Mi svegliai con gli occhi gonfi. Così tanto che, a malapena, riuscii ad aprirli. Mi ero addormentata ancora vestita. I jeans, aderenti, mi iniziavano ad irritare la pelle.
Guardai con la coda dell'occhio la sveglia che tenevo sempre sul comodino. Accidenti, erano le tre del pomeriggio! Avevo dormito per un'eternità. Non era da me, ma la situazione doveva avermi destabilizzata.
E ne ebbi l'immediata conferma quando mi ritrovai davanti allo specchio. Il viso pallido, lo sguardo assente. I vestiti stropicciati che mi tolsi immediatamente.
Mi sentivo così inerme che faticai persino a raggiungere la doccia. Aprii l'anta e mi fiondai al suo interno, lasciando che l'acqua bollente scorresse sul mio corpo. Chiusi gli occhi, desiderando scomparire. Quanto mi sarebbe piaciuto svegliarmi ed essere tornata indietro nel tempo. Giusto un paio di giorni, non chiedevo molto. Ma quella situazione era troppo grande da sopportare.
Dopo essermi lavata mi infilai la prima tuta che trovai nell'armadio. Non ricordavo neanche di averla portata da Birmingham. Anzi, era un miracolo che Christabel non l'avesse trovata e gettata nel primo cassonetto della spazzatura a disposizione.
Mi trascinai fino alla camera delle Hamilton, dove le trovai intente a terminare i bagagli. Ah, giusto. La vacanza.
"Phoebe! Dormito bene?" esclamò Mayra non appena mi vide.
Scrollai le spalle. "Ho dormito tanto, ma dire che ho dormito bene mi sembra eccessivo".
Maeve mi osservava pensierosa. Poi si decise a farmi la domanda che le frullava per la testa. "Che cosa è successo ieri?".
Io deviai lo sguardo, senza rispondere. E lei continuò imperterrita.
"Hai trovato Kyle?".
Annuii solamente.
"Ed é andata così male?" chiese la sorella.
"Basta!" esclamai "Per favore. Non voglio pensarci, a maggior ragione non voglio parlarne. Sono distrutta. Volevo solamente salutarvi prima della vostra partenza".
Le due ragazze mi guardarono impietosite dalla mia disperazione. E la maggiore parlò. "Scusaci, Phoebe. Volevamo solo aiutarti".
Sorrisi appena. "Lo so, ma non c'è nulla che voi possiate fare" ammisi.
Lei cambiò argomento, intuendo che non avrei detto una parola di più sul precedente. "Sei sicura di non voler venire in vacanza? Ti servirebbe per distrarti".
"Mai stata più sicura di così" confermai "non sono in vena di partire, in questo momento. Ma se dovessi cambiare idea, posso sempre raggiungervi nei prossimi giorni".
Parole, solo parole. Ero più che certa che nulla mi avrebbe fatto cambiare idea. Mi sarei chiusa in casa, sotto le coperte, con una cioccolata calda. Tentando il più possibile di togliermi dalla testa l'immagine di quella lapide bianca con i nomi di Faith e Helena.
Abbastanza soddisfatte dalla mia risposta, le ragazze si ritirarono nuovamente nella loro camera per ultimare la preparazione delle valigie. In meno di un'ora tutto era pronto.
Ci salutammo, loro convinte di rivedermi dopo pochi giorni, io consapevole che le avrei incontrate nuovamente nell'anno nuovo. Per questo motivo, l'abbraccio da parte mia fu più caloroso.
Non vedevo l'ora che quell'anno terrificante finisse. Era stato un periodo particolare: tra la scomparsa di nonna, la paura della partenza. Poi, l'uragano Kyle si era abbattuto su di me. Prima aveva portato tanta gioia, uno spiraglio di armonia nella mia vita tormentata. Era andato tutto a gonfie vele. La nostra sembrava un'amicizia di quelle così vere che se ne vedono poche. Io stavo bene. Davvero molto bene. Ma ecco che, ancora una volta, avevo cantato vittoria troppo presto. Era tutto troppo bello e perfetto perché fosse vero. Quest'ultima novità era stata un trauma, per me. Ero dispiaciuta per Kyle, veramente. Sapevo bene cosa significava perdere qualcuno che si amava. Prima Pearle, poi nonna Philippa, se ne erano andate lasciandomi sola. Nonostante capissi il suo dolore, però, non riuscivo ad esserne partecipe. Mi ero sentita presa in giro, usata come ruota di scorta. Era un pensiero egoistico e ne ero consapevole. Ma, per una volta che avevo trovato qualcuno con cui stavo veramente bene, perché dovevo condividerlo con qualcun altro? Faith era morta, é vero. Ma il suo ricordo era perenne in Kyle, al punto che passava il giorno della sua morte davanti alla sua tomba. E poi, la figlia. Il frutto di quell'amore così grande. No, era decisamente troppo per me.
Passai il tempo successivo alla partenza dei miei amici così. Sul divano, con una calda coperta. E un mare di pensieri per la testa.
Fino a quando non sentii il campanello suonare.
Sbuffai. Non avevo la minima voglia di alzarmi dal mio posticino accogliente, ma mi trascinai ugualmente al portone.
Controllai chi fosse dallo spioncino e... per poco non mi venne un infarto.
Era veramente Kyle, quello dietro la porta?
Impossibile. Tutti mi avevano ripetuto più volte che il 28 dicembre non si allontanava mai dal cimitero. Non avrebbe mai interrotto quella piccola tradizione. Non per venire da me.
Ricontrollai, convinta che tutto quel pensare alla situazione mi stava causando le allucinazioni. Ma.. niente. Era davvero lui. Ed era davvero lì, davanti alla mia porta.
"Phoebe, cosa aspetti ad aprirmi? Ho visto che sei allo spioncino. Aprimi" mi pregò. La sua voce, però, non era convinta e allegra come il solito. La nota di tristezza era protagonista. L'entusiasmo che tanto mi piaceva di lui sembrava essere scomparso nel nulla.
Mi appoggiai con la schiena alla porta. Non volevo aprirgli, non ero pronta a trovarmelo davanti in carne ed ossa. Solo la sua immagine attraverso lo spioncino mi aveva traumatizzata. Non avrei retto.
"Phoebe, cazzo, ho bisogno di parlarti. Devo raccontarti tutto, non perché mi sento obbligato a farlo, ma perché.. perché voglio farlo. Resterò qui fuori finché non mi aprirai" affermò deciso.
Wow, sembrava sincero. Respirai profondamente. Mi toccava aprirgli sul serio. Non aveva senso rimandare a più tardi. Prima o poi, mi sarebbe toccato quel momento. Tanto vale togliersi subito il pensiero.
E così feci scattare la serratura e abbassai la maniglia.
Lui entrò e si richiuse la porta alle spalle.
E poi, ci guardammo. A lungo, in silenzio.
I nostri sguardi si attraevano come calamite, non riuscivamo a toglierci gli occhi di dosso.
Il suo bel viso era sciupato, debole. Era evidente la sofferenza, fin troppo evidente. Così evidente che mi provocò la pelle d'oca.
"Grazie per aver aperto" sussurrò esitante.
Sorrisi appena. "Figurati. Ti vuoi sedere?" domandai.
Ma che mi succedeva? Che ci succedeva? Eravamo arrivati ad un livello tale di confidenza che ci permetteva di fare come se fossimo a casa nostra. Ed ora, dovevo chiedergli se voleva accomodarsi. Era tutto così strano, sembravamo tornati indietro nel tempo.
Lui annuì e prendemmo posto sul divano. Ad una notevole distanza di sicurezza, che permetteva ad entrambi di compiere movimenti con la certezza di non urtare l'altro. Assurdo, rispetto ai nostri standard.
"Perché sei qui?" presi coraggio. Ero certa che nulla l'avrebbe allontanato dalla tomba delle donne della sua vita. Non quel giorno, per lo meno. Eppure, mi dimostrò che ancora una volta avevo sbagliato qualcosa sul suo conto.
"Mi sembra evidente che io e te dobbiamo parlare, Phoebe" affermò convinto.
Deglutii. Credevo di non essere pronta a sentire quello che aveva da dirmi. Tentai di rimandare quel discorso al più tardi possibile.
"Sii sincero, Kyle. Voglio la verità.." dissi, cercando di apparire convinta "Non dovresti essere da loro, adesso? Sei sempre da loro, in questi giorni, no?".
Lui mi fissò. "Gli anni precedenti lo sono stato. E anche oggi sarei là, se non fossi venuta tu ad aprirmi gli occhi. E così ho capito che non devo per forza stare là. Non se loro non sono più le uniche donne della mia vita".
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Inconsapevolmente
RomansaDall'Alabama alla California con il suo pick up blu. Phoebe sta scappando da una vita che non sentiva più sua, o che non era mai stata sua. Stockton é il luogo giusto per inseguire i suoi sogni, cancellando tutto ciò che é accaduto prima del trasfer...
