34.

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"Remember all the sadness and frustration
and let it go"

Mi sembrava di trovarmi nell'occhio del ciclone, con la sola differenza che intorno a me c'era solo sole.
Un anello di luce calda e allo stesso tempo distante circondava alberi, fili d'erba, noi, e affogava nell'acqua del lago simile agli acquerelli che da piccola diluivo con troppa acqua. Alla fine dovevo sempre buttarli via. Ero incapace di creare qualcosa di bello.
-Non avevo mai visto un'alba... Così...- Mormorai quando il sole ormai si sbagliava basso al di sopra delle montagne che circondavano il lago.
Scrollò le spalle. -Io non l'ho mai condivisa con qualcuno.-
-È strano, però.- Dissi.
-Cosa?-
-Che tu abbia scelto me.- Respirai l'aria gelata. -E che io abbia scelto te.-
-Fin troppe cose sono strane, eppure succedono lo stesso.-
Mi tornò in mente la chiamata che aveva avuto quella mattina, che io non dovevo sentire, senza un motivo apparente.
E non mi sembrò tranquillo, tutto d'un colpo.
Vidi la freddezza malcelata nei suoi occhi, la preoccupazione che non lo rendeva il solito.
Mi nascondeva qualcosa, e chissà perché lo faceva.
Per proteggermi o farmi del male?

Mi prese una malinconia assurda tutto d'un colpo. Era una di quelle sensazioni che ti esplodono nel petto e tu puoi solo restare a guardare. Un'onda che ti si scaraventa addosso, ma è impossibile reagire quando ti senti i piedi di piombo.
Davanti a quel sole mi chiesi cosa ci facevo io lì.
Abbassai lo sguardo fino a trovare la sua mano stretta alla mia in un involucro di luce dorata.
Mi chiesi come due mani come le nostre potessero stringersi senza farsi male alle cicatrici.
-Vieni, ti porto in un altro posto.- Sì era alzato in piedi.
Ogni mia domanda fu spazzata via dal soffio della sua voce.
E forse era questo il motivo per cui si stringevamo senza farci male.
Sorrisi ai lati di una luce strana che mi accarezzava la pelle e presi la sua mano, senza farmi male. Non si fece male nemmeno lui: continuava a tenermela stretta.

🔼🔽🔼🔽

-Era di mio padre.- La serratura scattò, estrasse la chiave dalla toppa e mi fece entrare.
Un soggiorno spazioso si apriva alla nostra destra e una piccola cucina di legno chiaro alla nostra sinistra. Quando Ben aprì le finestre enormi, la luce del sole ormai alto inondò le stanze rendendole luminosissime.
Si vedeva il lago, dalle finestre che occupavano praticamente una parete intera.
-Vai!- Mi disse ridendo Benjamin, aprendo la porta scorrevole di vetro che dava su un largo terrazzo.
Un enorme sorriso mi tagliò il viso, e prima di correre fuori lo abbracciai. Tanto forte quanto la mia felicità in quel momento.

Era andato in bagno, lasciandomi momentaneamente sola.
Fatto sta che il suo cellulare vibrò sul tavolino accanto a me.
Oh, no.
Dovevo guardare?
No... Magari... Magari era qualcosa che riguardava lui e basta.
E se riguardava me?
Lo stomaco mi si annodò irreparabilmente.
Fanculo.
Lo faccio.
Presi in mano il telefono.
Non aveva il blocco schermo.
Era un messaggio da Filippo.
Ancora lui.
"Lo sai cosa dobbiamo farne.
Ha già rotto fin troppo le palle."
Quelle poche parole mi trapassarono dentro come un lampo. Roba che sentii le mie cicatrici volersi aprire, ad una scossa così.
Parlava di me. Non ne ero mai stata così sicura.
-Beaatriiiceeee! Patatine o Mars?- Lo sentii urlare.
Abbandonai il cellulare sul tavolino, e aspetta qualche secondo per rispondere. Che cosa diamine si faceva in questi casi? Essere scappata con lui certo non aiutava.
Eppure perché i suoi occhi, seppur così tormentati, mi trasmettevano la sicurezza che avevo sempre cercato?
Poteva davvero tradirmi alle spalle l'unico a cui mi ero affidata?
-Bea! Ci sei?- Lo risentii.
-Tutti e due...- Dissi, distratta. Ero così altrove da non poter rispondere nemmeno ad una domanda così banale.
-Arrivano!-
Mi parlava sempre in un modo così dolce. Come se ci tenesse a me più che a se stesso. Poteva una voce così nascondere l'unico veleno che mi avrebbe uccisa?
-Ehi. Ecco ciò che costituirà i nostri prossimi cinque chili.- Lasciò andare sul tavolo innumerevoli pacchetti di patatine e Mars. Cominciai a sentire un mattone sullo stomaco, e sorrisi senza un'ombra di convinzione.
-Cos'è quel muso?- Chiese poggiando le gambe sulla ringhiera imitandomi e scartando un Mars.
-È la mia faccia, tutto qui.-
-Tu non ci credi, ma ti conosco, sai?-
-Forse.-
Se ne stette zitto per un po', continuando a sbocconcellare la sua barretta al cioccolato. -Io sto cercando di salvarti, Beatrice. In qualsiasi modo in cui mi è possibile.-
Un brivido mi strinse tutta la pancia come fosse una tenaglia. Lui continuava a mangiare. Quella barretta l'avrei presa e scagliata lontano volentieri, dall'ansia che avevo.
-E tu non te ne accorgi-, proseguì. -Cerco di salvarti e non te ne accorgi.-
-No!- Esclamai.
-No?- Fece lui, confuso.
-No...- Ripetei io, ma senza la veemenza di prima. Avevo pensato ad alta voce.
-Insomma, che cosa vuoi dire?-
-Voglio dire che me ne accorgo. Che mi salvi, che ci provi, intendo dire-, precisai. -Mi accorgo di tante cose, e rimango in silenzio. Continuamente, sempre. È quello che ho fatto per tutta la vita. E ora che qualcuno prova a tirarmi fuori dall'angolino buio e silenzioso che mi sono scavata, ho paura della luce. È una contraddizione incredibile, lo so, un paradosso orribile, ma non so farne a meno.
Non ho paura di te. Non più.
Ho paura di quello che ti sta intorno, ho paura di quello che eri.
E ho paura anche di me. Non voglio più essere quella ragazza che guardava la vita in foto e si muoveva ai margini delle cose. È che i margini, i lati, gli spazi in disparte, sono terribilmente sicuri. Mi mettevo in secondo piano sempre da quelle parti là. E non sapevo che stavo morendo.
È il mettersi da parte che uccide. I margini in cui ti confinano, a toglierti il respiro. E ora che qualcuno finalmente mi sta portando fuori dai margini per vivere e non esistere, ho paura.-
Mi prese una mano, e si portò così vicino a me che che potevo specchiarmi nei suoi occhi. -Sei al sicuro con me. Vorrei che non te ne scordassi mai.- Forse gli credetti, o forse l'immagine di quel messaggio sul suo cellulare me lo impedì.
-Sei
sempre,
sempre
al sicuro, con me.
Resta.
Non so come dirtelo in altro modo, lo sai che non sono bravo in queste cose. È che mi proteggi senza saperlo.
Mi proteggi da me
senza nemmeno fare fatica.-
Stavolta fui io a portare in avanti la testa e a baciarlo.
C'era quasi da ridere, se pensavo a come trovavo involontariamente sempre il modo per credergli.
Forse me ne sarei pentita, ma in ogni caso ero felice. E non ero una grande esperta in materia, ma non credo che ci si potesse pentire di essere stati felici.

[Frase a inizio capitolo: da "Iridescent", Linkin Park.]

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Ehi!
Scusatemi il ritardo ma la scuola mi sta letteralmente rinchiudendo in casa per lo studio haha.

Spero il capitolo vi sia piaciuto! Vi invito a lasciarmi un commento per dirmi che ne pensate e cose credete che succederà ora, perché nei prossimi capitoli il meglio deve ancora venire.
Guai su guai su guai.
A proposito, non mancano tantissimi capitoli alla fine!

In più vi ringrazio tantissimo, perché qualche giorno fa ho letto (sotto al titolo della MIA storia, non so se mi spiego) un "#48 in teen fiction", e per me è tantissimo.

Grazie ❤

C.

bullyingDove le storie prendono vita. Scoprilo ora