47-Le parole sono finite

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Io guardo mio fratello e lui fissa la scrivania ticchettanto con le dita sul piano di legno. Stiamo aspettando che nostro padre faccia ritorno, abbiamo mandato un messaggero sulle sue tracce, nella speranza che riesca a raggiungerlo.

Tic. Tac. Tic. Tac.

I picchietii di mio fratello, si alternano all'acqua che gocciola a terra, da un'infiltrazione poco distante.

Tic.Tac.Tic.

Inizio a stringere i bordi della sedia cercando di non dare di matto, ma sto letteralmente impazzendo. L'ansia mi divora dentro e ogni rumore mi fa scattare sull'attenti, in un certo senso non vedo l'ora che mio padre arrivi, cosí tutto questo avrà fine. Ma sono anche preoccupato che il piano non possa funzionare.

TIC. TAC. TIC.TAC.

"La fai finita?" I nervi mi cedono e urlo a Jihyun di interrompere quel fastidioso movimento. Lui salta sulla sedia e mi guarda stranito. Mi scuso per il tono di voce e continuo a conficcare le dita nel legno della sedia.

TIC. TIC.

Mio fratello si è chetato, ma per l'infiltrazione non posso farci niente. I demoni dall'altra parte della stanza sono silenziosi come statue,non muovono un dito, non si azzardano nemmeno a parlare fra di loro, come se avessero paura di noi. Solo la caverna respira e da segni di vita con spifferi di vento e l'acqua che proviene dal soffito. Dannata acqua. Da giorni ho un mal di testa perenne, ci manca anche la fottuta gocciolina d'acqua a farmi saltare i nervi, secondo dopo secondo. Con uno scatto nervoso cambio posizione sulla sedia, spaventando tutti i presenti, li sento sussultare. Sti gran cazzi. Mi stropiccio gli occhi cercando di schiacciare quel dannato dolore al cervello, per quanto dovrà andare avanti questa storia? Il mio cervello pare volersi autodistreggere piano, piano.

"Jimin" Sento Jihyun saltare nuovamente sulla sedia, vorrei tanto mandare a fanculo chi ha appena interrotto il silenzio, ma la voce proviene dal nostro bersaglio. Alzo lo sguardo. Silenzioso come un serpente, se ne sta dritto dietro alla scrivania. Indossa un completo che non gli ho mai visto prima, una specie di incrocio fra la divisa dei soldati e un completo da sera, con piú fronzoli sulle spalle e il petto. Da quanto è li? Il suo sguardo è  freddo come il ghiaccio, con quegli occhi neri che ti ispirano solo odio. Non dimostra un minimo di stupore nel vedermi, ne un pò di felicità. Faccio una faccia agonizzante e lo guardo. Cerco di tornare nei panni che ho indossato per anni, ma non ci riesco, un qualcosa mi blocca dal parlare, una spece di fastidio interiore non mi permette di tornare ad essere una fetida pedina nelle sue mani.

"Padre, mi dispiace io non ho saputo fare di meglio" Le emozioni che provo al momento non coincidono con le parole che dico, di conseguenza la mia voce esce atona. Poi ci si mette pure la ferita sul collo, che comincia ad infastidirmi.

"Cosa ti hanno fatto?" Poggia le mani sulla scrivania e con un tono freddo parla, rimanendo a fissarmi senza battere ciglio.

"Mi hanno torturato padre, hanno fatto un esperimento su di me" Ancora non trovo la frequenza adatta, parlo con troppa veemenza, purtroppo mi viene piú facile che fare la vittima. Mio fratello si alza e fingendosi arrabiato digrigna i denti, sbuffando. Non sto aiutando la situazione, devo immergermi nella parte, non posso mandare tutto a rotoli.

"Hanno usato il mio corpo, abusando delle mie debolezze, dobbiamo fargliela pagare" Infiammo le parole mentre torno a stringere i braccioli della sedia, c'è una rabbia repressa dentro di me che rischia di uscire fuori, tutta insieme.

"Quelle bestie sono riuscite a trovare un modo per farti diventare come loro? Una fetida bestia?" Sputa mio padre battendo il pugno sulla scrivania. Quelle parole mi si conficcano nella testa come spine velenose, lentamente rilasciano le loro tossine, andando a nascondere tutte l'ansie e le paure. Dopo decenni, il mio cuore riprende a vivere e tutto quello che mio padre riesce a dire è che sono diventato una fetida bestia. Ma cosa mi dovevo aspettare? Dal capo della casata rinomato per  essere un dannato figlio di puttana. Devo smetterla di sperare, pregare che in quella testolina ci sia ancora qualcosa di umano. Basta. L'astio e la frustrazione che ho tenuto dentro per anni non fanno fatica ad alimentare questo corpo malandato. Mi sforzo a cercare una risposta decente, ma mi viene solo da urlargli contro.

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