Una strana tipa

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Comincerò descrivendo unaragazza che – purtroppo – conosco molto bene.

Le piaceva camminare in quello che definiva un mondo bianco e verde, in mezzo al tramestio dei passi marmorei mescolato all'odore dei disinfettanti. Quel giorno però aveva deciso di non guardarsi attorno; soltanto il soffitto bianco scorreva sotto i suoi occhi, tanto che più di una persona, incrociando la sua strada, dovette ammonirla.

«Ehi, tu, guarda dove metti i piedi!»

Continuò a zigzagare in quella maniera, finché lo spigolo alto di una porta di ferro si profilò all'orizzonte: l'ascensore. Lo raggiunse, procedendo a tentoni.

«Perché cammini a testa insu?» Nella fila dei numeri in alto, era illuminato il 5. Tastò ilmuro accanto alla porta, trovò i pulsanti e li premette più di unavolta, a caso. «Dico a te, ragazzina; perché cammini a testa insu?»

Finalmente, avuto ilpretesto di guardare ad altezza d'uomo, il suo collo si rilassòper un momento. Una donna sulla trentina, i capelli corti e neri, laosservava incuriosita da dietro grosse lenti rotonde.

«È una specie diesperimento. Voglio capire come vede l'ospedale un pazientetrasportato in barella.»

L'infermierala squadrò perplessa. "Questa è uscita dall'ospedalepsichiatrico, oppure è una candid camera. O forse questaconversazione è frutto della mia mente affaticata".

Ma eccosquillare la campanella dell'ascensore. Dopo un sorriso di congedo,la ragazza entrò e la porta automatica si richiuse mentre ancorasorrideva. Poco dopo la porta si aprì, e di nuovo comparve laragazzina, che strabuzzò gli occhi dallo stupore.

«Anche tu qui? Sei arrivataal secondo piano prima di questo trabiccolo!»

L'infermierale lanciò un'occhiata interrogativa, mentre l'uscio si richiudeva.

«Che razza di ascensore!Deve per forza aprirsi a tutti i piani?» protestò la ragazzarivolta a se stessa. Poi fissò il pulsante che aveva ripetutamentepremuto, circondato da un cerchiolino luminoso. Il piano peggiore èsempre il settimo.

Rivolse uno sguardo intorno:un cubicolo ampio, di ferro, silenzioso, sfiorato solo lievemente dairumori esterni. Pareva così immobile nello spazio profondo...

«Comandante, operazione di lancio in corso» comunicò, attraverso l'interfono.

«Decompressione effettuata» le risposero dalla griglia, «pronti per l'accensione».

«Pronti!» replicò lei. Poi lo sguardo le cadde verso il basso, su qualcosa di sospetto. «Oh no!» gemette. «Abbiamo un problema, sala di controllo! Una piccola falla non identificata sul portellone. Dev'essere un sabotaggio, prima non c'era!»

«Cosa?!Puoi descriverla?»

«È una scorticatura, proprio al livello della giuntura inferiore. Pensate che possa cedere?»

«Zzzz...en... zzz... ac... zzz...»

«Sala di controllo! Rispondete! Cosa cazzo succede?»

La griglia emise solo ronzii confusi.

«Sala di controllo! Sala di controllo! Annullate tutto! Fermate la navicella!»

Nessuna risposta.

«Aaaaaaaaargh!»

Lo sportello si spalancò di colpo; un secondo soltanto e lo spazio l'avrebbe risucchiata disintegrandola all'istante...

Ma davanti a lei lo spazio era verde e immobile, completamente silenzioso. Lo squadrò per un momento, ancora avvinghiata alle pareti; poi balzò in piedi come se nulla fosse e varcò la soglia. Un infermiere, che si era avvicinato all'ascensore per verificare l'origine di quello strano suono, vide uscire una giovane molto tranquilla che gli sorrise in modo sfrontato. La seguì con lo sguardo. "Forse quell'urlo è stato il frutto della mia mente affaticata", pensò.

Migliaia di porte si aprivano su quella strada verde, lucida e infinita sulla quale lei procedeva. Magari non sarebbe arrivata da nessuna parte. E forse sarebbe stato meglio così, camminare e camminare all'infinito, senza aver bisogno di nulla. Ma l'utopia era troppo azzardata, bisognava affrontare la realtà, tutte quelle porte che si aprivano ei fievoli ruscelli tormentosi che ne sgorgavano. Non poteva chiudere né occhi né orecchie: la realtà era quella che era.


Chissà perché faceva tutto questo. Non per empatia. Non per altruismo. Era per lei, lo sapeva, l'aveva finalmente capito. Sulla superficie del suo specchio d'acqua immacolato navigava una barchetta piena di brame e di buoni propositi. Ma appena sotto le onde aleggiava quella voglia subacquea, irresistibile, di sbattere con violenza contro la realtà, di strofinarcisi contro e di marchiarsi a fuoco. Non era importante il tipo di marchio, se bello come un tatuaggio o sgraziato come quello delle bestie; l'essenziale era che fosse autentico. Era per quello che si metteva sempre nei guai? Era per quello che, più volte, l'aveva scampata bella nel senso viscerale della frase?

Ma ancora più sotto, nella buia profondità oceanica, si celava un altro segreto. Una sorta di bisogno espiatorio nebbioso e remoto, tanto da parere inverosimile. Non ne conosceva la colpa. La rinnegava. Ma poi se la ritrovava lì di nuovo, pacifica eppure fastidiosa. Come uno sconosciuto che dorme sul tuo letto anche se tu non hai sonno.


Si diresse meccanicamente verso una porta aperta.

Salutò il dottore, che poco dopo levò le tende, e sedette accanto al letto pronta al subisso di aggressioni verbali, lamentele e imprecazioni rabbiose da parte della donna sepolta tra le lenzuola, con gli occhi semichiusi, la testa nuda.

La ragazza non faceva una piega, nonostante la brusca accoglienza di quella voce rauca. Quel giorno voleva portare a discussione l'argomento: "secondo alcuni medici il buon umore fa miracoli anche per le malattie gravi."

«Miracoli?! Bambinastupida, credi ancora ai miracoli?»

«Ma certo che no,ovviamente è un eufemismo, a intendere...»

«A intendere che i medicisono tutti cretini e dicono solo scemenze!»

«Dicevano così anche quando uno di loro ha scoperto la penicillina. Ma era un medico? Oddio!»

«Lo sai cosa intendo, bambina, non venire a raccontarmi stronzate!»

La discussione proseguì a quel modo, tra i tentativi di una di convalidare scientificamente lasua tesi e le sprezzanti repliche dell'altra. Finché dalla porta sbucò un camice bianco.

«Tempo scaduto, mi spiace, è ora dell'iniezione.»

«Fattela tu, dottore» borbottò la donna, sottovoce. La ragazza ebbe un improvviso scoppio di risa.

«Ma che ridi, marmocchia?!»sbottò l'inferma.

«È divertente! A me piacciono queste battute!»

«Forse faccio in tempo a vederti ricoverata nel mio stesso ospedale.»

La donna era seria, ma la fanciulla scoppiò a ridere più forte, blaterando:

«Hai ragione, lo credo anch'io!»

Il dottore e la donna si guardarono. Poi questa parlò di nuovo.

«Ora te ne vai a casa, vero, marmocchia?»


«Non ancora» rispose lei, tirando su col naso. «Ho altre undici visite...»

Le Fronde del SaliceLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora