35.

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"Costole rotte
bottiglie rotte,
questa notte suonerà
una sirena della polizia,
l'ambulanza tarderà."

Mi schiacciò una mano con la scarpa, tra la suola e l'asfalto sporco. Non sapevo come ci ero finita, a terra. C'era una luce bianca nel cielo che assurdamente oscurava tutto. Quasi non lo vedevo, mentre mi picchiava per l'ennesima volta. Poi, tutti i miei muscoli smisero di contrarsi, e si rilassarono, mentre ancora venivano presi a calci. Forse svenni, ma sentivo ancora tutto quello che mi succedeva intorno, senza provare dolore.
-La uccidi, così.- Disse qualcuno. Lo sentii lontanissimo.
Stavo con gli occhi chiusi, immobile.
La uccidi, così.
Ma lui voleva uccidermi.
Che lo facesse, diamine.
Non sopportavo più quel dolore, e il silenzio violento che mi circondava.
La uccidi, così.
Non aveva più risposto.
-Beatrice...-
Uccidimi, tanto l'hai già praticamente fatto, uccidimi.
Risentii il mio nome.
Con tutto il male che mi hai fatto mi avresti risparmiata di più lasciandomi morire. Uccidimi. Uccidimi, se ne hai il coraggio.
-Beatrice!-
Sentii i miei polmoni svuotarsi di tutta l'aria compressa che avevano dentro.
Stavo gridando.
Mi sentii come se stessi risalendo l'abisso a velocità supersonica, e solo quando fui in superficie spalancai gli occhi.
C'era qualcuno vicino a me.
Lo scansai, violentemente.
Ero in un letto, le coperte attorcigliate alle gambe. E avevo caldo, caldissimo.
I capelli umidicci mi si erano appiccicati al collo e alla fronte, e dopo quell'urlo quasi non ricordavo come si facesse a respirare. Stetti così, come fossi in apnea, per un po'.
Ero rannicchiata contro la spalliera, stringendo le sbarre ricurve di ferro con le mani talmente forte che mi facevo male. Forse tentavo di sorreggermi, proteggermi, non lo so.
-Stai bene?- Chiese una voce, nel buio.
Quella voce.
-Non uccidermi...- Soffiai debolmente.
-Cosa?-
-Non picchiarmi... Smettila... Ti prego, smettila...- Volevo mettermi le mani sulle orecchie per non sentirlo più o davanti agli occhi per evitare di vedere i suoi occhi confusi quando accese la luce. Ma non mi mossi. Continuarono a stringere la spalliera del letto.
-Beatrice... Sono Benjamin... Il solito...- Mormorò.
Allungò un braccio verso di me, e io mi schiacciai ancora di più contro la spalliera, sprofondando nei cuscini.
-Urlavi.-
Era un sogno.
-Sono venuto a vedere cosa era successo.-
Un incubo.
-Non avrei dovuto lasciarti dormire da sola.-
Non avrebbe dovuto lasciarmi vivere da sola.
-Cos'hai sognato?-
Non risposi, e lui non si scompose.
Piano, pianissimo, si avvicinò e dolcemente mi liberò le mani. Non riuscivo a distenderle.
Portò le mani attorno alle mie spalle e, più delicatamente che poté, mi liberò dalla mia posizione stropicciata e mi portò più vicino a lui.
Per un secondo, non ebbi più paura.
Mi tirò su i capelli e li sistemò in una coda disordinata, mentre ascoltavo il battito poco accelerato del suo cuore con la testa sul suo petto.
Capì che poteva abbracciarmi. Che volevo che lo facesse.
Non spostò una mano dalla mia testa, e posò l'altra sulla mia schiena, come se volesse assicurarsi che non mi sarei sgretolata tra le sue braccia.
Non piansi. Non ne avevo la forza. Ma nel petto sentii un nodo che mi spezzava il respiro. Che si alleggeriva solo quando mi stringeva più forte.
-Andiamo fuori. Scotti.- Si muoveva lentamente, e mi rendevo conto che lo faceva per me. Per farmi smettere di tremare incontrollabilmente.
Aprì la portafinestra della mia camera, senza smettere di tenermi per mano, e si sedette su una stuoia posata a terra.
-Vieni qui.-
Allargò le gambe, e mi lasciai andare contro il suo petto.
In cielo c'era una luna grande, quasi piena, che gettava un manto di luce delicata sul lago e ciò che lo circondava. Brillava sulla superficie scura e tremolante dell'acqua.
Gli unici suoni che ascoltai per dei minuti che sembrarono infiniti furono le oscillazioni dei nostri respiri.
Per distrarmi, seguivo il ritmo del suo respiro. Ma continuavo a sentire i polmoni vuoti e quella scarpa che mi schiacciava la mano.
Era Filippo? Benjamin?
Chi era che nell'incubo mi aveva quasi uccisa?
-Ho sognato che mi picchiavano.- Dissi di punto in bianco.
Benjamin annuì, senza guardarmi.
-Non so se eri tu.- Dissi, e me ne pentii vedendo il suo sguardo ferito.
Aveva ragione lui. Aveva sempre avuto ragione lui.
Lui provava a salvarmi e io mi nascondevo.
Lui provava a cambiare per me, e io mi voltavo indietro, continuando a fissare il passato.
-Scusami.- Dissi, peggiorando solo la situazione.
Sorrise un poco, ma sempre con gli occhi da un'altra parte. -Non preoccuparti.-
-Rovino sempre tutto...- Portai una mano alla bocca. Avevo pensato ad alta voce, di nuovo.
Finalmente mi guardò. Dolcemente, senza rimprovero.
-Vuoi l'esempio di qualcosa che hai migliorato?-
Lo guardai.
-Me.-
Rabbrividii. E non per l'aria fredda.
Gli portai una mano sulla guancia.
-Perché è sempre andato tutto storto tra di noi?- Mormorai.
-A volte è così, senza troppe spiegazioni. Una catena il cui primo anello è rotto.
E mi dispiace, sai, mi dispiace tanto. Non vorrei farti così male.
Ti voglio un bene dell'anima. Mi travolge il più delle volte, non mi fa capire niente.
E non so come ho fatto a farti così male e a girarmi dall'altra parte ogni dannata volta.
Vorrei solo che non fosse più così. Che se soffriamo, lo facciamo insieme, e allora soffriamo un po' meno.- Disse a bassa voce.
Non proferii parola, e mi strinsi di più a lui.
Volevo credergli.
Credergli e basta.
E volergli bene, in quello strano modo in cui lo stavo cominciando a fare.

[Frase a inizio capitolo: da "Costole rotte", Coez.]

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