"Che illusione chiarirsi
con le parole"
MARGOT
Frederick non mi esce dalla testa mentre guido.
È come un peso caldo dietro lo sterno, qualcosa che pulsa e non trova pace.
Continuo a rivederlo con quel foglio tra le mani, il modo in cui gli è scivolato via come se non avesse più forza nelle dita. Penso al suo sguardo quando mi ha chiesto una seconda possibilità, a quanto fosse nudo in quel momento e a quanto io mi sia sentita vigliacca nel non riuscire a rispondergli. Non perché non lo ami ma proprio per quello. Perché l'amore quando è vero non concede risposte facili.
Mi chiedo se Luke sia già arrivato da lui, se Frederick abbia parlato o se si sia chiuso di nuovo nel suo silenzio ordinato. L'idea di lasciarlo solo in quello stato mi fa stringere le mani sul manubrio fino a farmi male. Ogni semaforo rosso è un affronto, ogni secondo che passa una colpa nuova che si aggiunge alle altre.
La strada verso casa di mio padre non la conosco bene la ricordo a malapena dall'ultima volta che sono scappata. È una memoria che non si è del tutto sbiadita...
Le case diventano più distanti tra loro, il verde più curato, l'aria più immobile. È un quartiere che profuma di scelte giuste e compromessi fatti in tempo, l'esatto opposto del caos che mi porto dentro.
Parcheggio senza badare troppo all'allineamento e resto sulla sella per qualche secondo con il motore acceso. Il rombo mi calma appena, poi lo spengo e il silenzio mi cade addosso come una sentenza. Scendo e mi avvicino al vialetto.
Non ho avvisato.
Non ho chiamato.
Non potevo farlo...alcune verità hanno bisogno dell'effetto sorpresa per uscire allo scoperto.
Suono il campanello e aspetto. Un'attesa breve ma carica, di quelle che sembrano allungarsi solo per farti dubitare della tua decisione. Quando la porta si apre e lo vedo, mio padre resta immobile un istante di troppo.
Chiamarlo mio padre fa ancora strano.
Eppure é questo che é, mio padre biologico.
Nei suoi occhi, uguali ai miei, passa qualcosa che non riconosco subito. Non stupore ma qualcosa di diverso.
Si fa da parte senza dire niente e io entro, respirando quell'odore di casa che mi stringe il cuore.
Tutto è ordinato, ogni cosa al suo posto, come se l'ordine potesse tenere lontano il dolore. Chiude la porta alle mie spalle e solo allora parla.
«Margot» dice, con una voce che cerca la normalità e non la trova, non é arrabbiato anzi sembra quasi sollevato nel vedermi. «Non ti aspettavo.»
«Lo so» rispondo, senza togliermi la giacca. «È per questo che sono qui.»
Ci sediamo in salotto ma non c'è vera comodità tra noi. Io sono rigida sul bordo del divano, lui sulla poltrona di fronte, le mani intrecciate come se stesse già preparando una difesa. Io non perdo tempo.
«Ho scoperto che avete mentito alla conferenza stampa» dico, guardandolo dritto. «Tu e Filip.»
Il suo sguardo scivola via, si posa per un attimo su una fotografia incorniciata che non guardo nemmeno. So già cosa c'è. Alya che sorride.
Quando torna su di me è stanco.
Forse stanco di mentire? Stanco del senso di colpa?
«Immaginavo che prima o poi sarebbe successo» ammette. Non c'è rabbia nella sua voce, solo rassegnazione. «Sapevo che non sarebbe rimasto sepolto per sempre.»
Sento il sangue pulsarmi nelle orecchie. «Perché?» chiedo. Una parola sola, ma pesa come un macigno. «Perché mentire su una cosa così?»
Sospira a lungo, si piega in avanti appoggiando i gomiti sulle ginocchia. Per un attimo sembra più piccolo, meno solido. «Perché ero convinto che fosse la cosa giusta» dice piano «Filip è venuto da me pochi giorni prima della conferenza. Mi ha parlato del lavoro, di quanto stesse già pagando conseguenze indirette, di come ogni voce, ogni dubbio, stesse scavando. E poi c'era la madre di Alya, la mia ex moglie...» Si interrompe, deglutisce. «Era distrutta Margot. Non usciva dal letto, non mangiava. Si colpevolizzava per ogni respiro che faceva ancora.»
Quelle parole mi colpiscono, anche se una parte di me le aveva già immaginate. «E questo non giustifica una bugia» ribatto, quasi arrabbiata per qualcosa che non mi appartiene eppure... «non giustifica far credere a tutti che Alya non fosse lucida.»
«Non era per infangarla» dice subito, con più forza. «Non lo è mai stato. Era per proteggerla. Proteggere quello che restava di noi. Di lei. Filip mi ha detto che il mondo non è gentile con chi sceglie di andare via, che avrebbe trasformato la sua morte in uno spettacolo, in un giudizio continuo. Mi ha detto che anche per il mio lavoro sarebbe stato un colpo definitivo e io...» la voce gli si spezza «io ero stanco di vedere tutti soffrire.»
Lo guardo e per la prima volta non vedo solo il padre che ha sbagliato. Vedo un uomo schiacciato da decisioni impossibili, oltre che il peso di una scelta non sua. «E Frederick» dico. «Hai pensato a lui?»
Chiude gli occhi un istante, poi annuisce. «Sì. Anche a lui. Filip era convinto che tenerlo all'oscuro fosse una forma di protezione. E forse aveva ragione. O forse no. Ma in quel momento sembrava l'unico modo per evitare che tutto crollasse.»
Il silenzio che segue è denso. Sento la rabbia ancora viva, ma qualcosa inizia a spostarsi.
Penso a Frederick, agli anni passati a odiarsi, e una parte di me vorrebbe urlare. Un'altra parte però vede il volto di mio padre adesso, segnato, colpevole in un modo che non cerca assoluzioni.
«Sai quanto male gli avete fatto» dico. «Sai cosa significa portare addosso una colpa che non è tua.»
«Lo so» risponde. «Ed è qualcosa che mi porterò dietro. Ogni giorno. Ma se tornassi indietro non so se farei una scelta diversa. Perché in quel momento ho visto solo macerie e ho provato a salvarne almeno una parte.»
Mi alzo e inizio a camminare per la stanza. Ogni passo è un pensiero che cerca un ordine. «Avete deciso voi cosa fosse meglio per tutti» dico. «Senza dare possibilità di scegliere.»
«A volte scegliere significa solo aggiungere dolore» replica. «Non tutti devono comprendere le nostre ragioni Margot. Alcune scelte sono fatte per resistere, non per essere giustificate.»
Mi fermo. Quelle parole mi restano addosso più di quanto vorrei ammettere. Le ho pensate anch'io, in altri contesti, per altre ferite. Mi volto verso di lui e lo guardo davvero. Non vedo un mostro. Vedo un uomo che ha perso una figlia e ha fatto un patto sbagliato con il silenzio per sopravvivere.
Ci guardiamo per un lungo momento. Non c'è riconciliazione piena, non c'è perdono dichiarato. C'è una comprensione stanca che si fa strada lentamente. Mi rendo conto che, in un modo storto e doloroso, lui ha fatto quello che credeva giusto. Non buono. Non corretto. Giusto per lui e sua moglie in quel momento.
«Frederick ora sa» dico. «E sta male.»
«Lo immaginavo» risponde. «Ma forse è l'inizio di qualcosa di diverso. Anche per lui.»
Annuisco. «Forse sì.»
«Spero che questo non ti faccia avere un idea di me completamente distorta, la mia offerta rimane valida, se vuoi venire qui io ci sono» mi dice avvicinandosi cauto e accarezzandomi una spalla «Io ci sarò sempre per te Margot»
Chiudo gli occhi e poggio la mia mano sulla sua, ringraziandolo silenziosamente.
Lui con Alya é stato presente e ha pensato a proteggerla anche una volta che lei aveva scelto di andarsene.
Lui non ha mai pensato di poter riversare la rabbia su sua moglie e sulla sua povera figlia.
Lui é stato un uomo, fino alla fine, e lo è ancora adesso.
Quando esco da casa sua il cielo è cambiato. Non so dire in che modo, ma lo sento. Non mi sento più leggera, mi sento più consapevole. Alcune verità non aggiustano nulla, ma tolgono il velo. E anche se fa male, preferisco il dolore nitido alle menzogne comode.
Monto sulla sella della mia moto e prima di accendere penso a Frederick. Alla sua domanda rimasta sospesa. Alla promessa non detta.
Non so cosa succederà ma so solo che adesso, finalmente, il peso non è più solo suo.
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Little Secret
RomanceMargot è stata delusa dall'amore e dalla vita. Ha eretto un muro che l'ha resa fredda e insensibile agli occhi degli altri, sa che le sue debolezze vanno nascoste. Odia ormai il mondo intero ma quando viene costretta a vivere nella stessa casa di Fr...
