21.

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"Inventerai che non hai tempo,
inventerai che tutto è spento,
inventerai che ora ti ami un po' di più,
inventerai che ora sei forte
e chiuderai tutte le porte;
ridendo troverai una scusa
una in più."

A dire il vero, l'infermiere non aspettò una mia risposta. Si fece da parte e i miei genitori comparvero sulla soglia, esitanti.
Benjamin era come impietrito, con le parole che doveva ancora dire che si erano congelate come un fiume in inverno.
-Bea...- Disse in modo strozzato mia madre, prima di sciogliersi in lacrime. Non dissi niente. Sentivo le vene del collo pulsare, la gola dolere. Mi veniva da piangere. Ne avevo così bisogno che mi si spezzava il fiato, ostacolava la voce, offuscava la vista.
Io avevo fatto soffrire i miei genitori.
Bastava questo per farmi toccare il fondo per l'ennesima volta.
I due si avvicinarono.
Mio padre mi guardava come se ai suoi occhi non sembrassi reale.
-Stai bene?- Chiese di nuovo mia madre.
-Sono stata meglio, penso.- Non accennai a un sorriso. Rimasi immobile per non crollare, di nuovo.
Perché con Benjamin mi ero sentita di poterlo fare?
-Benjamin, potresti lasciarci soli per un attimo?- Mia madre gli domandò.
Lui si limitò ad annuire, prima di lasciare la stanza.
Un silenzio che nessuno aveva il coraggio di riempire si insinuò tra me e i miei genitori. Mi fissavano come se si aspettassero da me tutta la storia che si concludeva lì, in quella stanza bianca con il pavimento verde d'ospedale.
Forse li avevo illusi, quando aprii la bocca per parlare.
-Voglio andarmene da qui.-
-Oh, tesoro, ti dimetteranno presto, e tornerai a casa con noi, non ti preoccupare...- Mia madre disse, la voce spezzata. Si era seduta sulla parte libera di materasso, vicino a me. Mi teneva la mano.
-Non dall'ospedale. Io voglio andarmene da Milano.-
Il suo pianto si fortificò. Lo sguardo tagliente di mio padre mi raggiunse con più chiarezza.
-È ovvio che non sai quello che dici, Beatrice. Tu... Maledizione! Tu hai...- Prese un profondo respiro, per mantenere la calma. -Hai distrutto camera tua, ti sei conficcata un'intera mano con dei pezzi di vetro in un momento di crollo, ti ho trovata tramortita nella nostra vasca da bagno, con braccia e spalle piene di dannati lividi, botte, graffi, cicatrici. Ti sono stato vicino per tutta la corsa in ambulanza, temendo che fosse troppo tardi, di non aver fatto abbastanza per salvarti la vita che ingenuamente stavi cercando di toglierti. E adesso, dopo ore in cui siamo stati qui con il cuore in gola a temere per te, tu dici che vuoi andartene? Io non direi, dannazione! Ci devi delle spiegazioni. E ti conviene darle subito.-
In un secondo lungo quanto un'ora, pensai ad ogni scappatoia che in un anno e mezzo avevo sempre trovato.
Ad ogni uscita d'emergenza che mi aveva permesso di non dire e mostrare la verità ai miei genitori.
Pensai amaramente a tutte le uscite che in cui mi ero infilata all'ultimo, e capii che in quel momento una via d'uscita non c'era.
E mi ricordai di come ad ognuna di quelle uscite avevo evitato di far soffrire i miei con la mia storia.
E mi resi conto che la somma di tutti quei mali che avevo evitato, li stava investendo in questo momento.
Lorenzo aveva detto che un giorno mi sarei trovata davanti ad un ostacolo superabile solo con la verità.
Eccolo, il mio ostacolo.
-Sto aspettando, Beatrice.- Affermò con voce dura mio padre.
Coraggio. Hai fatto mille cose peggiori di questa.
-Un giorno... Stavo tornando a casa da scuola. La strada che passava vicino al centro era chiusa, e ho dovuto prenderne una più appartata.
Dietro a un angolo c'era una banda di ragazzi, mezzi ubriachi.- La mia voce fu messa alla prova da un singhiozzo, ma non cedetti al pianto. Lasciai che le mie parole bugiarde governassero i movimenti della bocca. Non sapevo cosa mi prendeva. Ma sapevo che la verità voleva starmi alla larga. -Ho cercato di camminare più veloce, ma mi hanno circondato e picchiato. Ho tentato di non farmi vedere, nei giorni successivi, di passare in strade vicine, ma loro si separavano, e in un modo o nell'altro...-
-Perché non ce l'hai detto subito?- Chiese mio padre. Sembrava deluso.
L'ennesima fitta mi attraversò il petto. E non era colpa delle attrezzature mediche.
-Non volevo aggiungervi altre preoccupazioni.-
Che poi, quella, era la verità.
Però tutta la somma del dolore che gli avevo evitato mentendogli, li stava investendo ora.
I miei si guardarono, per un attimo.
-Beatrice-, sospirò mio padre, chiudendo gli occhi per frenare le lacrime. -Perché non ci dici la verità?-
Uno scossone mi attraversò la schiena.
-Io...-
-Benjamin ci ha detto tutto prima che ti svegliassi, Beatrice.-

[Frase a inizio capitolo: da "Ed ero contentissimo", Tiziano Ferro.]

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