Russi

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ELRIS:

La prima cosa che percepii ancor prima di aprire gli occhi era il forte odore di muffa, era così intenso da rivoltarmi lo stomaco, e per non parlare dell'aria gelida che mi stava provocando i brividi lungo le braccia.

Il mio primo istinto fu quello di passarmi le mani sulle braccia per riscaldarmi ma appena provai a sollevarle queste rimasero bloccate

Ma che diavolo

Ancora con gli occhi chiusi provai a muoverle ma sia queste che le mani rimasero incollate dov'erano, che poi dove diavolo ero io!

Con tutte l'energia che mi era rimasta in corpo cercai di aprire le palpebre e dopo qualche istante di difficoltà ci riuscii, peccato che la prima cosa che vidi fu solo buio.

Potevo percepire ora che ero ritornata vigile che ero legata su una sedia, nella stanza in cui mi trovavo non provenivano altri rumori quindi dovevo essere sola, e soprattutto per l'aria così gelida e le gocce d'acqua che cadevano da qualche parte dovevo trovarmi in qualche sotterraneo.

Poi, uno spiraglio di luce mi fece ricredere. C'era una piccola finestra in alto, coperta da un lenzuolo. Non ero sotto terra, quindi, forse a un piano superiore. Socchiusi gli occhi e, a fatica, riuscii a mettere a fuoco qualche dettaglio:

Pareti grigie, spoglie, fatte apposta per soffocare qualsiasi bagliore. La sagoma di un letto. Un comodino. E poi...

NO

Il cuore mi mancò un battito. No, non può essere vero. Non deve essere vero!

Lì, appoggiata con cura quasi beffarda, c'era una bambola. La mia bambola. Quella che mi avevano dato da bambina come ricompensa per aver eseguito il primo ordine. L'avevo abbandonata tempo fa, nella vecchia stanza che avevo giurato di dimenticare.

La consapevolezza di dove mi trovassi mi piombò addosso come un macigno. Presa dal panico e dalla disperazione, cominciai a divincolarmi furiosamente, sperando almeno di allentare le corde. Ma l'unico risultato fu un misero scricchiolio del legno sotto di me.

«Maledizione!» urlai, frustrata. La sedia era inchiodata al pavimento.

«È inutile che ti sforzi. Così consumerai solo l'energia che ti resta.»

La porta si aprì di colpo. Una voce fredda e familiare interruppe i miei tentativi, prosciugando tutta la saliva che avevo in bocca.

Alzai di scatto la testa sbarrando gli occhi. Sullo stipite comparvero tre figure. Indossavano tutti la stessa uniforme inquietante: felpe nere con il cappuccio alzato, pantaloni scuri, muscoli scolpiti messi in mostra da magliette lasciate aperte sul petto tatuato. Disegni intricati e aggressivi correvano lungo le braccia, fino alle mani, come catene incise nella carne.

Ma furono le maschere a gelarmi il sangue.
Teschi deformati, anneriti, con orbite vuote che parevano scrutarmi nel profondo. Digrignavano denti finti ma talmente realistici da sembrare veri, come se mi stessero mostrando la mia condanna.

Li fissai, e il fiato mi si bloccò in gola. In quell'attimo capii. Non c'era bisogno di vederli in volto: sapevo chi fossero. Ogni dettaglio del loro modo di muoversi, di respirare, persino la loro presenza nella stanza, mi riportava indietro a ricordi che avevo tentato di seppellire.

Avanzarono insieme, in silenzio, come un branco di predatori coordinati. Ogni passo faceva scricchiolare le assi del pavimento, scandendo il mio terrore come un metronomo inesorabile.

«Ci rivediamo» disse il primo, facendo un passo verso di me.

La sua voce era bassa, roca, intrisa di una sicurezza quasi fastidiosa. E nonostante la maschera, potevo immaginare il ghigno che gli stava deformando il volto.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Oct 01, 2025 ⏰

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