Capitolo 2

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Nocte latent mendae.
Di notte i difetti stanno nascosti.

BEKKA' S POV:

«Grazie di tutto, Meli. Senza di te oggi non ce l'avrei fatta» dico mentre accompagniamo l'ultima bambina alla porta.

«Ma figurati. È stato divertente!» esclama Melisa, richiudendola dietro di sé.

«Divertente sì, ma anche una faticaccia» sbuffo crollando sul divano, massaggiandomi la fronte.

Lei mi raggiunge e si siede accanto. «Almeno Daniela era felice.»

Annuisco, sorridendo. «Aveva un sorriso che avrebbe illuminato mezzo mondo.»

«È stato un gesto davvero bello da parte tua, organizzarle una festa a sorpresa. Hai un cuore grande» mormora, accarezzandomi distrattamente la mano.

Gliela stringo con gratitudine, incrociando il suo sguardo. «E tu sei stata meravigliosa ad aiutarmi. Senza di te sarebbe stato il caos.»

Lei abbassa lo sguardo per un istante, poi appoggia piano la testa sulla mia spalla. «Ma come fai a gestire tutti quei bambini ogni giorno, col doposcuola?»

Sorrido stanca, incrociando le gambe. «Non lo so nemmeno io. Ma ogni volta che li vedo felici, ne vale la pena.»

È la verità. I genitori mi pagano, sì, ma quello che faccio non nasce dai soldi. Lo faccio per loro. Perché ogni abbraccio, ogni risata, ogni "maestra, guarda!" riempie pezzi di me che non sapevo esistessero.

«Metterò a posto domani. Ora andiamo» dico alzandomi a fatica.

Lei solleva appena la testa, contrariata. «Ma no, sistemiamo subito. Così non resti da sola.»

«Meli, hai fatto già abbastanza. Ci penso io, davvero» la rassicuro mentre comincio a raccogliere bicchieri e rimettere in ordine le sedie.

Lei, senza farsi troppi problemi, si stende sul divano, sospirando.

Io la guardo di sfuggita, invidiandole i capelli castani perfetti, ondulati anche dopo una giornata intera, e quegli occhi verdi intensi che risaltano sulla pelle dorata. È bellissima. Glielo ripeto spesso che dovrebbe lavorare nella moda, ma lei alza sempre le spalle: vuole aiutare persone con disturbi psichiatrici. Non è da tutti.

Ci siamo conosciute per caso, quando era appena arrivata a Palermo. Mi chiese indicazioni per trovare la sua facoltà, io ero lì per la laurea di un'amica e lei, spaesata, con quell'accento cubano e i modi gentili, mi aveva colpita subito.

Da allora è diventata la mia migliore amica. Oggi sembra una vita fa, eppure sento di conoscerla da sempre.

«Forza, andiamo che sei stanca» dico infine, caricandomi sulle spalle il sacco della spazzatura.

«Sì, signor capitano!» esclama lei con un sorriso teatrale, alzandosi in piedi.

«Hai preso le chiavi?» chiede con finta serietà, sapendo bene quanto sia smemorata.

«Sì, le ho prese» borbotto facendo una linguaccia.

Lei ride, mi rifila un buffetto sulla guancia e usciamo, spegnendo le luci.

Anche se casa mia è solo un piano sopra, decido di accompagnarla alla macchina. Ne approfitto per buttare la spazzatura. «Ti accompagno» dico.

«Ho parcheggiato qui sotto, non serve!»

Serve eccome, penso. In questo quartiere non si sa mai.

«Devo buttare anche l'immondizia» replico sollevando il sacco come prova.

Un attentato al cuoreLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora