48.

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"Perché quello che sono
l'’ho imparato da te,
tu che sei la risposta
senza chiedere niente,
per le luci che hai acceso
a incendiare l’inverno,
per avermi insegnato a cadere"

Un secondo, forse poco meno.
In quel lasso di tempo infinitesimo non riuscii nemmeno a sorridere.
Un  terrore cieco mi spense il cervello.
Sul suo viso si dipinse violentemente l'espressione di dolore più atroce che avessi mai visto. Lo raschiava da dentro, gli spaccava le vene.
Voleva ucciderlo.
Spalancai la porta con un calcio e feci uno sforzo immane per far uscire la voce e non il vomito.
-Sta male, sta morendo, sbrigatevi!- Gridavo.
-Andrà tutto bene Benjamin... Sei forte, te...- Mi proibivo di toccarlo, i medici non arrivavano e lui spalancava la bocca senza gridare. Al posto degli occhi aveva due cataclismi. Ci potevi vedere attraverso, vedere il dolore che lo martellava, gli piegava le ossa.
Sul lenzuolo immacolato si aprì un ventaglio di sangue scuro.
Mi sfuggì un gemito. Tremavo incontrollabilmente. Tremavano le mie mani che ora cercavano di fare qualcosa, tremavano le mie gambe che non reggevano più il mio peso, tremavano i miei occhi e tremava tutto.
-STA MORENDO PORCA MISERIA-, urlai fino a che la voce sembrò graffiarmi la gola.
E poi, in tutta quell'onda anomala di sangue, sentii la sua voce, poco più di un sussurro, che scivolava a fatica fuori dalle sue labbra secche. 
-Beatrice-
Il sangue continuò a mangiarsi il bianco delle lenzuola e a gocciolare sul pavimento.
Fu solo allora che mi accorsi che i medici erano arrivati. Forse da un pezzo, forse solo da un secondo, non lo so.
Sentii qualcuno spingermi fuori, ma non sentivo niente. Intorno a me impazzavano i rumori del mondo e io non sentivo niente. 
E vedevo tutto sfocato, a parte lui. Lui, il suo addome slabbrato, distrutto, coperto di sangue, le ferite che si erano riaperte, la milza esplosa.
E i suoi occhi che si erano richiusi, la lettera che stringevo così forte da averla quasi strappata. Era la sua vita quella lettera, e io non volevo lasciarla andare, mi ci aggrappavo e ci affondavo le unghie come se fosse l'unico scoglio emergente tra milioni di chilometri quadrati di mare.
La consapevolezza mi colpì come una sprangata dietro alle ginocchia.
Franai quando mi chiusero fuori dal blocco di terapia intensiva, con un dolore pungente che mi stringeva la gola. Singhiozzavo e con quei colpi perdevo i respiri e la voce. Volevo vomitare tutto quello che ora dentro mi pesava come mille ancore.
Chiusi gli occhi con forza e schiacciai la fronte contro il muro per dimenticarmi quello che avevo visto, il dolore che gli era balenato in faccia davanti ai miei occhi.
Dimenticare la mia impotenza, la mia totale mancanza di forze per stringerlo a me come quel foglio di carta, mentre il sangue lo trascinava via ad una velocità troppo veloce perché riuscissi a sostenerla.
Mi morsi un pugno al posto di urlare.
Non sentii niente.
Quello che avevo dentro era infinitamente più grande.

Mi ci volle un'ora solo per essere convinta a sedermi su una sedia.
Non avevo mai smesso di piangere, la gola mia mandava fitte allucinanti. E non riuscivo a smettere lo stesso.
Filippo, Kim, la madre di Benjamin e tutti gli altri mi stavano intorno, facevano domande su di me e su di lui, su cosa avessi visto là dentro.
Ma, ammesso che avessi potuto parlare, avrei mai trovato parole che rendessero giustizia al dolore che sapevo che Benjamin stava provando? O il modo in cui mi aveva chiamato.
Mi aveva vista.
Aveva usato il suo poco ossigeno per dire il mio nome, per farmelo sapere.
Mi sentivo tagliata in pezzi e il secondo dopo non mi sentivo più. 
Le immagini di Benjamin che steso in quel letto si contorceva dal dolore e tremava come me, e i camici verdi che lo tenevano fermo, inerme, e permettevano al dolore di sopraffarlo. Erano così vivide che sentivo un dolore quasi fisico all'altezza dell'addome come se avessi voluto soffrire al posto suo.
Mi si paravano davanti agli occhi e io continuavo a rivederle.
Volevo alzarmi e correre via, ché ormai lo sapevo cosa mi aspettava, ma restavo rannicchiata su quella dannata sedia di plastica blu, muta.
Credevo di aver vissuto il dolore più grande più impossibile quando Benjamin mi picchiava e mi faceva sentire uno zero.
Ma era niente rispetto all'assalto che mi bruciava la testa ora.
Le grida, nella mia mente, sembravano volermi fracassare il cranio.
Mi chiesi come si potesse sopravvivere a una cosa simile.

Io sono qua.
E me lo prendo io tutto il dolore che hai, me lo metto pure al posto del cuore se necessario, me lo bevo come acqua.
Me lo prendo io tutto il dolore che hai, ma tu resta.
O quello che siamo stati mi scivolerà via dalle mani come niente,
le ferite si rimargineranno senza lasciare cicatrici, e allora non ricorderò più di essere caduta.
Non ricorderò più che c'eri stato tu a curarmi.

480 minuti.
Otto ore.
Sette miliardi di persone le avevano spese ognuna in un modo diverso.
Ridevano, dormivano, camminavano, mangiavano, si rimbambivano davanti alla tv.
Forse tra quei sette miliardi e in quelle otto ore, c'è stato qualcuno che è stato rannicchiato su una sedia d'ospedale con le ginocchia strette strette al petto, piangendo, senza dire una parola.
Forse tra quei sette miliardi e in quelle otto ore c'è stato qualcuno che ha sofferto come me.
Il tempo mi pesava addosso come un carico di pietre.
Pesò ancora di più quando un dottore uscì dalla terapia intensiva per dirci di Benjamin.
480 minuti. 
Otto ore.

[Frase a inizio capitolo: da Come Neve, Giorgia (feat. Marco Mengoni)]

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