Ci sono io

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ALESSANDRO

Sono passati quattro giorni da quando Elris mi aveva chiamato e solo due da quando si era presentata a casa nostra.

Era arrivata all'improvviso, con un trolley logoro e uno zainetto che stringeva al petto come se dentro ci fosse l'unica cosa che le importasse davvero. Non permetteva a nessuno di sfiorarlo. Ricordo ancora la reazione furiosa che ebbe quando una delle cameriere, per sbaglio, provò a spostarlo: le urla avevano riecheggiato per tutta la casa e il giorno dopo il corpo senza vita della donna era stato ritrovato in una delle stanze del piano interrato.

Mia madre aveva provato a parlarle, così come avevo fatto io, ma non aveva mai detto nulla. Mio padre invece tendeva a fissarla da lontano e se non lo conoscessi così bene avrei quasi pensato che stesse cercando di mantenere le distanze per paura.

Elris era diversa. Drammaticamente diversa. L'ultima volta che l'avevo vista, sembrava solo stanca e incazzata con il mondo. Ora invece sembrava consumata. Le spalle ossute sporgevano dalla maglia troppo larga, le costole marcate le tendevano la pelle sottile come carta, e i suoi occhi... quegli occhi grigi erano vuoti, opachi, perduti in un abisso che non riuscivo a comprendere.
Ma non era solo l'aspetto fisico ad essere cambiato. C'era qualcosa di disturbante nel suo comportamento. Rideva, spesso e senza motivo, con una risata stridula che gelava il sangue. Parlava sottovoce con qualcuno che non c'era, sussurrava frasi spezzate e, a tratti, si fermava di colpo per ascoltare silenzi che solo lei sembrava udire.

E poi c'era quella frase. La ripeteva come un mantra, tra una risata e l'altra: "Presto sarà finita. Il coltello sa aspettare... ma non per sempre."

Pensavo si riferisse ai russi ma c'era qualcosa di più me lo sentivo, forse per il fatto che non avesse mai nominato il ragazzo con il quale si era presentata alla festa di capodanno o perché non aveva più contatti con la gente della sua zona.

Avevo deciso di darle spazio e di non parlarle del piano che avevo pianificato fin dal giorno in cui le avevo proposto di collaborare. Non era il momento giusto. Elris era troppo instabile, troppo imprevedibile. Così, nel frattempo, passavo le mie giornate a risolvere alcune questioni per mio padre e a distrarmi con i miei amici.

È per questo che ora mi trovo in uno dei locali di famiglia e non a casa. La musica rimbombava nei muri, le luci stroboscopiche tagliavano l'aria densa di fumo e alcool, e il vociare della gente riempiva ogni spazio vuoto. Mi ero sistemato su uno dei divanetti in pelle nera, circondato dai soliti volti noti, mentre sul tavolo si accumulavano bicchieri mezzi pieni e sigarette spente.

"Ci porti la migliore bottiglia di tequila del locale. Può mettere il conto sulla mia carta," disse Andrea, ammiccando alla cameriera con un sorriso sfacciato.

Lei arrossì leggermente prima di allontanarsi. Andrea era sempre stato così: arrogante, sicuro di sé e abituato a ottenere ciò che voleva. Era uno dei miei amici più stretti, non tanto per scelta quanto per circostanza. Siamo cresciuti insieme. Suo padre era uno degli uomini più fidati del mio e, di conseguenza, le nostre vite erano sempre state intrecciate. Aveva due anni più di me, ma la differenza d'età era sempre sembrata irrilevante, specialmente quando si trattava di divertirsi.

"Dovresti rilassarti di più," disse Andrea, versandomi un drink. "Non sei più come una volta"

"Solo un po' stanco," mentii, portando il bicchiere alle labbra lasciando che l'alcol mi infiammasse la gola

"Stanco? Fratello, siamo appena all'inizio della serata!" scoppiò a ridere, alzando il bicchiere per brindare richiamando gli altri

Riccardo si avvicinò al tavolo proprio mentre la cameriera posava la bottiglia che avevamo ordinato. Con gesti rapidi, tolse il sigillo e iniziò a riempire i bicchieri di tutti.

𝕯𝖆𝖓𝖌𝖊𝖗𝖔𝖚𝖘 𝖌𝖆𝖒𝖊𝖘Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora