28.

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"Cause all of the stars
are fading away;
just try not to worry,
you'll see them someday."

Eravamo rimasti su quella collina fino all'una di pomeriggio, e poi mi riportò a casa. Nessuno dei due voleva destare sospetti nei nostri genitori.
Mi ritrovai, spesso, a pensarlo.
Non mi era mai capitato che un pensiero mi si avvicinasse con così tanto garbo e delicatezza da non essere sentito, ma con una velocità singolare. Quei pensieri, quei ricordi urlavano. Si sovrapponevano alla voce delle persone che cercavano di parlare alla me intrattabile di quei giorni. Intrattabile perché non riuscivo, semplicemente, a capire.
Per più di un anno quel ragazzo era stato il mio incubo peggiore.
Peggiore di tutti i sogni che mi facevano svegliare di scatto di notte, con la mano premuta sul viso fino a sentire male per evitare di urlare.
Peggiore del non avere nessuno.
Perché mi capitava di vederlo ovunque, ora?
Erano bastate così poche parole perché pensassi seriamente di perdonarlo?
Certo, era stato l'unico a presentarsi in ospedale.
Era davvero cambiato.
Era davvero cambiato?
Mi scoppiava la testa solo a pensarci.
E poi ci sarebbe stata anche la scuola, il giorno dopo.
Filippo? Cosa avrebbe cercato di farmi? E Benjamin? Come si sarebbe comportato lui?
Per la prima volta sentivo il bisogno disperato di una mano da stringere, e ripensai alla sua. Poco prima c'era la sua mano, che stringeva la mia.
Sentivo il bisogno di qualcuno che mi ascoltasse, in silenzio, che mi dicesse che non ero sola.
Stefano, pensai, lo psicologo. È il suo lavoro.
Ma non era abbastanza.
Avevo bisogno di qualcuno che mi ascoltasse perché voleva farlo, perché voleva aiutarmi a mantenere la calma. Perché sarebbe l'unico che poi avrebbe voluto stare vicino a me quando la calma l'avrei persa totalmente. 
In tutto questo, mi si infilò in testa di nuovo il nome di Benjamin, quasi a mo' di risposta. Perché la risposta al mio bisogno di parlare con qualcuno non poteva essere mia madre, o mio padre? Chiedevo solo qualcosa di semplice! Eppure c'erano persone che mi erano state accanto tutta la vita, ma non mi avrebbero mai conosciuta come mi conosceva lui.
Lui sapeva della mia parte più scura, tormentata, spaventosa e spaventata, ma aveva toccato con mano anche quella in cui mi lasciavo vedere per ciò che ero: ferita. 
Benjamin mi era entrato dentro, prima con tanta violenza da impedirmi di cacciarlo. Poi si era calmato all'improvviso, come quando dopo una tempesta il mare è più bello e quieto che mai. Anche se poi, quando gli avevo chiesto di andarsene, mi aveva detto di avere una cosa più importante da fare, prima. 
Aggiustarmi. 

Il giorno dopo misi a piede a scuola sapendo già che mi aspettavano cinque ore di lezioni di cui una di filosofia e, soprattutto, quei dieci minuti di ricreazione. Avrei tanto voluto non pensarci. Avere la capacità di spegnere i pensieri con un battito di ciglia, come sembrava che molte persone sapessero fare. 
Filai in classe senza guadare in faccia nessuno e mi sedetti al solito banco singolo vicino alla finestra che dava sui colori della città. Nemmeno cinque minuti, e sentii qualcuno che faceva fastidiosamente strisciare il banco a terra per avvicinarlo anch'io. 
-Ehi.-
-Ciao.- Dissi senza quasi voltarmi. 
Non disse più nulla, forse pensando a come eravamo strani, noi due, che non riuscivamo a tenerci nonostante sapessimo che eravamo gli unici che avrebbero potuto farlo. 
Passammo tre ore di lezione così, muti, uno di fianco all'altra. Uno sarebbe impazzito al posto mio o di Benjamin, ma era proprio il fatto di essere così simili che mi impediva di perdere il controllo. 
Potevo davvero sentirmi protetta accanto a colui che non mi aveva protetto per niente?

La campanella che segnò l'inizio della ricreazione fu un calcio nello stomaco. D'impeto, mi voltai verso Benjamin. Mi stava già guardando, era lì con me, come se volesse dirmi "sarà il contrario di tutto. Non ti potrà più succedere niente finché sei con me". Ed io ero così stanca di fronteggiare tutto da sola. Mi lasciai guidare. 

Mi fido di te, Benjamin. Per un attimo sorreggimi, non lasciarmi cadere nel baratro. Mai più.

Uscimmo in corridoio trovandoci in pieno centro del vociare dei 1325 studenti che frequentavano la scuola. 1325 persone in cui noi non eravamo compresi. in effetti camminavamo come se non fossimo stati lì, tra quella folla, solo come se fossimo stati noi due soli. Neanche il tempo di arrivare in fondo al corridoio che li vidi, e li vide anche lui. Filippo stava contro una colonna rossa con la sua cicatrice e una sigaretta spenta tra le labbra, una provocazione che faceva dannare decine di professori, e il resto del gruppo attorno. Volevo solo andare avanti facendo finta di non averlo visto, ma Benjamin inchiodò davanti al suo sorriso sghembo, senza lasciarmi la mano, come se si fossero radicate insieme nello stesso posto. 
-Uh, capisco ora.- Disse Filippo con il solito tono sarcastico. Dovetti lanciargli uno sguardo davvero confuso, perché continuò. -Perché improvvisamente hai tirato in ballo questa del lasciarla stare perché era sbagliato eccetera eccetera. Ora capisco.-
-Filippo che merdate stai sparando?- Chiese Benjamin, con fare quasi annoiato. 
Un brutto presentimento mi colpì alle spalle, spingendo un brivido su per la mia schiena. 
Ridacchiò. -Non gliel'hai detto? Per quanto continuerai con questa recita del proteggerla e smetterla di picchiarla, anche solo toccarla? Come pensi che possa durare, conoscendoti?- Parlò, guardandomi con perfidia. 
-Ora basta. Me ne vado.- Riuscii a dire senza lacrime agli occhi. Senza difficoltà evitai gli ammassi di gente e le persone che camminavano senza una meta precisa, camminando a passi nervosi verso nemmeno io sapevo dove. I miei pensieri gridavano così tanto che era diventato quasi facile ignorarli, come quando la pelle sta talmente tanto tempo a contatto con del ghiaccio che quello sembra scottare.

Non so precisamente come, ma mi ritrovai nel posto di Benjamin. L'aria fresca mi accarezzava il viso e la mente facendomi sentire in qualche modo normale, vuota, pulita. C'era il sole, il sole era di una sfumatura di azzurro così intensa che mi ricordava l'oceano. 

-Sapevo che ti avrei trovata qui.- 
La scia di un aereo tagliò un angolo di cielo, e mi ritrovai a desiderare di trovarmi su qualsiasi aereo. Bastava che mi portasse lontano da qui. 
-Nascondi qualcosa.- 
-Non ti ho detto tutto.-
-Mi hai raccontato solo balle. Non hai mai avuto intenzione di fermarti, mai.- Dissi, dura, fissando un punto ben preciso. 
-Non ti ho mentito. Ma se non mi vuoi credere tu è un'altra storia.- 
-Me l'ha praticamente detto in faccia che mi hai mentito, Benjamin. Non credermi così idiota.-
-Non ho detto questo. Non ti ho detto delle cose, ma non ti ho mentito su nulla.- 
-Sapevo che non poteva essere vero.- Sussurrai. 
-Beatrice, che cos'hai?! Ti sto dicendo che mi sono avvicinato a te per il solo motivo che volevo farlo, perché sentivo che dovevi essere salvata e perché ora tu stai salvando me, perché ho capito che stavo sbagliando tutto, dal primo istante del mattino all'ultimo della sera, quando riuscivo ad addormentarmi vincendo un carico scuro di segreti ed errori. Ho deciso di avvicinarmi a te perché farti soffrire come ti ho fatto soffrire io è lo sbaglio che mi rimarrà dentro per sempre. Ho scelto di starti vicino e ora che ti ho visto così fragile sotto ai miei pugni e ad una pioggia di guai, ti sceglierei altre mille volte, anche contro la tua volontà. Ho scelto te, e ancora ti scelgo, perché in mezzo a tutto quel casino di incubi che mi distruggevano il sonno lo sai qual'era il pensiero che mi tranquillizzava? Te. Il coraggio che hai avuto nel non allontanarmi, la tua sconfinata generosità, il disprezzo che hai avuto per me. Dovresti solo odiarmi di più, mi sento da schifo tutte le volte che mi sei vicina, perché ti ho fatto tanto di quel male senza che tu lo meritassi. Gridami contro, picchiami, insultami, te lo devo.-
Mi prese una mano e se la poggiò sul petto, probabilmente per spingermi a tirar gli colpi su colpi. Potevo sentire il battito del suo cuore contro le mie dita. Chiusi la mano a pugno e lo spinsi di lato. Sentivo scorrermi nelle vene qualcosa di diverso insieme al sangue. Una qualche emozione a cui non sapevo dare un nome. 
Portai in avanti la testa, verso la sua spalla. Indugiai lì per qualche secondo come ad abituarmi al suo profumo, per poi posare la testa sulla sua spalla. La sua mano lasciò libero il mio polso e senza che io mi dovessi giustificare e lui dovesse chiedere qualcosa, con le braccia avvolse la mia schiena e con il suo cuore che scandiva il tempo mi tenne stretta come se non volesse farmi cadere. In quel modo, in quel momento, con la guancia schiacciata sul suo petto e scomodamente in piedi, trovai i secondi di tranquillità che avevo rinunciato a cercare, e arrivai a pensare che il posto che cercavo forse non era poi così lontano. 
Lo scoprii in quell'abbraccio, così, senza parlare. 

[Frase a inizio capitolo: da "Stop crying your heart out", Oasis.]

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