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"I'm only human, after all
don't put your blame on me"

Non tornai in classe. Non avrei mai potuto farlo. Le lacrime avevano lasciato un segno indelebile sui miei occhi, che erano gonfi e rossi come il mio viso. Piangevo ancora senza provare a smettere, e intanto pensavo a lui, al coraggio che mi mancava di oppormi a tutto il male che mi faceva ogni giorno, al fatto che il mio primo vero amico si fosse trasformato nel mio peggior nemico.
Il dolore causato dai lividi che mi aveva appena creato si faceva sentire sempre di più. Ma io al dolore non mi ci ero mai abituata. Ero sottile come carta, fragile come una membrana di ghiaccio. Ci voleva poco perché finissi in mille pezzi. Il dolore mi saettava pieno di energia in tutto il corpo senza lasciarmi qualche secondo di tregua.

Ogni giorno speravo di svegliarmi,andare a scuola e vedere quel bambino che si era avvicinato a me il secondo giorno di scuola, solo cresciuto di qualche anno, che mi diceva che era stato tutto un incubo, e che voleva dividere la sua merenda con me.
Il suono della campanella mi fece sobbalzare, e mi accorsi che avevo smesso di piangere da un po'. Anche se il dolore, quello, c'era ancora.
Sbloccai il cellulare. Erano le tredici; ero chiusa in quel bagno da due ore. Nel giro di cinque minuti l'intera scuola sarebbe stata deserta, e io avrei potuto andarmene senza che nessuno mi notasse. Lo facevo spesso, e non se n'era accorto mai nessuno. Aprii la porta e mi guardai allo specchio. Terribile. Occhi gonfi e capillari evidenti, viso rosso, capelli spettinati. Il tutto mi dava un'aria sconvolta. Mi portai i capelli dietro alle orecchie e mi chinai sul lavandino per sciacquarmi la faccia. Presi alcune salviettine di carta dalla pila lì accanto e mi asciugai. Portai poi i capelli in avanti, le maniche in giù, lo zaino in spalla, e sgattaiolai cautamente fuori dal bagno, controllando che non ci fosse nessuno.
Percorsi il corridoio vuoto con lo zaino poco pesante in bilico sulla spalla destra. Sull'altra c'era una ferita spaventosa, merito di una spinta violenta di Benjamin che mi aveva fatto finire contro lo spigolo di una scala. Non avrebbe mai retto il peso dello zaino.
Come uscii da una delle porte secondarie, un secondo prima che venisse chiusa dai bidelli, il sole mi accecò e mi costrinse ad abbassare gli occhi. Non che prima guardassi alto.
Mi avviai verso il cancello passando per il prato, nonostante fosse vietato, al posto che sul sentiero lastricato.
Il flusso prorompente e infinito dei miei pensieri venne interrotto bruscamente da una mano grande che toccò la mia spalla senza alcun preavviso. Lo spavento si riversò di punto in bianco nello scossone che mi fece voltare di scatto.
-Benjamin.- Sussurrai. Quasi istintivamente, mi allontanai di un passo e mi strinsi nelle mie stesse braccia, quasi nel vano tentativo di proteggermi.
Un ghigno sbilenco si dipinse sul suo viso. -Ciao anche a te Angioletto, che fine hai fatto oggi? Sei andata a piangere dalla mammina?-
Strinsi i pugni sotto alle maniche della felpa. Era talmente grande che ci sarei stata due volte e mezzo. -Smettila.- Dissi a denti stretti.
Rise. -Oh, ora si che mi fai paura.-
Incrociò le braccia tatuate sul petto, ed io osservai come lui fosse più alto di me, più muscoloso. Aveva occhi blu come una sera d'estate, di quel blu che succede il tramonto più bello che tu abbia mai visto. E poi le labbra, così sottili e sempre arricciate, erano accarezzate dal piercing che, sapevo, si era fatto di nascosto da sua madre. Le sue braccia erano coperte di tatuaggi neri come i suoi vestiti.
-Perché non mi guardi negli occhi mentre ti parlo?-

-Cosa?- Farfugliai, sorpresa della domanda a bruciapelo.

-Mi sembra di essere stato piuttosto chiaro. Perché non mi guardi negli occhi mentre ti parlo?-

-Perché ti importa?- Lo sfidai.

Rimase in silenzio, cercando di nascondere lo stupore sul suo viso.

-BEEEENJAAMIIIIIN! Possiamo andare: ho scelto la pizza alla fine. Speravo per te che non te ne andassi davvero o ti avrei tagliato le pa... Ciao! E tu chi sei?- Una ragazza poco più alta di me, pelle olivastra e capelli lunghi, castano scuro e dritti come spaghetti, si stava avvicinando. Notai pian piano le affinità tra lei e Benjamin. Il loro stile era molto simile. Entrambi indossavano una giacca in pelle nera. Il loro colore di capelli era praticamente uguale. La sua pelle era colorata allo stesso modo da pochi, timidi nei. Le labbra erano sottili come le sue. Sembravano quasi fratelli.

-Nessuno solo... Nessuno.- Tagliò corto Benjamin, nervoso, afferrando un braccio della ragazza come per portarla via, ma lei si rifiutò.

-Credo di averti vista un paio di volte. Tu sei in classe con Benjamin, vero?- Non risposi, come bloccata. Ma, stranamente, i suoi occhi non sembravano pieni di astio. Sembravano... Gentili. Amichevoli. -Mi dispiace per te: non vorrei mai essere costretta a passare cinque ore filate con un idiota del genere.- Continuai a rimanere zitta, quasi incredula, e Benjamin fece lo stesso. Sembrava quasi stupito del fatto che qualcuno mi rivolgesse la parola. Per lui stavo bene dov'ero, dove lui mi aveva forzato a stare. Faceva male, più male di qualsiasi livido, sapere che farmi soffrire, per lui, era una cosa normale.

-Comunque io sono Kimberly, ma Kim per tutti. Piacere.- Sorrise, cominciando a notare il mio strano comportamento. Ci misi qualche secondo per accorgermi che aveva allungato una mano verso di me in attesa che gliela stringessi. Mossi le mie dita intorpidite e le obbligai a raggiungere quelle di Kim per stringerle.

Sulle mie labbra balenò addirittura un debolissimo sorriso. -Io sono Beatrice.-

-Okay Bea, ci vedremo domani, suppongo. BENJAMIN, andiamo, ho fame.-

Lui, ancora sbigottito, venne strattonato energicamente da Kim verso il parcheggio. Ed io rimasi ferma immobile per qualche secondo, nello stesso posto in cui, per la prima volta, qualcosa aveva evitato che il mio bullo mi attaccasse.

[Frase a inizio capitolo: da "Human" Rag'n'Bone Man]

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