Capitolo 49

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Dopo che Luana fu trasportata in ospedale, insieme agli atri due, seguiti da Tommaso e Vittorio, Alessio andò in commissariato. Aveva già qualcosa di concreto nelle mani. Da quando aveva capito che la famiglia dell'amico fosse perseguitata da qualcuno, aveva lui stesso seguito i loro movimenti e scoperto chi fossero i rapitori. Erano dei pregiudicati, già arrestati precedentemente, per furto e spaccio. L'unica cosa che gli mancava a completamento del puzzle, era trovare chi fosse il mandante e il movente del crimine.

Si sedette alla scrivania del suo ufficio e si passò una mano nei capelli, spazientito e furioso allo stesso tempo. Avrebbe dovuto essere più rapido, se fosse stato in grado di fermare prima quelle persone, si poteva evitare che arrivassero a tanto.

Ma, qualche minuto dopo, gli squillò il cellulare.

"Ispettore, c'è stato un incidente sulla statale, l'auto identificata ha le stesse caratteristiche di quella del rapimento di Davide Umberti e, secondo la segnalazione, tra i feriti c'è pure un bambino." Alessio scattò in piedi, dando ordine di mandare sul posto la prima pattuglia nelle vicinanze. Prese la pistola di ordinanza e la giacca appoggiata allo schienale della sedia, e si precipitò all'esterno.

Arrivato sul posto insieme a un altro agente, vide un'auto schiantata contro il guardrail e un uomo zoppicante che teneva Davide tra le braccia, puntandogli una pistola alla tempia. L'uomo lo teneva stretto per la vita con un braccio solo, ma il bambino gli scalciava ripetutamente contro, strillando di lasciarlo stare. I poliziotti arrivati prima di lui tenevano il rapitore sotto tiro che, a loro volta, gli puntavano contro le loro armi e lo intimavano di arrendersi. Anche Alessio, disarmato, si avvicinò all'uomo e iniziò a parlargli.

"Getta la pistola" provò a dire calmo. "Lascia andare il bambino e non ti verrà fatto nulla."

Davide, appena sentì la voce di una persona cara, si fermò dal colpire l'uomo e smise di piangere. Alessio lo guardò e cercò di sorridergli, così da tranquillizzarlo.

"Va tutto bene, Davide." Ma il bambino rimaneva sconvolto e spaventato.

"Lasciatemi andare o lo ammazzo!" gli urlò il rapitore, ignorando le sue parole e spingendo ancora di più la pistola contro la testa di Davide.

Alessio si voltò e vide che l'altro uomo in macchina con lui era immobile, riverso sull'airbag scoppiato per l'impatto. L'auto era fuori uso e l'unica via di fuga per il rapitore era a piedi.

Doveva cercare di non farlo agitare, pensò arguto, non aveva molta libertà di movimento e, con la gamba dolorante e con un bambino irrequieto, non avrebbe fatto molta strada.

Fece un altro passo in avanti.

"Sei circondato, non puoi andare lontano con il bambino e la gamba ferita. Lascialo, e ti assicuro che verrai aiutato." Alessio rimaneva con le mani alzate all'altezza della testa ma, nello stesso tempo, provava ad avvicinarsi sempre più. Ascoltando le sue parole, il rapitore si guardò intorno e assimilò l'autenticità della situazione. Era vero che a piedi non poteva muoversi, soprattutto con quel bambino indocile e con la ferita alla gamba che le doleva maledettamente, ma se si fosse fatto arrestare era ancora peggio. Non sarebbe più uscito di galera.

"Non credo alle tue misere parole sulla giustizia. Mi sbatterete dentro e butterete la chiave!" gli sbraitò contro, agitato.

Davide aveva ripreso a piangere e a muoversi. Alessio non smetteva di guardarlo un istante, pensando maggiormente alla sua incolumità. Aveva il terrore che potesse succedergli qualcosa e, se ciò fosse accaduto, non se lo sarebbe mai perdonato.

All'improvviso, mentre l'uomo intimava il bambino di stare fermo maledicendolo a ogni suo movimento, Davide abbassò la testa sul braccio che lo teneva stretto per la vita e, con tutta la forza che possedeva nel suo esile corpo, affondò i denti nella carne del rapitore. L'uomo emise un gridò di dolore e, istintivamente, allentò la presa, così che Davide poté scivolare a terra e correre nella direzione di Alessio. Ma, quel folle, non rimase per molto tempo interdetto. Alzò la pistola che teneva nell'altra mano e cercò di puntarla sul bambino. Alessio, in un lampo, estrasse la sua di arma e mirò alla mano del rapitore, colpendo l'altra pistola con un tiro solo, facendola volare lontana da lui. Appena il resto dei poliziotti videro l'uomo disarmato, gli si precipitarono addosso, buttandolo a terra e ammanettandolo.

Davide corse nella braccia di Alessio e lui si chinò per stringerlo a sé.

"Va tutto bene" provò a calmarlo, accarezzandogli la testolina. "Sei al sicuro adesso, nessuno ti farà più del male." Davide gli aveva allacciato le braccine intorno al collo e non smetteva di piangere. Chiedeva di vedere sua madre e di poter tornare a casa. Alessio si alzò, tenendo il bambino abbracciato, e tornò nell'auto con la quale era arrivato.

"Tua madre sta bene, piccolo. Smetti di piangere così che lei ti veda da ometto coraggioso quale sei."

Davide si tranquillizzò giusto quel poco per farlo smettere di singhiozzare.

Non è colpa tuaLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora