Prologo

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ELRIS
[12 anni prima]:

Il Bronx non era mai stato un posto sicuro, specialmente per una ragazzina di tredici anni.       Le strade erano piene di rumori, agli angoli erano sempre appostati degli spacciatori, le piccole gang si divertivano a fare casino e i vicini si conoscevano tutti, ma non era un'amicizia calorosa: era più una forma di rispetto reciproco, una questione di sopravvivenza. Nonostante ció quella parte della città era l'unica che offriva case a prezzi accessibili per me e la mia famiglia.

Famiglia poteva essere una parola grossa. Non era la tipica famiglia inglese che si vede nei film, composta da un padre, una madre e dei figli. Nella mia, c'eravamo solo io e la mia nonna. Era una donna forte, ma le sue spalle erano curve dalla vita che aveva vissuto. Aveva combattuto con le unghie e con i denti per poter arrivare ai suoi obiettivi e non si era mai piegata, anche quando il peso della povertà si era fatto insopportabile. Ma nonostante la sua forza, sapevo che i fantasmi del passato la perseguitavano, e che spesso si svegliava nel cuore della notte, spaventata da ricordi che non riusciva a dimenticare.

Mio padre era troppo occupato a bere nei bar di ogni angolo per preoccuparsi di noi. Le sue serate si perdevano tra bottiglie vuote e risate che non sentivo più. Non sapevo nemmeno se avesse mai pensato a me o a come stavo crescendo.
Mia madre ci aveva lasciati quando ero nata, un'ombra che non avevo mai avuto l'opportunità di conoscere. Crescendo, avevo imparato a conviverci, a costruire il mio mondo senza di lei, ma la mancanza di una figura materna si faceva sentire nei momenti più inaspettati.

Le mie amiche a scuola parlavano delle loro famiglie, dei padri che le accompagnavano a danza o a pallavolo, mentre io sorridevo, cercando di nascondere la mia realtà. A volte chiudevo gli occhi e tentavo di immaginare come sarebbe stata la mia vita se le cose fossero andate diversamente. Forse avrei vissuto in una grande villa nei quartieri più belli dell'Inghilterra, avrei trascorso le giornate a imparare dai consigli di mia madre e sarei diventata l'orgoglio di mio padre.

Ma quando riaprivo gli occhi, la verità mi colpiva come un pugno nello stomaco: era solo un'illusione. Le immagini di una vita ideale svanivano, lasciandomi con il vuoto della mia esistenza. Ogni sogno si frantumava di fronte alla realtà cruda, quella di un Bronx che non perdonava e di una vita che non aveva spazio per fantasie.

Ogni giorno partiva e finiva con la stessa routine: mi preparavo per andare a scuola, rimanevo seduta per 6 ore sullo stesso banco, tornavo a casa, aiutavo mia nonna a cucinare, uscivo per la spesa nel negozio di alimentari all'angolo, facevo i compiti, cenavamo e poi andavano a dormire.

Quel giorno sembrava uno come gli altri, ma la realtà si sarebbe presto trasformata in un incubo.

Sembrava tutto tranquillo fino a quando quella serenità venne spezzata dall'entrata improvvisa di alcuni uomini. Mio padre, sorretto da due di loro, si presentò sulla soglia come un fantasma pallido e tremante, i suoi occhi incavati rivelavano il terrore che si celava dietro la sua facciata burbera.

La prima a reagire fu mia nonna, che scattò come una molla dalla sua sedia, mettendosi davanti a me come uno scudo. "Che diavolo sta succedendo?" chiese con voce tremante, puntando il suo sguardo spaventato verso il figlio.

Quella sera, per la prima volta, il suo volto non era il viso ubriaco che conoscevamo, ma piuttosto quello di un uomo colpito dalla realtà delle sue scelte. La paura si leggeva in ogni linea del suo viso, mentre gli uomini che lo accompagnavano si limitarono a rimanere in silenzio, come predatori in attesa della loro preda.

"Mamma, ti prego..." iniziò a dire mio padre, ma la sua voce si spense nell'aria pesante. "Non sapevo cosa fare... i debiti... hanno minacciato di farci del male. Ho fatto un accordo. Non ho avuto scelta!"

Il mio cuore si fermò per un attimo. Le parole di mio padre affondarono come un macigno nel mio stomaco. "Un accordo? Di che tipo?" la mia voce tremava, ma cercavo di rimanere calma.

"Non è come pensi! Non ti faranno del male!" provò a rassicurarmi, ma le sue parole suonavano come una menzogna, un disperato tentativo di giustificare l'ingiustificabile.

Le mani di mia nonna si strinsero in un pugno, mentre il suo sguardo si faceva sempre più cupo. "Cosa hai fatto, Michael?" chiese, la sua voce ora un sussurro pieno di orrore. Gli uomini che stavano in attesa dietro di lui avanzarono di un passo, e io sentii il mio respiro farsi affannoso.

"Ho fatto uno scambio" la voce di mio padre si interruppe, come se pronunciare la verità fosse un atto di tradimento. "Lei al posto della nostra vita"

A quel punto, un uomo con un sorriso malvagio si fece avanti, mostrando i denti in un modo che non prometteva nulla di buono. "Siamo qui per prendere quello che è nostro e portarlo in Russia con noi" disse, la sua voce bassa e minacciosa.

"No! Non può essere vero!" urlai, ma le mie parole si perdevano in un abisso di impotenza.

Le cose accaddero in un attimo. Mia nonna si oppose, bloccando il passaggio. "Non la porterete via!" la sua determinazione brillava come un faro in mezzo all'oscurità. Ma gli uomini, brutali e senza scrupoli, la strattonarono via, lasciando il suo grido di dolore a rimbombare nel mio cuore.

Cercai di allontanarmi il più velocemente possibile ma non riuscì ad andare lontano, cominciai a dimenarmi tra le braccia dell'uomo ma invece di allentarle questo apparve stringerle ancora di più spezzandomi il respiro

Vidi mia nonna urlare contro mio padre e cercare di avanzare nuovamente verso di me, ma riuscì a fare un passo prima che il suono di uno sparo si propagasse per tutta la stanza

Una scarica di adrenalina attraversò il mio corpo mentre mi voltai, il terrore che mi attanagliava. L'uomo che mi teneva in pugno si irrigidì, i suoi occhi si spalancarono.

Il mondo attorno a me si trasformò in un caos. Le urla si mescolavano al rumore di passi pesanti, e i miei pensieri si affollavano di panico. Mia nonna, il suo corpo ora immobile, giaceva sul pavimento, e io non potevo credere a quello che stava succedendo. Le lacrime mi bruciarono gli occhi mentre un'ondata di impotenza mi travolgeva.

Da quel momento in poi non ricordo altro, non ricordo il momento in cui mi portarono via da casa, il momento in cui prendemmo un aereo o quando mi sedarono.

Mi risvegliai in quello che presupponevo fosse una cella: gelida e sporca, con il fetore della umidità che impregnava l'aria. Le pareti erano di cemento grezzo, e un piccolo spiraglio di luce filtrava attraverso una grata arrugginita.

I giorni si trasformarono in settimane di tormento, un susseguirsi interminabile di torture fisiche e mentali. Le notti erano popolate da incubi e grida lontane, mentre il mio spirito lottava disperatamente per resistere a quel baratro di dolore. Ogni colpo ricevuto, ogni umiliazione subita, era una ferita non solo sul corpo, ma sull'anima. Tuttavia, in mezzo a quell'oscurità, coltivai un'unica idea: vendetta.

Ogni lacrima versata diventava un seme di determinazione, ogni ferita un promemoria della mia forza interiore. Non sarei stata una vittima silenziosa; avrei trovato il modo di lottare, di trasformare il dolore in potere. Iniziai a pianificare la mia fuga, a studiare i miei carcerieri, a cogliere ogni occasione. La vendetta non era più un pensiero distante; era diventata la mia ossessione, il mio unico obiettivo.

La cella, per quanto opprimente, non poteva soffocare la fiamma che ardeva dentro di me. E così, mentre il tempo si dilatava in quel luogo di prigionia, il mio spirito si rinforzava, pronto a esplodere nel momento giusto. La mia storia non si sarebbe conclusa qui; era solo l'inizio di un cammino verso la libertà e la giustizia.

𝕯𝖆𝖓𝖌𝖊𝖗𝖔𝖚𝖘 𝖌𝖆𝖒𝖊𝖘Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora