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Il giorno precedente mi ero lasciata prendere dallo sconforto, dall'ansia e dal panico. Ero uscita dalla mia camera solo per scendere a cena e - anche in quella occasione - avevo parlato poco. I pensieri riempivano ogni secondo del mio tempo. Immaginavo le miriadi di occasioni in cui avrei potuto incontrare Christabel e Robert, le centinaia di frasi che avrei potuto dire loro. Ero sotto pressione, così tanto che trattai male Kyle e me ne andai nella mia stanza appena finito di mangiare.

Il giorno successivo, quello del funerale, mi ero imposta di mantenere la calma. Non avevo dormito molto, quella notte. Alle otto mi ero fatta una lunga doccia, avevo ordinato un caffè in camera e mi ero preparata. Il mio look, quel giorno, avrebbe dovuto trasmettere autocontrollo e stabilità. Un outfit da signora, serio ed elegante al punto giusto, senza che fosse per forza firmato. Come Christabel, invece, avrebbe voluto.

Mi infilai un tubino nero aderente, che mi fasciava alla perfezione il corpo, accompagnandolo con una giacca grigia come la cenere. Un paio di décolleté basse, anche esse nere, mi slanciavano e mi facevano sentire più sicura di me. Mi truccai pochissimo e raccolsi i capelli in una coda alta e ordinata.

Sospirai davanti allo specchio. Non mi riconoscevo. Io non mi vestivo così. Non ero la Phoebe di Stockton, in quel momento, ma quella di Birmingham. Elegante, raffinata. Se i vestiti fossero costati almeno il quadruplo - se non di più - li avrebbe potuti mettere anche mia madre.

Mi tremavano le gambe, mentre mi osservavo allo specchio da ormai dieci minuti. Indecisa.

Mi passò per la testa anche l'idea di non andare. Di aspettare il giorno successivo e tornare a casa. Ma poi, ricordai il sorriso gentile di Miss Thompson e i suoi capelli di un grigio chiarissimo. Non potevo mancare, glielo dovevo.

Però quegli abiti ancora non mi convincevano. Presa da un impeto di coraggio, afferrai la borsetta e lasciai la stanza. Solo un funerale e poi mi sarei potuta cambiare, tornando a jeans e felpa. Non sarei morta per qualche ora di eleganza.

Kyle mi aspettava nella hall. Quando mi vide spuntare dall'ascensore mi fece una radiografia completa. Mi sentii andare a fuoco, con il suo sguardo puntato addosso. Ma mi trattenni dal chiedere cosa ne pensava.

Per nostra fortuna, la Chiesa principale non era eccessivamente lontana dall'hotel. Durante il tragitto a piedi, che mi costò un terrificante mal di piedi, ci fermammo per un pranzo veloce. Ma avevo lo stomaco chiuso, così tanto che non riuscii a finire la mia insalata.

Quando intravidi il campanile in lontananza, il mio livello di preoccupazione schizzó alle stelle. Il battito del cuore, assordante, rimbombava nelle mie orecchie.

Mancavano solo cinque minuti all'inizio della celebrazione quando arrivammo sul sagrato. Solo pochi gradini mi separavano dal portone di ingresso, ma le gambe sembravano immobili. I piedi, piantati nel cemento, non davano segno di volersi spostare da lì. Non riuscivo a muovermi.

Non sapevo nemmeno dove fosse Kyle. Forse, era rimasto indietro. Probabile anche che se ne fosse andato. Non ero stata di grande compagnia, d'altronde. Né lo sarei stata da lì in poi. Una vera scocciatura. Gli avevo detto che non serviva che mi accompagnasse, ma era stato il solito testardo.

Come non detto, sentii qualcuno abbracciarmi da dietro. Oh, avrei potuto riconoscere quel tocco tra centinaia. Quelle mani, quelle carezze. Faceva scorrere le sue dita con delicatezza dai miei polsi fino alle spalle, su e giù. Inclinai la testa all'indietro, appoggiandola sul suo petto. E sospirai.

"Va tutto bene, scricciolo. Sei forte. Ti ammiro tanto" mi bisbiglió all'orecchio. Pelle d'oca. Cuore impazzito. Non poteva parlarmi con quel tono o non avrei più avuto sotto controllo le mie azioni.

InconsapevolmenteDove le storie prendono vita. Scoprilo ora