Sei insopportabile

74 9 4
                                        

ELRIS

Ho sempre odiato viaggiare. Forse perché il mio primo viaggio, quello che mi ha portata per la prima volta fuori dai confini del mio paese, è stato un incubo. Insomma ero stata legata, chiusa chissà dove, e soprattutto sedata.

In realtà, però, non l'ho mai percepito come un vero problema. Ho sempre preferito rimanere nel Bronx, a osservare che tutto andasse esattamente come avevo programmato, e a vigilare che nessuno potesse approfittarne. Se dovevo concludere affari con leader di altre città, mandavo i miei uomini o li facevo venire da me. Così funzionava, ed era sempre andata bene.

Questa volta, però, non avevo scelta. Dovevo andare in Italia, e lo dovevo fare personalmente. Controvoglia, certo, ma dovevo cercare tutte le risorse possibili per ottenere aiuto. Il fatto che quell'aiuto dovesse arrivare da persone che, almeno sulla carta, erano i miei parenti non rendeva la cosa più piacevole.

"Non ho mai visitato Roma, anzi, a dire il vero non sono mai andato in Italia," disse la persona seduta vicino a me

Feci un respiro profondo e distolsi lo sguardo dall'oblò dell'aereo. Ero partita questa mattina, all'alba, portando con me solo una piccola valigia e informando soltanto Bethany e le persone strettamente necessarie.

Non volevo che nessuno venisse con me peccato che uno di loro faticava molto a seguire i miei ordini, e ora me lo ritrovavo nel sedile vicino al mio mentre cercava goffamente di sistemare le sue gambe troppo lunghe nello spazio angusto dell'aereo, facendo muovere il sedile ogni due minuti.

"Zade, piantala di muoverti," sbottai, lanciandogli un'occhiata irritata.

Lui sollevò lo sguardo, un sorriso divertito stampato in faccia. "Non è colpa mia se costruiscono questi sedili per persone alte un metro e cinquanta," ribatté con tono disinvolto, continuando però a cercare una posizione comoda.

Sospirai e decisi di ignorarlo, concentrandomi invece sui miei pensieri. Il viaggio era appena iniziato, e avevo già la sensazione che sarebbe stato più lungo e complicato del previsto.

"Come ti senti all'idea di rivedere tua madre?" chiese Zade, una volta riuscito finalmente a sistemarsi.

"Non lo so," risposi, senza guardarlo. "A dire il vero, non sento nulla. Ho conosciuto quella donna qualche giorno fa, per me è solo un'estranea."

Zade rimase in silenzio per qualche istante, come se stesse valutando le mie parole. Poi, con la sua solita disinvoltura, disse: "Beh, è un'estranea per cui stai volando fino in Italia. Deve contare qualcosa, no?"

"Non è così semplice," ribattei, stringendo le braccia al petto. "Non è mai stato semplice."

Lui annuì, per una volta senza fare battute. "Già, immagino di no." Poi tornò a guardare fuori dal finestrino, lasciandomi immersa nei miei pensieri.

La verità era che non sapevo cosa provare. Mia madre — quella parola mi suonava ancora strana — era una figura che avevo sempre immaginato, ma mai conosciuto davvero. Crescendo, avevo imparato a non aspettarmi nulla dagli altri, a costruirmi da sola ciò di cui avevo bisogno. E ora, trovarmi costretta a cercare un legame con qualcuno che aveva scelto di abbandonarmi non era solo difficile: era insopportabile.

"quindi, qual è il piano?" chiese, aprendo la lattina che aveva preso dal carrello che passava con un clic secco.

"Il piano?" lo guardai, irritata. "Non ho un piano. Arrivo, vedo cosa vogliono, e poi decido."

Lui sollevò un sopracciglio. "Elris senza un piano? Non ci credo. Tu hai sempre un piano."

"Questa volta no," ammisi

𝕯𝖆𝖓𝖌𝖊𝖗𝖔𝖚𝖘 𝖌𝖆𝖒𝖊𝖘Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora