bloccate da un solo colore, il buio.

RAUL.

Guardo Fernando raggiungere quasi quel traguardo, comincio ad urlare dalla gioia saltando, mi giro verso Markus urlando di gioia.

«Fernando!» Sento Amelina urlare, mi giro e vedo Fernando cadere a terra come una foglia in autunno, tutto si ferma, tutte le persone trovatesi lì vanno incontro al mio amico, corro verso di lui, mi precipito a terra.

«Oi amico, mi senti? Che succede? Oi Fernando rispondi ti supplico!» Urlo, una lacrima scende dai miei occhi.

«Chiamate i soccorsi, un ragazzo sta male!» Urla una signora, avrà una cinquantina di anni.

Ferdinando?

Ferdi?

Cristo cosa succede?

Riesco solamente a vedere gente correre davanti e tornare indietro, vedo Amelina che va via piangendo, riesco a sentire solamente rumori e urla assordanti, mi sdraio accanto al mio amico, arrivano i soccorsi e decido di entrare io con lui.

Il cuore non riesce a capacitarsi, guardo fuori dal finestrino mentre le lacrime prendono il sopravvento sul mio viso, avere Fernando come amico è stata una salvezza, ti lascia piangere quando ne hai bisogno e ti lascia ridere quando stai piangendo.

Mi accorgo che i soccorsi cominciano a sfrecciare di più, alcune macchine si spostano appunto per far passare noi, vedo tanta gente, ci sono le luci di Natale, in questo paese hanno addobbato in un modo davvero carino, è pieno di luci, c'è un albero gigante con sopra palline giganti, tante persone sono intorno all'albero, c'è folla quasi fuori ad ogni negozio, i soccorsi si fermano, prendono la barella con sopra Fernando e scompaiono nell'ospedale.

Sono fuori qui, ho chiamato la madre di Fernando e la sua reazione è stata a dir poco capace di farmi piangere, mi ha spiegato che avrebbe fatto il prima possibile per venire. La madre di Fernando è una signora d'oro, ha lasciato suo figlio in collegio non perché voleva ma perché doveva, spesso e volentieri alcuni matrimoni si distruggono per questi motivi, ma è cosi forte!

La vedo arrivare di fretta e furia verso di me, con una tuta ed una coda di cavallo.

«Cosa è successo?» Chiede asciugandosi le lacrime.

«Stavamo giocando a pallone, e ad un tratto Fernando ha perso l'equilibrio, è caduto e ha chiuso gli occhi...» Spiego mentre le porgo un fazzoletto.

«Vuoi una sigaretta?» Mi domanda e annuisco, se fumi dimentichi. Le racconto un episodio del collegio per farla sorridere, ma quando stai male non puoi fingere di stare bene, è impossibile.

«I familiari di Ferdinando Brown?» Chiede qualcuno e noi due ci giriamo di scatto, è il dottore, la madre di Fernando diventa bianca in viso e a me cominciano a sudare le mani.

«Si, io sono sua madre!» Risponde la signora.

«Salve, sono il dottore di quest'ospedale, potreste venire nel mio studio?»

«Dottore, sono il suo migliore amico, come sta?» Respiro, sto tenendo duro e non ne posso più, voglio sapere Fernando come sta, mi asciugo le lacrime e butto la sigaretta. Il dottore mi guarda negli occhi e mi appoggia la sua mano su una mia spalla.

«Giovane, la vita è dura» risponde.

Il mio cuore si spezza in mille pezzettini, non posso accettare nulla di negativo, non ce la faccio,  la madre di Ferdinando comincia a piangere.

Cosa significa?

«Ma Ferdinando come sta?» Domando guardandolo.

«Venite nel mio studio, entrambi» aggiunge, lo seguiamo.

Qui nulla promette bene.

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