"Qualcuno è qui per te;
se guardi bene
ce l'hai di fronte.
Fugge anche lui
per non dover scappare;
se guardi bene
ti sto di fronte.
Se parli piano
ti sento forte."
-Londra. La mia condizione per accompagnarvi in gita è questa.- Annunciò Sona con un sorrisetto.
Un brusio di voci già entusiaste inondò l'aula. Come era normale, erano tutti felici di quella notizia, tranne me. Ma avrei liquidato la cosa facilmente non partecipando, inventando una scusa che avrebbe tenuto tranquilla mia madre.
Potevo fingermi malata: l'avevo già fatto qualche volta, quando le cose che mi succedevano avevano la meglio. Che poi stavo male davvero.
-Oggi parleremo di Nietzsche.- Esordì Sona, zittendo il brusio. -E vorrei cominciare con una sua citazione.-
In poco tempo, l'aveva trascritta a caratteri grandi e chiari sulla lavagna. -"Nella solitudine il solitario divora se stesso. Nella moltitudine lo divorano in molti."-
Si fermò un attimo. In classe regnava uno strano silenzio che, puntualmente, venne interrotto da Benjamin. -Non sapevo che fossimo tutti cannibali, prof.- Leggere risate.
-Cerca di migliorare il tuo umorismo. Questa era davvero pessima. Qualcun altro?-
Lo sguardo del prof vagò per tutta la classe, fino a posarsi su di me per un secondo di troppo. -De Angelis! Visto che due giorni fa non hai avuto nessun problema nell'esporre la tua opinione potresti farlo anche oggi. O ancora non sei interessata alla lezione?- Chiese con un sorrisetto odioso.
Avevo paura ma, come sempre, anche niente da perdere. -Se non ho alzato la mano significa che non voglio dire niente.- Dissi a denti stretti.
-Vuoi essere spedita fuori dalla classe con un'altra nota aggiunta alla collezione?-
Esagerato. Nella mia "collezione" figurava solo la nota di due giorni prima.
-Non faccia quello che vorrei fare io.-
Sona assottigliò gli occhi e serrò le labbra, irritato. -Allora fai una riflessione sulla citazione di Nietzsche. La mia pazienza si sta esaurendo. Se continui in questo modo sarà un mio piacere accompagnarti dal preside.-
Respirai profondamente ma trovando poca aria, e strinsi i polsini della felpa con le mani sudate. Mi ero spinta troppo in là, ma non potevo tornare indietro. Forse solo cercare di aggiustare le cose.
-Nella solitudine il solitario divora se stesso. È il prezzo di chi ama la solitudine. Il silenzio che ti circonda quando sei solo implica ricordare. Ricordare tutto ciò che in passato ti ha messo alla prova e ti ha distrutto rendendoti ogni volta un po' più forte, ma mai abbastanza.
Nulla ti renderà mai così tanto forte da riuscire a proteggerti da te stesso. Perché il tuo più grande nemico sei tu. Sei tu che decidi come saltare un ostacolo e di conseguenza come cadere dopo averlo fatto, sei tu che decidi quanto amore meriti e invece quanto dolore, sei tu che decidi se lasciarti scivolare addosso le cose peggiori o lasciare che ti trascinino via con loro. Noi siamo i nostri stessi carnefici e, per assurdo, dovremmo essere anche i nostri più grandi alleati. Ma non sempre è facile concedersi una tregua e collaborare con se stessi.
Per quanto riguarda gli altri, certo, certo che le persone ti distruggono. L'uomo non è forse l'unico animale che uccide i suoi simili per vendetta? Nessuno potrà mai capire che cosa si nasconde dietro al viso di qualcun altro. E allora quello si allontana, piano piano, senza che nessuno si accorga che poi non c'è più. Una persona, per quanto possa diventare importante, non potrà salvarti sempre, non potrà curare continuamente le tue ferite. Ad un certo punto cadremo tutti in un baratro inaccessibile a chiunque altro, e dovremo volerci abbastanza bene da riuscire a tirarci fuori da soli.-
Mi zittii di punto in bianco, con il respiro accellerato e le guance rosse.
Nell'aula regnava il silenzio, e sentivo gli sguardi di tutte le persone al suo interno bruciarmi sulla schiena e sul viso come se fossero fuoco.
Sona mi fissava con un espressione indecifrabile in viso e la bocca mezza aperta, in una smorfia quasi tormentata.
Rimase in questa posizione per qualche secondo, prima di scuotere la testa e dire con voce flebile:-D'accordo. Possiamo andare avanti.-
Ma c'era uno sguardo che sentivo bruciare più di tutti gli altri. Ed era quello di Benjamin.
All'uscita della scuola, fu proprio lui che mi avvicinò. -Posso parlarti?- Chiese senza guardarmi davvero. Era inquieto. Lo vedevo dal modo in cui il suo sguardo girava senza avere realmente qualcosa da guardare.
-No. Devo proprio andare a casa, Benjamin.-
-Ti prego. Solo cinque minuti.- Stavolta, con la sua voce arrivarono anche i suoi occhi. Quelli a cui non ero mai riuscita a scappare, a dire di no.
Ripassai mentalmente le istruzioni per respirare. -Okay. D'accordo. Cinque minuti.-
Un accenno di sorriso comparve sulle sue labbra. -Di qua, vieni.-
Aggirammo la scuola fino ad arrivare alle scale antincendio _ di nuovo _ che salimmo in poco tempo.
-Che problema hai con questo posto?- Chiesi.
-Ci sono affezionato. Qui ho dato il mio primo bacio.-
-Ah. Buon per te.-
-Okay.-
-Di cosa mi vuoi parlare?-
-Il discorso che hai fatto prima in classe...-
-Ah.-
-Ecco.-
-Cosa vuoi sapere?-
-Parlava di te, no?-
-Anche se fosse? Non saresti certo tu il primo a cui lo direi.-
-Stavo pensando alla voragine. Quella che hai pronunciato alla fine...-
-Si dice "menzionato".-
-Sì, come preferisci, quella che hai menzionato alla fine. Tu ci sei già dentro?-
-Ma che domande sono?-
-Ti prego! Sto cercando di capirti.- Sì slanciò verso di me, facendomi indietreggiare velocemente. Ma mi scontrai con la ringhiera, e la mia schiena si piegò al di fuori del bordo. Sentendo il vuoto dietro di me, urlai. Vidi l'azzurro dei suoi occhi spalancati, prima che si avvicinassero. Mi afferrò le spalle e mi tirò con forza verso di lui, fino a che con la testa sbattei contro la sua spalla.
Le ferite cominciarono a bruciare. -Scusami Beatrice, scusa, scusa.- Lo sentii mormorare.
Tremavo incontrollatamente, e speravo che la felpa lo nascondesse, ma da come lui si rifiutava di lasciarmi andare capii che mi sentiva. -Non volevo che succedesse, io... Scusami...- La sua voce era flebile, colpevole. Come io non l'avevo sentita mai. Le sue mani si erano spostate più in basso delle scapole. L'aveva fatto apposta. Ricordava che lì avevo dei lividi e lui non voleva farmi altro male.
Staccai la guancia dalla sua spalla quando cominciai a risentire la terra sotto ai piedi. Barcollando leggermente, strinsi con una mano la sola bretella dello zaino sulla mia spalla.
I suoi occhi erano preoccupati. Per... Me?
-Ora vado.- Sussurrai.
-Perdonami... Non volevo che succedesse...- Disse, buio.
-Non dovresti farti perdonare altre cose?- Chiesi con gli occhi pieni di lacrime.
Lui guardò quelle lacrime, e alzò una mano come se volesse accarezzarle, anche se poi rimase fermo. -Tu-, mormorò:-sei sull'orlo della voragine e aspetti solo il colpo di grazia che ti faccia cadere nel vuoto. Vero?-
-Non chiederlo se fino a ora mi hai spinto verso il baratro.- Dissi con un filo di voce. Una lacrima scivolò giù per la mia guancia e per la gola, sparendo nella mia giacca. Pensai che anch'io avrei voluto avere la possibilità di sparire così facilmente.
Gli voltai le spalle e lo lasciai solo. Ma quella che era veramente sola ero io.
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bullying
Teen Fiction"Forse ti vedrò, in classe, con quel tuo solito guardare fuori dalla finestra come se ci fosse davvero qualcosa da vedere. Se ci penso _ voglio dire, se penso a te _ capisco che dopotutto non ho bisogno di nient'altro." 14.12.2017, #11 in teen ficti...
