"The world can be a nasty place,
you know it, I know it.
We don’t have to fall from grace.
Put down the weapons you fight with
and kill 'em with kindness."
Il vento freddo sembrava volermi schiaffeggiare il viso.
Volevo solo arrivare a casa, chiudermi in camera, rimanere sola con l'unica persona che odiavo più di Benjamin: me. Volevo prendere a pugni il muro, farmi ancora più male. Non avevo avuto un solo attimo di felicità negli ultimi tre anni. Dall'inizio del liceo fino ad ora.
Vedevo offuscato. Mi apparivano persone laddove non ce n'erano e tutte venivano verso di me, dissolvendosi poi in migliaia di frammenti nel tentativo di picchiarmi.
Non esistevano. Erano allucinazioni. Erano allucinazioni, solo allucinazioni, allucinazioni, sciocche illusioni.
Spalancai la porta di casa mia tirando dritto. Non so se vidi mia madre.
Salii le scale, attraversai il corridoio, entrai e chiusi a chiave la porta.
La voce di Benjamin si insinuò fastidiosa nella mia testa.
Sei sull'orlo della voragine.
E lui se ne era accorto soltanto ora.
Se lo ripensavo ora con quegli occhi da bambino che deve ancora imparare tutto inseriti nel corpo di un diciassettenne, mi faceva quasi pena. Mi faceva venire da ridere.
Era così che mi aveva sempre visto lui? Aveva sempre riso di me? E per quale motivo in particolare? Non me lo aveva mai detto, ma forse non c'era nemmeno.
Mi resi conto del formicolio che aveva occupato le mie mani.
L'oggetto più vicino alle mie mani era una foto incorniciata della Tour Eiffel, appesa al muro. L'aveva scattata mio padre dieci anni fa, in uno degli ultimi viaggi che facemmo.
Ma non volevo distruggere quel ricordo. Era forse uno dei pochi non tormentati che conservavo dalla mia infanzia.
Posai la cornice sulla scrivania, con le mani tremanti.
Alzai la testa. Il mio quadro preferito, Notte stellata, stava sul muro di fronte a me. In uno stato quasi di trance, portai in avanti la mano per staccarlo dalla parete e scaraventarlo in fondo alla stanza. Dopo lo schianto, sentivo solo il mio respiro pesante.
Su, giù, su, giù.
Le mie mani fremevano ancora. Desideravo distruzione. Volevo ardentemente che qualcosa fosse distrutto come me.
L'acchiappasogni attaccato al letto lo spezzai a mani nude, spargendo le perline sul pavimento. Le pestai con le scarpe mentre a passi pesanti raggiungevo i poster che avevo appiccicato alla parete ancora da bambina. Li strappai, uno a uno. I pezzi di carta finirono a terra, sulle mie scarpe, tra i capelli. Rovesciai tutto ciò che si trovava sulla scrivania, mentre lasciavo fluire il moto di rabbia che mi riempiva le vene. Mi dimenticai della foto. Finì a terra insieme ai libri di scuola delle elementari, delle medie e della prima e seconda superiore. Avrei bruciato tutto, diamine, non volevo ricordi di quel tipo. Se la scuola doveva essere un posto sicuro, per me era solo stata una prigione che solo io vedevo da dietro una cella. Mi rannicchiai a terra, presi una cornice di vetro che faceva da scudo ad una foto di me da piccola e la sbattei a terra. I cocci si sparvero a ventaglio, tutt'intorno al luogo dello schianto. Aggrottai le sopracciglia. I pezzi taglienti erano lì, immobili, trasparenti eppure luccicanti. Il palmo della mia mano, ben aperta, si posò leggermente sui cocci. Non mi graffiai. Iniziai a stringere. Il dolore mi saettò dalla punta delle dita su per le braccia, la spalla, il collo e arrivò pungente come un proiettile dritto alla testa. Arretrai ad una velocità violenta, distendendo la mano incrostata di schegge di vetro e andando a sbattere la testa contro il muro, con un gemito soffiato.
Altro dolore. Come sempre.
La mia immagine riflessa nello specchio lungo e stretto mi colpì come una mazzata. Non mi ero mai vista così. I miei capelli non mi erano mai sembrati così lunghi e vicini al color miele. Vedevo sporgere i miei zigomi dalle guance rosse e gli occhi infossati nelle orbite dal tanto che erano gonfi. Le labbra screpolate, la pelle pallida e fredda.
I colpi che mia madre assestava alla porta per farmi aprire scandivano il tempo, occupato solo dalle sue urla e dalle mie continue occhiate silenziose allo specchio.
Ero una bomba. Letale. Prima o poi sarei esplosa, e quel momento non era molto lontano.
In che cosa mi aveva trasformato Benjamin?
[Frase a inizio capitolo: da "Kill em with kindness", Selena Gomez.]
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bullying
Teen Fiction"Forse ti vedrò, in classe, con quel tuo solito guardare fuori dalla finestra come se ci fosse davvero qualcosa da vedere. Se ci penso _ voglio dire, se penso a te _ capisco che dopotutto non ho bisogno di nient'altro." 14.12.2017, #11 in teen ficti...
