"Il meglio di te non è un posto per chiunque" – Shuttle_river
FARID'S POV:
Corro.
Sento i polmoni strapparsi dal petto, il fiato mozzarsi a metà gola, e quel tipo di terrore che non ti fa ragionare, ti fa solo scattare. Più veloce. Più lontano.
Mi sto giocando tutto.
Corri, Farid.
Non fermarti.
Per nessun motivo.
Corri.
«Prendetelo! Lo voglio vivo o morto!» urla una voce maschile in arabo, più vicina di quanto pensassi. La voce è roca, graffiata dalla rabbia e dalla polvere. Non l'ho ancora identificata, ma so per certo una cosa: è uno di loro.
Mi braccano da giorni, da Nizza. Arrivare a Palermo è stata una scommessa suicida. Lo sapevo che mi avrebbero trovato. Era solo questione di ore. E restare dall'amico di Jamal è stato l'errore più stupido che potessi fare: li ha condotti dritti a me.
Ora ho bisogno di sparire. Di diventare nessuno, in un posto che non ha legami, tracce, né memoria.
Mi infilo in un vicolo e con un gesto secco mi strappo il GPS impiantato sottopelle. Il dolore mi investe come un'esplosione interna.
Mi piego, stringo i denti così forte da sentire la mascella vibrare. Il sangue comincia a colare. Tanto. Troppo.
Premo la mano sull'addome. Mi brucia, mi scivola tra le dita.
Abbasso lo sguardo: sto perdendo più sangue di quanto credevo. E non ho idea di dove mi trovi. Ho corso senza badare alla direzione.
Non per scappare. Ma per sopravvivere.
So perfettamente che se mi prendono, non ci sarà margine per discutere. Mi apriranno in due, senza far domande.
Il microchip cade a terra, sporco di sangue. Un cane randagio, pelle e ossa, si avvicina, lo annusa e lo inghiotte senza esitazione.
Lo guardo scappare via, con quella camminata lenta e indifferente.
Dietro di me, altri passi. Gridano, corrono. Ma vedo che seguono il cane, il GPS lo sta portando fuori rotta.
Per un attimo, respiro.
Non sento più le gambe. I muscoli sono in fiamme. Il cuore martella. Mi appoggio a un muro per non cadere, poi alzo lo sguardo.
Davanti a me c'è una struttura in metallo, forse un magazzino, forse un'officina. Ha un tetto piatto, accessibile.
Lo raggiungo con fatica, le mani sporche che scivolano, i piedi che arrancano.
Ogni movimento mi lacera l'addome. Il sangue cola ancora.
Raggiungo il tetto. Mi affaccio. Case basse, antenne arrugginite, muri scrostati. Palermo qui è sporca, caotica, ma perfetta per nascondermi.
«Tracce di sangue, maestro!» urla uno degli uomini sotto.
Ahmed gli ordina di seguirle.
Mi maledico. Avrei dovuto pensarci.
Tolgo la maglietta di dosso con uno strattone e la premo sulla ferita, anche se ormai è fradicia. Le mani tremano.
Il tempo stringe.
Mi guardo intorno, in cerca di un rifugio. È un quartiere sporco ma non ostile, con graffiti sbiaditi sui muri e finestre chiuse.
Poi la vedo: una finestra bianca con tende rosa, leggermente aperta, sopra un garage pieno di rottami e motori smontati.
Punto tutto su quella.
Mi arrampico lungo un tubo arancione, striscio sul tetto del garage ignorando le fitte violente che mi squarciano l'addome. Raggiungo la finestra e mi affaccio piano. È aperta.
Finalmente qualcosa gira a mio favore.
Entro. Scavalco piano, evitando di toccare troppo. Chiudo la finestra, tiro le tende.
Il pavimento è freddo. Mi lascio cadere, stremato.
Respiro.
Vivo. Per il momento.
Accendo una lampada da comodino, tastando nel buio, e la stanza si rivela lentamente: pareti lilla, letto singolo, un divano coperto da vestiti, un armadio, uno specchio a figura intera.
Sembra la cameretta di una bambina. O di una ragazzina.
Una bambola strana giace al centro del letto e un palloncino rosa con la lettera "B" galleggia vicino.
La stanza sembra sospesa nel tempo, in un mondo dove la mia fuga non esiste. Ma il sangue sull'addome mi riporta subito alla realtà.
Trascino i piedi verso la porta laterale. Dentro, un bagno piccolo, ordinato. Mattonelle verde acqua. Un mobile rosso. Uno specchio grande.
Frugo nel mobile. Trovo una valigetta con cerotti, disinfettante, bende.
Ringrazio il cielo. Non mi chiedo perché sia lì.
Apro la valigetta e inizio a pulire la ferita. Quando il liquido tocca la carne viva, mi piego in avanti, stringendo la mascella fino a far scricchiolare i denti.
Sento il dolore salire lungo la colonna vertebrale. Ma non mi fermo.
Le bende bastano appena a coprire la ferita. Torno in camera, cerco qualcosa tra i vestiti.
Trovo una gonnellina nera, troppo larga per una bambina. Sarà una bambina obesa?
Strappo la stoffa, l'aiuto con una lametta trovata nel mobile. Creo delle fasce e le stringo intorno alla vita. Faccio un nodo. Stringo. Respiro.
Il battito rallenta appena.
Mi guardo allo specchio.
Sembro un fottuto animale in trappola.
Esco dal bagno. Mi siedo sul letto e scosto la bambola. Davvero molto inquietante.
Sul comodino vedo una cornice. Una donna e tre bambine, tutte con la pelle scura, sorridono al parco. Una di loro, al centro, tiene la più piccola per mano. Ha un sorriso tenero, dolce, con una maglietta che ritrae un tulipano con la faccia.
Una stranezza infantile. Eppure mi fa sorridere.
Forse è sua, questa stanza.
Non sembra grassa, anzi. Sembra adorabile.
Appoggio la cornice e mi stendo un attimo. Il materasso è morbido. Il sangue pulsa. Gli occhi mi si chiudono.
Ma qualcosa mi riporta in allerta.
Passi.
Mi alzo di scatto. Spengo la luce del bagno, poi quella della stanza. Mi appiattisco contro la parete, vicino alla porta. Il cuore riprende a martellare.
Sento una voce: «Sì, ora scendo a mangiare! Mi cambio e arrivo.»
La porta si apre.
Una ragazza entra. Non una bambina.
La vedo di schiena con dei tacchi in mano e un fottuto vestito rosso in pizzo che le fascia le curve mortali.
Getta la giacca senza nemmeno guardare dove finisce, il tessuto scivola sul pavimento con un tonfo sordo. «Cazzo» sbotta a denti stretti, passandosi una mano tra i capelli neri, ondulati, che ricadono disordinati sulla fronte. Inspira, si ricompone, e poi si volta verso l'interruttore per accendere la luce.
Ma si blocca di colpo.
Mi ha visto.
E in quel momento ho caldo. Sudore. Panico. Desiderio.
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Un attentato al cuore
RomanceSequel di "Professore scusi, posso amarla?" Bekka è una studentessa di scienze politiche che, per aiutare in casa, conduce un doposcuola per bambini stranieri nel quartiere popolare in cui risiede. Una sera torna a casa dal doposcuola e si ritrova u...
