20.

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"In fondo anche tu sei solo un segno in più
che sulla pelle fa più male,
continuerà a bruciare perché ora lo so  che in fondo anche tu
sei solo un segno in più."

La luce dorata dell'alba aveva dolcemente inondato la stanza, i suoi vestiti neri e il suo viso segnato.
Non contai i minuti che passammo a fissarci.
-Ciao-, disse poi lui. Ed io, come se fosse stato quello il segnale che aspettavo, mi voltai bruscamente verso la finestra, procurandomi un dolore atroce al collo. Lo sopportai in silenzio.
-Posso entrare?- Domandò con voce debole.
-Sei già dentro.- Replicai.
-Me ne andrei perché so che non mi vuoi, ma ci sono delle cose che devo dirti, quindi... Cioè...-
Fissai il sole fino a che non mi bruciarono gli occhi. -Non voglio sentire niente da te.-
-Neanche... Le mie scuse?-
Mi venne da ridere. -Non serve più a niente, ormai.-
Scosse la testa. -Ti prego, smetti di fare la bambina imbronciata.-
La mia pazienza arrivò al limite. -Dopo tutto questo cavolo di casino allucinante con quale fottutissimo coraggio ti presenti qui e mi dici di smettere di fare la mocciosa? Non so se ti rendi conto di quello che è successo, Benjamin.
La colpa
è stata
tua.
Non avrei mai voluto questo! Da bambina non avrei mai voluto diventare così, che desidero la fine della mia vita ogni secondo per avere un po' di pace!- La voce mi si spezzò, e lasciò spazio alle lacrime. Non mi preoccupavo di nasconderle, non più.
In fondo, solo crollando completamente poi potevo sperare di risalire in superficie.
-Non sono i tuoi pugni, quelli di Filippo, le spinte, le prese in giro, i calci quello che mi ha fatto più male.- Quasi urlai, sommessamente. -Sai cosa? Cos'altro hai causato? Gli sguardi della gente. La sua indifferenza. Mi guardavano come un cucciolo ferito. Mi guardavano come si guarda qualcosa che non ha più speranze. Mi guardavano come qualcosa per il quale non si poteva fare più niente. E invece, non hai idea di come mi avrebbe salvato anche solo una parola. Eppure nessuno capiva, nessuno. Si deve sempre spiegare, alle persone-, mi asciugai le lacrime. -E mai nessuno che capisce da solo.-
Avevo la bocca ancora piena di cose da dire, ma le lacrime e i singhiozzi le coprivano tutte.
-Io ti odio, Benjamin!- Gridai perdendo il controllo. -Odio te, odio me, mio nonno, perché per lui è così facile! Non mi avrebbe detto di ritornare se avesse saputo realmente che cosa stavo passando! Lui non è qui con me, lui è morto! Non sa niente del mio dolore, se n'è infischiato come quando da piccola mi ha lasciato lì da sola! Lo odio, ti odio, ti odio nonno, ti odio!-
Le sue mani mi afferrarono le braccia e le strinsero forte irradiando dolore in tutto il mio corpo, troppo velocemente e spaventandomi.
-Calma, calma, ti prego...-
Non l'avevo nemmeno visto arrivare.
Il mio cuore prese a battere ad una velocità spropositata, e i miei respiri richiesero più ossigeno di quello che la cannula gli dava.
-Non... Non picchiarmi... Scusa nonno... Scusami... Era la rabbia, so che sei qui, lo so... Scusa, scusa, scusa...-
Benjamin, pianissimo, posò le mani sul mio capo, lasciandomi le braccia. Mi portò in avanti, sempre piano, e mi posò la testa sul suo petto.
-Va tutto bene.- Sussurrò. Accarezzava con un pollice la mia mano tesa contro il suo ventre, pronta a spingerlo indietro nel caso avesse dovuto farmi del male.
Non riuscivo a fidarmi di lui. E probabilmente non l'avrei mai fatto.
Riacquistai lentamente controllo e consapevolezza delle parole taglienti e rabbiose che gli avevo vomitato addosso.
Mi vergognai per ciò che avevo detto di mio nonno. Avevo paura di me stessa quando perdevo le staffe. Una volta avevo persino distrutto la mia camera.
Mi staccai di botto dal petto di Benjamin, che fece un passo indietro.
Senza che le lacrime smettessero di rigarmi le guance, mi lasciai andare sul cuscino, con lo sguardo perso nel vuoto.
-Sai, Beatrice,- disse Benjamin, con una certa aria combattuta impigliata negli occhi. -Non avrei mai voluto che andasse a finire così. Il giorno in cui ti ho conosciuto, volevo davvero esserti amico. Poi però sono finito nella compagnia sbagliata e per un errore che ho commesso mi sono ritrovato ad esserne il leader. Ho ritrovato te, che eri così piccola, debole, e...-
-Che errore hai fatto?- Chiesi con una voce vuota.
-Eh?-
-Hai detto che hai fatto un errore per ritrovarti ad essere il capo. Che errore era?-
Scosse la testa e l'abbassò vistosamente, fissando i piedi del letto. -Ora no.-
-Non credi di dovermi una storia, come minimo?-
Sì strinse nelle spalle. -È una brutta storia. Non mi piace raccontarla.- Sembrò pensare a qualcosa. -A dire il vero, non l'ho mai detta a nessuno.-
Passai una mano sulla guancia, portando via alcune lacrime. -Fai come credi. Mi sono stufata.-
-Te lo dirò un giorno, forse.-
-Forse significa no.-
-Forse.-
-Quindi significa sì. Me lo dirai.-
-Va bene. Ma non oggi.-
-Okay. Ora basta. Cos'è successo?- Domandai, per tentare, più o meno, di cambiare argomento.
Non avevo voglia di parlare, e in questo modo avrebbe parlato lui. In più, non se ne sarebbe andato facilmente.
Ma lui non era della stessa idea.
-I tuoi che cosa hanno detto dei lividi?-
Sbarrai gli occhi.
I lividi.
Chi mi aveva trovato nella vasca?
Mio padre, probabilmente.
Si sarà chiesto come era possibile.
Un attimo prima gli avevo detto che stavo bene, e poi mi aveva trovato tramortita e piena di lividi.
Aveva visto.
Tutto ciò che cercavo di nascondergli, l'aveva visto.
-Beatrice? Ehi. I tuoi che hanno detto?- Aveva gli occhi preoccupati.
-Non sono ancora venuti...- Sussurrai, attonita.
-Oh. Gli spiegherò io. È... È tutta colpa mia e spiegare tutto è... Be'... Il minimo che possa fare...-
-Spiegami cos'è successo, Benjamin.- Dissi, con voce ferma, mentre fissavo sempre lo stesso punto indefinito.
Aggrottò le sopracciglia. -So che tuo padre ti ha trovato... Nella vasca e... Ha chiamato l'ambulanza. Mentre arrivava ha eseguito il massaggio cardiaco, ha tentato di far uscire dell'acqua dai polmoni... Tutto ciò che poteva. Poi ti hanno trasportata qui in ambulanza. Ho perso la cognizione del tempo. Non so quanto sia passato prima che ti abbiano portata in questa stanza, prima che ti potessi venire a trovare. Qualche ora, due o tre, forse qualcuna di più.-
-Mio padre... Lui come... Come mi ha trovata e... E tu? Io volevo...-
-Tuo padre ti ha sentito urlare. Stava passando nel corridoio e ti ha sentito gridare qualcosa sott'acqua. Invece io... Be'...- Sospirò. -Stavo venendo a casa tua. Dopo aver parlato con te, avevo capito che volevi... Andartene...-
-Uccidermi, Benjamin. Volevo uccidermi.-
Sembrò vicino al punto di rottura. -L'avevo capito, ma non credevo avresti avuto il coraggio di provarci. Poi, quando te ne sei andata, ho girato a vuoto, e questo mi ha dato il tempo di pensare che, come mi hai ancora detto, non avevi niente da perdere. E ho capito che, se non provavo a fermarti, quella sarebbe stata l'ultima volta che ti avrei visto. Per cui sono corso a casa tua, ma lì... Lì c'era già l'ambulanza.
Quando sono arrivato qui in ospedale, i tuoi sono venuti da me. Credono sia un tuo amico o qualcosa del genere. Ero... E forse lo sono ancora, troppo sconvolto. Non riuscivo a formulare una frase completa, e rispondevo a monosillabi. Ma spiegherò tutto ai tuoi io... Me ne andrò, se vuoi.-
-Io...-
Mentre dai miei occhi scendeva ancora qualche lacrima, la porta si riaprì, spezzando la mia frase a metà.
-Signorina De Angelis. I suoi vorrebbero vederla.-

[Frase a inizio capitolo: da "L'amore eternit", Fedez ft. Noemi.]

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Ehi🌙
come al solito spero che il capitolo vi piaccia; vi invito a farmi sapere che ne pensate e a dirmi cosa vi aspettate ora!
Inoltre, voglio informarvi del fatto che gli aggiornamenti saranno più rari in questi giorni, in quanto sono al mare  finalmente. :)
Grazie, come sempre, per sostenermi.🌹
C.🌙

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