"Nothing's only words;
that's how hearts get hurt."
Repressi un urlo, senza realmente capire se ero sveglia o in sogno.
Delle lacrime erano sfuggite ai miei occhi chiusi rendendomi le guance umide. Sentivo freddo. La coperta era scivolata in giù fino alla mia vita, e una mia gamba penzolava giù dal materasso, esclusa dal calore rassicurante delle coperte. Mi alzai a sedere sentendomi più pesante del solito. Era proprio così; ogni giorno alzarmi dal letto e continuare con la mia vita sembrava più pesante del solito. Più inutile del solito.
Mi passai la mano non fasciata tra i capelli che cadevano disordinati sulla schiena. L'altra bruciava come fuoco vivo sottopelle. Mia madre si era spaventata quando l'aveva vista così insanguinata. All'ospedale avevano impiegato un quarto d'ora per rimuovere tutte le schegge. La vista del sangue che continuava a fuoriuscire dalle ferite profonde che il vetro mi aveva lasciato faceva continuamente voltare mia madre dall'altra parte. L'avevo delusa, sconvolta, e questo faceva più male di come il medico mi teneva la mano distesa mentre estraeva le schegge.
Non avrei mai voluto che venisse a conoscenza del dolore che era parte dei miei giorni, ma per un mio stupido errore l'avevo fatto. Avevo fallito, per l'ennesima volta.
Durante il viaggio di ritorno, lei non aveva detto nulla, ed io ero andata in camera mia come sempre. Le pareti ora erano vuote, la facevano sembrare più grande. Tutti gli oggetti che avevo distrutto stavano ancora sul pavimento. La luce del tramonto entrava dalla finestra quando vidi la foto che qualcuno aveva posato sul comodino. Quella di cui avevo rotto la cornice. Rappresentava me, con un sorriso enorme in viso, mentre mia madre mi spingeva sull'altalena. Quanto sembrava lontano quel momento? E quanto sconosciuta sembrava la sensazione di felicità che provavo nella foto? L'avevo presa in mano, e in controluce avevo notato la scritta che c'era dietro. La voltai. Era la scrittura di mio padre.
"Ricordati di chi sei".
-"Colui che finalmente si accorge quanto e quanto a lungo fu preso in giro, abbraccia per dispetto anche la più odiosa delle realtà; cosicché, considerando il corso del mondo nel suo complesso, la realtà ebbe sempre in sorte gli amanti migliori, poiché i migliori furono sempre e più a lungo burlati". Nietzsche. Con questa citazione l'autore vuole...-
La campanella interruppe Sona, che non si mostrò irritato. Era una delle sue qualità fastidiose: non mostrava alcuna emozione.
Tutti buttarono alla bell'e meglio, libri, quaderni e astucci nello zaino e scapparono fuori dalla classe senza salutare. Io mi prendevo tutto il tempo del mondo: con una mano sola, mettere tutto nello zaino non era esattamente come le altre volte.
-Vuoi una mano?- Chiese una voce.
Alzai quella fasciata. -Ce l'ho già, grazie, solo che non la uso.-
-Ha ha ha, divertente.- Benjamin mi scansò più indietro, poco delicatamente, e iniziò a cacciare i libri alla rinfusa nel mio zaino.
-Ti ho detto che non mi serve il tuo aiuto.- Dissi a denti stretti.
Alzò le spalle. -Mia iniziativa.- Chiese la cerniera dello zaino.
-La prossima volta evita allora, grazie.-
-Vedrò di non ascoltare quello che mi dici.-
Misi lo zaino sulla solita spalla. -Cosa?-
-Hai sentito. Meglio non ascoltarti.-
Sbuffai, svogliata di capirlo sul serio. -Fai come ti pare.- Feci per allontanarmi _ non volevo avere a che fare con lui un minuto di più _ ma lui stava al mio passo senza alcuna difficoltà.
-Cos'hai fatto alla mano?-
-Nulla che ti riguardi.- Invece, il crollo che il giorno prima mi aveva fatto distruggere camera mia era stato a causa sua. Era colpa sua se ora non sentivo nemmeno la voglia di respirare.
-Qualcuno crede di prendere il mio posto?- Chiese con una risatina forzata.
Ad occhi sbarrati, mi girai di scatto verso di lui. Davvero aveva osato dire qualcosa del genere? Ma certo, certo: a lui non importava di me. Per niente. Non gli importava se mi aveva sempre fatto del male.
-Cos'è, vuoi dare una dimostrazione a chi mi ha ridotto così la mano che puoi fare di peggio?- Chiesi, con una freddezza che lo fece sussultare.
-Chi è che "ti ha fatto di peggio"?- Il labbro inferiore gli tremava. Rabbia? Non m'importava davvero.
Ero io che mi ero ridotta così. Ero l'unica che poteva farmi più male di quanto me ne avrebbe mai potuto fare lui.
Non risposi.
-Ti aspetto oggi a casa mia.-
-Avevi detto che...-
-Se evidentemente per te non è un problema stare in una stanza da sola con me, allora faremo quella inutilissima ricerca in camera mia. Solo oggi, e poi basta. Non mi vuoi più vedere, ma nemmeno io sono così entusiasta all'idea.-
Voltai gli occhi al cielo. Tanto valeva farla finita. -D'accordo. Ora vado.- Feci qualche passo lontano da lui. -Questa volta non seguirmi, grazie.-
Tornai a casa ed evitai il pranzo e i miei genitori.
Per un'ora rimasi sdraiata sul letto a fissare il soffitto, immobile mentre i miei pensieri mi spaventavano. Pensavo che ero spenta. E che non mi sarei potuta riaccendere mai più. Quindi che differenza avrebbe fatto se io ci fossi stata o... No? Sarei davvero potuta andarmene in modo definitivo? Avevo il coraggio di farlo?
Avevo il coraggio di morire?
Mi mancava solo il colpo di grazia per cadere nel baratro. Dopodiché, non sarei più riuscita a risalire.
E per tutti ci sarebbe stato un peso in meno.
Mi alzai di scatto, quasi scottata da quel pensiero, scossi la testa e mi preparai per andare da Benjamin.
Ma ora che avevo formulato quei pensieri, non avevo più paura nemmeno di Benjamin. Non sentivo più nulla.
Uscii dalla mia camera e poi da casa, camminando lungo il marciapiede per raggiungere la casa di Benjamin. Il cielo era occupato da nuvole disordinate color madreperla e grigio e delle gocce fredde e isolate mi colpivano la giacca, dentro la cui tasca tenevo nascosta la mano fasciata. Era una brutta ferita. Avrei dovuto tenere la fasciatura per cinque giorni. Non c'era nessuno per strada. A parte... Sì, c'erano tre ragazzi. Tirai dritto senza lanciargli uno sguardo. Ma loro guardarono me.
Assottigliai gli occhi quando vidi uno dei ragazzi avvicinarsi di qualche passo. Altri ragazzi, simili a lui, si fecero avanti da dietro una macchina che non avevo notato del parcheggio.
Erano in sei.
C'ero solo io nella strada, e loro camminavano verso di me.
Con un brivido, li riconobbi.
Erano della compagnia di Benjamin.
[Frase a inizio capitolo: da "Hurt", Mika.]
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Mi direste cosa ne pensate, sinceramente, della storia?
Quello che secondo voi dovrei cambiare, cosa vorreste che succedesse a questo punto, cosa vi piace e no; mi farebbe davvero piacere. Grazie mille per seguirmi anche in questa nuova storia.
Colgo l'occasione per dirvi che se volete trovarmi/scrivermi sui social potete trovarmi su:
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Al prossimo aggiornamento.💕
C.🌙
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bullying
Teen Fiction"Forse ti vedrò, in classe, con quel tuo solito guardare fuori dalla finestra come se ci fosse davvero qualcosa da vedere. Se ci penso _ voglio dire, se penso a te _ capisco che dopotutto non ho bisogno di nient'altro." 14.12.2017, #11 in teen ficti...
