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Mi morsi l'interno della guancia con così tanta forza da farmi male. Il sapore metallico del sangue mi invase, dandomi fastidio. Dovevo stare calma. Potevo farcela.

Ma, quando assimilai a pieno le parole di Kyle, nulla mi trattenne dal gridare. Al diavolo la pazienza. Aveva esagerato.

"Ma senti le cazzate che dici? Come fai a dire che io starò bene, lontana da te? Non puoi dirlo! Non sei nessuno per sapere cosa é meglio per me!" sbottai, infuriata.

Non avrei mai voluto rovinare un momento del genere, ma in fondo era stato lui a farlo. Probabilmente aspettavo da tempo che confessasse di provare qualcosa per me. Visto che, anche io ero nella stessa situazione. Il fatto di non essergli del tutto indifferente avrebbe dovuto farmi piacere. E invece, ero incazzata nera. Non tolleravo il suo comportamento. Era codardia, paura di legarsi a qualcuno. Paura di lasciarsi andare, di agire senza pensare troppo. Di lasciare la propria felicità nelle mani di qualcun altro. Comprendevo a pieno come si sentiva. Anche io ero così, fino a poco tempo prima. Quando arrivai a Stockton, mi promisi di non affezionarmi. Di stare nel mio. Era un modo per controllarmi, per non soffrire ulteriormente. Proprio ora che desideravo lasciarmi andare.. ecco che trovavo in lui gli stessi complessi che facevo su me stessa. Entrambi avremmo fatto molta fatica ad abbandonarci totalmente l'uno all'altro, ma ero certa che saremmo stati all'altezza. A quanto pare, però, soltanto io la pensavo così.

La risposta non sembrava avere avuto nessuna conseguenza in lui. Si limitava a fissare un punto indefinito sulla parete, incantato. Dubitavo persino mi avesse sentita. La sua espressione non lasciava trapelare nulla: era impassibile. Il nulla. Vuoto. Freddo come ghiaccio.

E questo mi dava terribilmente fastidio.

Speravo si incazzasse. Volevo ad ogni costo sentirlo urlare, volevo che mi rispondesse a tono. Che mostrasse la sua idea con fermezza e convinzione, seppur non la condividevo. E invece, il nulla. Se c'era una cosa che mi faceva arrabbiare più di qualsiasi altra, quella era l'indifferenza.

La sua, poi, mi arrivava dritta in faccia come uno schiaffo. Come una doccia ghiacciata. Un invito ad aprire gli occhi, per rendermi conto che non gli importava veramente di me.

Altrimenti avrebbe combattuto. Per me. Sarebbe andato persino contro se stesso, per avermi. Se mi avesse voluto veramente bene.

La mia frustrazione esplose come un'eruzione vulcanica. La rabbia sfoció fuori, senza che io fossi in grado di controllarla. E lo presi, letteralmente, a pugni.

Come quando mi ero sfogata contro il sacco da boxe di Logan, prima della partenza per Birmingham. In quell'occasione, era stato lui a calmarmi. Gioco del destino, questa volta ce l'avevo proprio con chi mi aveva salvata.

Non mosse un muscolo, per fermarmi. Stava lì, immobile, a gambe incrociate sul letto. A farsi prendere a pugni da una ragazzina infuriata che iniziava a stancarsi della sua indifferenza.

"Parla, stronzo! Dí qualcosa! Diamine, fai qualcosa. Fammi del male, se ne hai il coraggio. Visto che ti vanti tanto di essere pericoloso! Forza, mostrami di cosa sei capace! Ah, non fai niente? Vigliacco" urlavo, in preda ad un attacco di rabbia che non ero più in grado di controllare.

Da parte sua, ancora il nulla.

E fu in quel momento che un'idea mi balenò nella testa. Ero abbastanza certa che sarebbe crollato, con quel gesto. Io sapevo con certezza che soffriva quanto me a lasciarmi andare. Che avrebbe voluto tenermi stretta a sé. Gli serviva una doccia gelida per rendersi conto della abominevole cazzata che stava commettendo.

E così, stando bene attenta a scegliere un momento in cui mi stava guardando, portai le mie mani dietro il collo. Cercai il piccolo gancio argentato, nascosto sotto i capelli. E lo sganciai.

Lasciai cadere il ciondolo a forma di stella sul pavimento. Il tintinnio del metallo risuonó nella stanza.

Se prima - nei suoi occhi - leggevo indifferenza, ora vi trovavo soltanto il panico.

Il mento tremava ripetutamente, come se stesse per piangere. Gli occhi erano spalancati, fissi sul gioiello che era caduto a terra. Fissi sul simbolo che ci teneva legati, sul ricordo del nostro primo bacio. Sulla parte di lui che portavo al collo da quando l'avevo ricevuta. E che, ora, giaceva sul pavimento.

Mi voltai nella direzione opposta, scendendo dal letto per allontanarmi. Per andarmene da lì, perché quel gesto aveva fatto male anche a me. Perché quella stellina era ormai parte integrante della mia pelle.

Ma lui mi trattenne, afferrandomi il polso prima che potessi avere il tempo di abbassare la maniglia della porta. Nonostante questo, non mi voltai verso di lui. Sapevo che visione mi aspettava. E non avrei retto, di fronte ad un Kyle distrutto dal mio comportamento. Era stato lui a volermi allontanare. Io lo stavo solo accontentando. Eppure, avevo le mie parti di colpa. Perché quella collana significava più di quanto noi stessi volessimo ammettere.

"Non - non andare. Non andare via" balbettó, decisamente sotto shock.

Mi intimai di respirare profondamente. Calma e sangue freddo. "Perché dovrei restare, se tu stesso mi hai detto che devo starti lontana?".

Colpito e affondato.

Mi molló il braccio, ma percepii che non si era allontanato. Al contrario, mi sembrava di sentirlo ancora più vicino. Come se, facendo un passo indietro, potessi andate a sbattere contro il suo petto.

"Almeno tieni la stella" sussurrò.

"Dammi una motivazione, Kyle. Questo momento ha tutte le caratteristiche di un addio. Se non ci vedremo più, non ha senso che io tenga qualcosa che ti appartiene. Perché é ovvio, dannatamente ovvio, che questo regalo é stato uno sbaglio".

"Ma.." tentò di ribattere, non riuscendo a terminare la frase in seguito alla mia interruzione.

"Niente ma. Ci vediamo domani per il taxi, prendiamo quell'aereo e torniamo alla nostra vita di prima. Prima di conoscerci" dissi, sembrando molto più convinta di quanto lo ero realmente.

Detto questo, spalancai la porta e me la richiusi alle spalle, appoggiandomi contro il legno e lasciandomi scivolare a terra, nel bel mezzo del corridoio.

Le lacrime scorrevano senza sosta lungo le mie guance. Le gocce salate mi arrivavano alle labbra, alcune cadevano persino giù per il collo. Mi mancava il fiato, per il tanto piangere. Sussultavo per i singhiozzi, incapace di porre fine a quel supplizio. Il male che avvertivo dentro sembrava essersi diffuso anche fisicamente. Mi sentivo a pezzi, dolorante ovunque, semplicemente distrutta.

Mi mancava qualcosa. O qualcuno. Era come se una parte di me - di vitale importanza - mi fosse stata strappata via con la forza. Un forte dolore mi lacerava il petto, avvertivo come un peso allo stomaco che non mi lasciava tranquilla.

Non credevo ce l'avrei fatta ad uscire da quella situazione. Mi sembrava la fine. Aveva tutti gli aspetti della distruzione. Io ero distrutta. Non so nemmeno dove trovai la forza per rimettermi in piedi, reggendomi a stento sulle mie gambe.

Prima di allontanarmi, appoggiai il palmo spalancato sullo strato di legno che mi separava dalla causa di tutto quel male. Accarezzai la superficie liscia, combattendo fino all'ultimo con il desiderio di tornare in quella stanza.

Ma, proprio perché avevo finalmente chiuso con il mio passato, non potevo permettere ad un ragazzo di rovinarmi la serenità. Di giocare con me come se fossi la bambola nuova, per poi abbandonarmi al primo tentennamento. Alla prima difficoltà. Alla prima paura.

Sarei sopravvissuta. Anche senza di lui. Anche senza nessuno.

InconsapevolmenteDove le storie prendono vita. Scoprilo ora