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"Mary Thompson è stata anche la mia tata. Ma il termine é assolutamente riduttivo. Ho passato i primi 14 anni della mia vita al suo fianco, ogni giorno. Mi ha dato il mio primo biberon, mi ha cullata per farmi addormentare, ha controllato con amore e affetto che io stessi bene. Mi ha cambiato i pannolini, fatto il bagnetto. Con lei ho imparato a gattonare, ho fatto i miei primi passi, ho detto la mia prima parola. Buona parte di quello che sono oggi lo devo a lei. Ha sempre cercato di tirare fuori il meglio di me, mettendo sempre al primo posto i miei bisogni e i miei desideri. Dopo la scomparsa di mia sorella ha cercato di alleviare il senso di colpa che mi portavo dentro. Mary é stata una madre. A tutti gli effetti. Perché io sono dell'idea che un genitore non é chi ti mette al mondo, ma chi ti fa crescere e ti insegna a starci, nel mondo".

A questo punto del discorso cercai con lo sguardo Robert e Christabel. Lui mi fissava impassibile, con le braccia incrociate e gli occhi iniettati di sangue. Lei, al contrario, aveva un'espressione di meraviglia stampata sul viso. Punto a me.

Sospirai, prima di continuare. "Miss Thompson è stata una delle poche persone, nella mia vita, a vedermi come sono. Con lei, ero solo Phoebe. Non Parker, non la gemella di Pearle. Ero me stessa, con i miei difetti, le mie passioni. Il mio primo racconto l'ho scritto per la adorata nonna, che purtroppo non c'è più, proprio con lei. Mi ha aiutata, ha corretto gli errori grammaticali che avevo commesso. Tutto con una pazienza immensa. Quella che chi ama possiede per natura. Un grazie non sarà mai abbastanza, ma é l'unica cosa che posso dire. Grazie, Mary. Il mondo ha bisogno di più persone come te".

Tornai al mio posto commossa, ma con una grande soddisfazione. Altro punto per me. Ero cambiata ed ero più forte. In quel momento ne ebbi la assoluta certezza.

Quando mi sedetti sulla panca, il ragazzo al mio fianco si sporse verso di me. Mi baciò la guancia, prima di dirmi quattro parole che mi resero la persona più felice del mondo. "Sono fiero di te".

Deglutii, incapace di contenere la commozione che quella breve frase mi aveva causato. Nessuno, tranne Miss Thompson e mia nonna, era mai stato fiero di me. A nessuno sembrava importare quello che facevo, che cosa ne era della mia vita. Nessuno si preoccupava per me. In quel momento, fui certa di una cosa: Kyle era così dannatamente importante che non avrei potuto farne a meno. Mai. Anche se spesso era insopportabile, orgoglioso e testardo.. mi voleva bene. Come nessuno me ne aveva mai voluto. E si prendeva cura di me, standomi sempre accanto. Anche quando avrei voluto stare sola, in balia delle mie emozioni.

La celebrazione si concluse e la folla si spostò in strada, seguendo il carro funebre che trasportava la bara della dolce Mary. La processione, come un fiume in piena, giunse fino al cancello metallico del grande cimitero di Birmingham.

Non mi piacevano i cimiteri. La tristezza che emanavano quei luoghi era troppa, affinché una persona potesse reggerla da sola. Le lapidi spuntavano dal terreno, creando lunghe file ordinatissime. I cipressi, disposti ai lati, si stagliavano alti e imponenti davanti a noi. No, decisamente non amavo quel luogo. Ma ci sarei entrata, perché non ero più una bambina e quella paura doveva essere superata.

Presi un respiro profondo, inspirando e poi buttando fuori un getto d'aria. Kyle dovette notare il mio turbamento, perché mi passò una mano dietro la schiena, attirandomi a sé. E pensare che non lo volevo con me in quel momento. Che avrei tanto voluto restasse a Stockton. Dannato orgoglio, senza di lui sarei crollata ore prima.

Osservai a lungo, senza mai distogliere lo sguardo, la bara in legno scuro che veniva depositata nella buca appena scavata. Uomini la reggevano con delicatezza, adagiandola al suolo senza troppo sforzo. Il momento più impegnativo da sopportare, però, non era ancora arrivato.

David si avvicinò alla buca, facendo segno agli uomini di fermarsi. Solo in quell'istante notai che teneva tra le mani una splendida rosa rossa. Si chinò, piegandosi sulle ginocchia, davanti alla bara della moglie. In un gesto delicatissimo, lasciò cadere il fiore. Si fermò qualche istante ad osservarlo. Il rosso risaltava come un rubino sul marrone scuro della cassa. Così come l'amore che legava i due coniugi. Forte a tal punto che non si sarebbe lasciato abbattere nemmeno da un ostacolo apparentemente insormontabile: la morte corporale.

InconsapevolmenteDove le storie prendono vita. Scoprilo ora