La rabbia che mi scorre sotto pelle è pronta a esplodere in qualsiasi forma io sia disposto a usare. Vorrei urlare, prendere a pugni e a calci qualsiasi cosa incontri il mio cammino, ma mi trattengo con non poca fatica fino al mio appartamento.
E non appena entro, sfogo la mia collera prima sul mobile d'entrata lanciando per terra uno per uno tutti i soprammobili e subito dopo mi ritrovo a lanciare i cuscini del divano per tutta casa, trattenendo le urla dento la mia gola per non spaventare i vicini. Solo dopo essermi calmato crollo sul divano disfatto a riprendere fiato.
Sto ancora ansimando mentre ripenso a quello che è successo, quando sento battere alla porta. Faccio finta di nulla e me ne resto fermo immobile, come se si potesse percepire al di là della porta il mio petto alzarsi e abbassarsi.
Ma non smette, anzi, aumenta l'intensità senza nessuna intenzione di lasciar perdere. "Claudio, so che sei in casa" lo sento dire, ma non posso aprire, non ancora.
"Per piacere, apri".
Resisto.
"Ho sbagliato".
Esplodo. "Vattene" gli urlo ancora seduto sul divano, mentre i piedi hanno iniziato a scandire il tempo battendo a terra.
"Non so cosa fare".
Il nervoso che covavo dentro ha deciso di bagnare i miei occhi, facendo poi scendere lacrime amare sul mio viso. Mi passo le mani per asciugarle e poi mi tiro i capelli per la frustrazione.
Non so cosa fare nemmeno io.
Dovrei lasciar perdere, avrei dovuto lasciar perdere fin dall'inizio. Sapevo che era una scelta pessima fin dal nostro primo scontro, sapevo che in qualche modo sarebbe andato tutto a puttane, ma porca troia. Come cazzo gli è venuto in mente di pensare che avrei desiderato fare una cosa a tre? Cosa non gli è stato chiaro della mia unica richiesta di fedeltà? Cristo! Se non sai tenertelo nei pantaloni perché diavolo hai innescato questa cosa?
Domande e solo domande, alle quali non ho nessuna risposta.
Non lo sento più, ma so che è lì fuori.
Mi alzo e vado ad aprire il frigo. Prendo una bottiglia di vino, la apro e me ne verso un bicchiere. Lo bevo talmente in fretta che non riesco nemmeno a sentirne il gusto sulla lingua. Poi me ne verso un altro e con il bicchiere in mano vado davanti la porta d'entrata.
Indeciso.
Ma qualsiasi scelta io faccia so che l'indomani mi pentirò, per cui tanto vale pentirsi per averlo ascoltato.
Sospiro e poi giro la chiave. Quando apro la porta lo vedo seduto a terra con la schiena contro il parapetto delle scale, rivolto verso di me. Quando mi vede si alza in piedi e non appena inizia a parlare, gli svuoto in faccia il bicchiere di vino che avevo in mano. Tanto per iniziare. Dopo di che mi volto lasciandolo a bocca aperta grondante vino sul mio tappeto d'entrata.
Lascio aperta la porta per farlo entrare e ritorno a riempirmi il bicchiere che ho appena buttato via. Mi appoggio al piano cottura e lo aspetto.
Lo vedo entrare a testa bassa, chiudere la porta alle sue spalle, dare un'occhiata in giro e poi venire verso di me.
Siamo uno di fronte all'altro. In silenzio. Nessuno dei due che vuole iniziare a parlare e l'aria attorno a noi sta iniziando a farsi talmente densa da poterla prendere in una mano.
Sono stanco e mi rendo conto che cercare di gestire questo discorso ora, forse non è una buona idea, ma so benissimo che io e le cattive idee ormai andiamo a braccetto, per cui decido di parlare io, chiedendogli quello che più mi interessa.
"Perché?"
Alza lo sguardo verso di me e nei suoi occhi riesco a vedere l'inferno. Dopo tutti questi mesi che lo conosco, per la prima volta lo vedo senza quel velo nero che gli copre l'anima.
"Non ti bastavo?" gli chiedo ancora, cercando di ricacciare indietro le lacrime che spingono per uscire.
"Io..." inizia a dire, ma poi rimane in silenzio. Ed è allora che perdo il controllo. "Tu cosa? Sei stato proprio tu a volere questo tra di noi. Sei stato tu a spingere fino a quando non ho ceduto. E ora te ne esci con questa cazzata della cosa a tre. Ma sei serio?"
"Io non ce la faccio" mi urla contro per ribattere al mio tono.
"Non ce la fai a fare cosa esattamente?" gli chiedo indignato.
"Questo" e alza le braccia ad abbracciare l'ambiente.
"A stare a casa mia? E allora vai via. Nessuno ti sta obbligando a stare qua". Lo odio. Vorrei prenderlo per il collo e strangolarlo, e vorrei poter tornare indietro nel tempo per non aprire quella dannata porta.
"Non casa tua, ma tutto quello che riguarda te. Io non so cosa vuoi, non ti capisco".
Ora sono io che non capisco lui.
"Una cosa volevo e te l'avevo chiesta esplicitamente. Essermi fedele. E tu te ne sei sbattuto i coglioni. Ora dimmi cosa dovrei pensare perché quello che sto pensando io non è niente di buono!"
Si passa le mani tra i capelli e poi si strofina il viso. Sembra spaesato e perduto. Rassegnato quasi. "Non conosco l'amore come lo conosci tu" dice infine.
Lo guardo senza capire.
"Frequentavo un ragazzo, avevamo una relazione importante, almeno per me era così. Lui era la mia linfa vitale, gli davo tutto, avevo investito tutto me stesso in lui, avevo abbandonato i miei progetti in un angolo e chiuso in un cassetto i miei sogni".
Si ferma per prendere fiato e io non accenno a dire una parola, desideroso di sentirlo proseguire.
"Lui era talmente importante per me che lentamente, senza rendermene conto, avevo iniziato ad annullare me stesso. Amanda continuava a dirmi di lasciarlo, mi diceva che quello che sentivo non era amore, ma non l'ho ascoltata e sono andato avanti. Il primo periodo è stato bellissimo, eravamo solo noi, ma poi ha cominciato a volere di più, a voler ampliare le nostre esperienze. E' stato lui a farmi conoscere l'amore che conosco, quello condiviso, quello dove tradire non è un peccato".
Lo ascolto sconcertato, incapace anche solo di immaginare una storia malata come questa.
"Che fine ha fatto?" gli chiedo infine quando mi accorgo che lo sto perdendo tra i suoi pensieri.
Torna a guardarmi, posa lo sguardo sul bicchiere di vino che tengo ancora in mano e poi torna a guardare verso il basso. Gli sporgo il bicchiere, torna a guardarmi e lo prende. Ne beve prima un sorso, come a volerlo assaggiare e poi se lo scola tutto. E mi vien da sorridere perché è esattamente quello che ho fatto io solo pochi attimi prima.
"Ha deciso che per lui io ero troppo...il giorno del nostro matrimonio. Mi ha lasciato all'altare".
Mi allunga il bicchiere e fanculo, glielo riempio ancora e poi bevo a mia volta quello che avanza direttamente dalla bottiglia, come fossi un alcolizzato in astinenza. Mando giù quel liquido freddo dalle sfumature dorate, insieme al groppo che ho in gola. Vorrei prenderlo tra le braccia e stringerlo, vorrei fargli capire che l'amore che lui ha conosciuto non ha niente a che fare con l'amore puro. Vorrei urlargli che non è colpa sua se ha trovato una testa di cazzo, vorrei vorrei vorrei, ma non faccio nulla.
"Mi..." dispiace sto per dire, ma non mi lascia dire niente.
"No. Ormai sono passati due anni. L'ho superato e non è che lo penso ancora o cose così, è solo che mi porto dentro solo quell'amore ed è per questo che non capisco il tuo".
E solo in questo momento riesco a vederlo veramente.
Apro il frigo, prendo un'altra bottiglia di vino e poi mi siedo sul pavimento, e ancora una volta aspetto che lui faccia lo stesso.
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Drops of us
RomansaUn wedding planner ed un fiorista, in apparenza incompatibili e in disaccordo su tutto. Riuscirà il tempo a fargli capire che sono fatti l'uno per l'altro?
