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Puntai gli occhi dritti nei suoi. Se c'era una cosa che avevo imparato dai film, questa era avere paura - una paura folle - della frase dobbiamo parlare. E Kyle l'aveva appena pronunciata, forte e chiara. Le parole scandite alla perfezione erano uscite dalla stessa bocca che la sera prima si era poggiata dolcemente sulla mia. Pensavo di essermele immaginate, di aver fatto un brutto sogno. Mi tirai persino un pizzicotto sulla coscia, sotto il tavolo per non farmi vedere, ma non mi svegliai. Nel frattempo, continuavamo a fissarci l'un l'altro. Sapevo benissimo che non gli guardavo gli occhi. Per quanto fossero belli, azzurri e penetranti, limpidi come un ruscello di montagna o come il cielo in estate.. un altra parte di lui mi stava ossessionando. Ed erano le sue labbra, socchiuse e tremanti, screpolate, consumate dal continuo morderle con i denti.

"Allora?" mi chiese, insoddisfatto del mio silenzio. La famosa frase dobbiamo parlare prevedeva una risposta? Non ero certa fosse così. Ma lui me ne stava chiedendo una.

Mi limitai a scrollare le spalle, guardando un punto fisso sul muro dietro di lui.

"Significa sí? Cazzo, Phoebe, non ti capisco" disse duramente stringendo la mascella in una mimica senza dubbio severa e arrabbiata.

"Sei tu che devi parlarmi, Kyle. Parlami, coraggio, prima che la mia pazienza se ne vada e che ti mandi direttamente a fanculo" trovai il coraggio di rispondere a tono. Non so spiegarmi dove trovai la forza per quelle parole, ma mi vennero spontanee. Dovette rimanerci abbastanza male, perché per qualche secondo il silenzio divenne imbarazzante e poi addirittura carico di tensione.

"Ti va davvero di fare un giro fuori, intanto?".

Annuii debolmente e mi avviai fuori. In silenzio lo seguii finché imboccammo una stradina di ciottoli che si avviava verso i campi coltivati. Piantagioni di ogni tipo ci circondavano, a destra e a sinistra. L'aria era fresca, a tratti il venticello leggero mi pizzicava la pelle facendomi venire la pelle d'oca per i brividi di freddo. L'inverno iniziava ad arrivare, minaccioso e incombente, e l'autunno aveva ormai colorato il paesaggio con arancione, rosso e giallo. Si sentiva di tanto in tanto il verso di qualche animale, altrimenti l'unico rumore era quello che le suole delle nostre scarpe provocavano sfregando contro i sassi.

"Phoebe?".

"Sì?" mi fermai e mi voltai a guardarlo. Aveva il naso arrossato per l'aria fredda, la felpa con il cappuccio calato sulla testa.

"É di ieri che.. volevo dirti, ecco, non so se.." iniziò impacciato.

Ormai ero certa di quello che avrebbe detto. Era stato uno sbaglio, uno stra maledetto sbaglio. Pensare, anche solo per un attimo, che saremmo potuti essere qualcosa di più di amici era stata la più grande cazzata della mia vita. E, dato quello che stava dicendo, anche della sua. Era il mio unico amico, e si sa che l'amicizia deve venire prima di tutto. Non avrei mai potuto permettermi di lasciar scappare l'unico amico che avevo avuto in vita mia per un capriccio infantile. La situazione ci aveva portati a dire cose che non pensavamo, che ragionando non avremmo mai nemmeno immaginato.

Non gli avrei permesso di avere la meglio su di me anche in quel momento. Io, io ero sempre stata la debole, la fragile, l'indecisa. Ma in quell'istante, in quell'occasione anche io avevo capito alla perfezione di aver fatto un errore. E sarei stata io a dirlo, a riconoscerlo. Sarebbe stato un gesto di maturità. Avrei dimostrato una volta per tutte di essere cresciuta. Di essere quasi un'adulta. Capace di prendersi le proprie responsabilità e di ammettere i propri sbagli.

"Kyle, non dovevamo!" lo interruppi all'improvviso, forse lasciandolo un po' spiazzato "Abbiamo sbagliato, io non dovevo dirti di baciarmi e tu non dovevi neanche avvicinarti. Noi siamo amici, solamente amici, e dobbiamo rimanere così. Non complichiamo le cose, vanno benissimo in questo modo".

InconsapevolmenteDove le storie prendono vita. Scoprilo ora