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"Torna sui tuoi passi,
capisci l'errore e rimedia,
tutto può essere salvato"

MARGOT

La telefonata arriva mentre sono sulla moto, ferma davanti casa sua, anche se non lo sa, con il motore spento e le mani appoggiate sul manubrio come se avessi bisogno di qualcosa di solido a cui aggrapparmi e capire dove voglio andare e sopratutto cosa voglio fare.

Il nome di Frederick sullo schermo mi stringe il petto prima ancora che io risponda. So già che non sarà una chiamata leggera. Non lo è mai, quando lui decide di parlare davvero.

«Margot» dice appena rispondo e il modo in cui pronuncia il mio nome mi dice tutto. È teso, carico, come se stesse trattenendo qualcosa che preme per uscire «Ho parlato con mio padre ieri sera.»

Chiudo gli occhi un istante. «Dimmi.»

Lo sento respirare dall'altra parte, un respiro irregolare che conosco bene. «Dice che l'ha fatto per proteggermi. Che voleva tenermi lontano dai miei amici, da Alya, da tutto quello che secondo lui mi stava rovinando.» La sua voce si incrina appena, poi riprende, più dura. «Ma io non ci credo. O meglio, non del tutto. Credo che lo abbia fatto apposta. Per piegarmi. Per rendermi come lui. Freddo. Controllato. Insensibile.»

Sento un dolore sordo attraversarmi. «Fred...»

«No, ascoltami» mi interrompe, senza rabbia ma con urgenza. «Io non mi sento protetto. Mi sento usato. Come se il mio dolore fosse stato uno strumento educativo. Come se vedermi distruggere fosse un prezzo accettabile pur di plasmarmi...»

Le sue parole mi arrivano dritte, senza filtri. Penso allo sguardo di Filip, alla sua convinzione granitica, a quel modo di essere sempre un passo avanti emotivamente da tutti. «Tu non sei come lui» gli dico, con una certezza che mi sorprende per quanto è forte «E non lo sarai mai. Perché tu senti. Anche troppo, a volte.»

Resta in silenzio per qualche secondo. Poi la sua voce si abbassa. «È questo che mi fa più male. Che lui non lo veda come un valore.»

«Io sì» rispondo subito. «E non sei solo questo. Non lo sei mai stato.»

Lo sento sospirare, come se quelle parole avessero trovato un varco. «Grazie per avermi mandato Luke» aggiunge. «E per... esserci. Anche quando te ne vai.»

Quella frase mi colpisce più di quanto vorrei. «Fred...» inizio, ma mi fermo. Non è il momento di riaprire ferite che sanguinano ancora. «Parleremo. Te lo prometto.»

«Va bene» dice. «Solo...stai attenta.»

Chiudo la chiamata con il cuore pesante e scendo.
La casa davanti a me è quella che conosco, eppure adesso che torno qui mi sembra diversa. Entro senza bussare, trovo mia madre è in cucina. Quando mi vede si ferma, come se avesse paura di muoversi troppo.
Ci abbracciamo piano, un contatto fragile, ancora pieno di crepe.

«Non ti ho perdonata del tutto» le dico senza durezza, guardandola negli occhi. «Ma sono qui.»

Lei annuisce, con le lacrime che le brillano senza cadere. «È più di quanto meriti» sussurra.

«Forse» rispondo. «Ma non è questo il momento.»

Salgo le scale sapendo che Filip è nello studio, come sempre e Frederick è a lezione. Conosco tutti i suoi orari, fin troppo bene.
Busso una volta sola ed entro. Filip è seduto alla scrivania, la stessa postura composta, lo stesso controllo impeccabile. Alza lo sguardo e il suo viso si irrigidisce appena.

Non si aspettava di vedermi qui?

«Voglio parlarti» dico, chiudendo la porta alle mie spalle.

«Non credo sia opportuno» risponde, già sulla difensiva.

Sorrido appena, un sorriso senza leggerezza. «Ho smesso da tempo di avere paura degli uomini, Filip. Quindi non puoi mettermi inquietudine. Non funziona più.»

Vedo qualcosa muoversi nei suoi occhi. Forse sorpresa. Forse fastidio? «Sei qui per accusarmi anche tu?»

«Sono qui per dirti la verità» ribatto. «E per difendere tuo figlio.»

Si alza lentamente. «Frederick è fragile.»

«No» lo interrompo, sentendo la voce tremare ma non fermarsi. «Frederick è buono. È diverso. E questo non lo rende debole. Lo rende umano.»

Filip scuote la testa. «La vita non premia gli ingenui.»

«Eppure lui la prende sul serio» continuo, con il cuore che batte troppo forte. «Anche quando si diverte. Anche quando ride. Non scappa dalle responsabilità. Le sente. Le porta addosso e hai deciso che questo é per forza un difetto.»

Il silenzio che segue è pesante. «Volevo che diventasse forte» dice infine, più piano.

Le lacrime mi salgono agli occhi senza chiedere permesso. «Lo è già. Ma hai preferito spezzarlo piuttosto che lasciarlo essere diverso da te.»

La mia voce si rompe e non provo a nasconderlo. «Non dovresti volere tuo figlio uguale a te, dovresti volerlo vivo. Intero. Capace di amare senza vergognarsene anche dopo che ha perso così tanto.»

Filip mi guarda come se per la prima volta stesse vedendo qualcosa che ha sempre rifiutato. Non parla.
E io capisco che non avrò una risposta che mi consoli. Ma non sono venuta per quello. Sono venuta per dire ad alta voce ciò che Frederick forse non riesce ancora a dire.

Mi volto verso la porta con il petto che fa male. Prima di uscire mi fermo un istante. «Se continuerai a cercare di plasmarlo a tua immagine e somiglianza» aggiungo, senza guardarlo «rischi solo di perderlo.»

E vorrei evitare di vederlo senza un padre che nonostante tutto gli vuole bene, anche se sbaglia.
Non voglio che passi quello che invece ho passato io...

Esco dallo studio con le gambe che tremano e le lacrime che finalmente scendono. Non so se ho cambiato qualcosa. So solo che non sono rimasta in silenzio.
E a volte, anche solo questo, è un atto d'amore.

Little SecretDove le storie prendono vita. Scoprilo ora