ELRIS
Di emozioni forti ne avevo avute veramente poche. Rabbia, vendetta, fastidio... di solito erano questi i sentimenti che invadevano la mia mente, ma ultimamente anche questi sembravano svanire nel nulla. Mi sentivo in uno stato di trance, un vuoto totale che mi pervadeva. La mia mente, come un foglio bianco, non riusciva più a concentrarsi su nulla.
L'apatia si era trasformata in una compagna fedele, una sensazione di distacco che mi rendeva impermeabile a qualsiasi forma di passione o turbamento. Non avevo più bisogno di combattere, né di vincere né di perdere. Non esistevano più sfide o motivazioni. Ogni cosa che prima mi aveva smosso, che mi aveva acceso o fatto battere il cuore, ora era solo un'eco lontano, quasi irriconoscibile. La mia vita, come la percepivo ora, era diventata una lunga e silenziosa attesa. Ma attendevo cosa, esattamente? Quella sensazione di galleggiare nell'infinito, senza radici, senza direzione, iniziava a essere più pesante di quanto avessi mai immaginato. Non riuscivo a scacciare l'idea che qualcosa fosse cambiato dentro di me, qualcosa che non potevo più ignorare, eppure non ero capace di afferrarlo.
Erano sempre stati l'odio e la sete di vendetta a mandare avanti la mia vita, il sogno di una redenzione mai raggiunta e il desiderio insopprimibile di trovare una pace che sembrava sempre sfuggire. Ma ora... ora non avevo più nulla. Mi ero prefissata un obiettivo, un cammino da seguire, un motivo per alzarmi ogni mattina e affrontare il mondo. Ma dopo la crisi con Alessandro, tutto era svanito.
Quel senso di scopo che avevo costruito attorno a me era crollato, come un castello di carte, e con esso la mia intera esistenza sembrava perdere significato. Mi ero sentita così patetica, fragile. Mi ero lasciata sopraffare, avevo ceduto in un momento di debolezza, come se fossi stata un filo sottile teso troppo a lungo, che alla fine non aveva più retto. Crollare era stato inevitabile. Eppure... non avrei mai dovuto farlo. Non avrei mai dovuto permettermi di essere così vulnerabile. Avevo sempre creduto di essere più forte di questo, di poter sopportare qualsiasi tempesta senza piegarmi. Eppure, quando lui mi aveva guardato con quegli occhi pieni di dolcezza e paura, quando la realtà mi aveva colpito con una forza inaspettata, avevo ceduto.
Dopo quel giorno rimasi chiusa in camera, con le tende tirate e il mondo all'esterno che sembrava lontano anni luce. Non permettevo a nessuno di entrare, né di parlarmi. Mi ero nuovamente ritirata in me stessa, avvolta nel buio della mia solitudine, dove solo le solite voci continuavano a rimbombare nella mia mente. Era inutile combattere contro di loro; ormai sapevo che non mi avrebbero mai abbandonata. Non smettevano di giudicarmi, di sussurrarmi che ero debole, che avevo fallito. Ogni tanto cercavano anche di incitarmi, di spingermi a fare qualcosa, a uccidere. Ma ormai ignoravo anche quelle parole, che non facevano altro che risuonare nel vuoto.
Alessandro e Cora avevano più volte cercato di convincermi a uscire, a fare qualcosa di diverso, a non lasciarmi consumare da tutto questo. Mi dicevano che stavo "ammuffendo" sul mio letto, come se la mia esistenza fosse ridotta a un corpo senza scopo. Ma io non gli avevo dato nemmeno la decenza di rispondere. Le loro voci erano come un rumore di fondo, inutili, fastidiose. In quel momento, la loro preoccupazione mi sembrava solo una forma di invasione, un tentativo di tirarmi fuori da una condizione che mi ero scelta, forse per paura di affrontare davvero ciò che stava accadendo dentro di me.
L'idea di uscire, di confrontarmi con il mondo, mi faceva tremare. Perché, in fondo, avevo paura. Paura di non essere più la persona che ero stata. Paura di dover affrontare gli altri e mostrar loro quanto fossi cambiata, quanto fossi fragile. La verità era che avevo paura di vedere me stessa per quello che ero diventata: un essere svuotato, incapace di sentire, incapace di sperare.
Eppure, nonostante il mio rifiuto, la solitudine stava iniziando a pesare. Ogni giorno che passava, la stanza in cui mi rinchiudevo sembrava stringersi sempre più, come se il buio in cui mi ero immersa volesse inghiottirmi del tutto. Una sensazione che iniziai a riconoscere, qualcosa di simile alla disperazione, ma che preferivo ignorare. Non volevo affrontarla, non ero pronta.
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𝕯𝖆𝖓𝖌𝖊𝖗𝖔𝖚𝖘 𝖌𝖆𝖒𝖊𝖘
RomanceRicordatevi che c'è qualcosa di più pericoloso in questo mondo di un uomo umiliato, una donna cattiva Nel cuore pulsante del Bronx, tra le strade affollate e i vicoli scarsamente illuminati, si cela un mondo di sfide e opportunità, di speranze e tra...
