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36. Claudio

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Sono passate due settimane e le emozioni che sento continuano imperterrite il loro duello nella mia mente. Alterno momenti di felicità a momenti di rabbia. Serenità e istinti omicidi. Incantato e frustrato.

Avrei voluto capirlo prima, avrei voluto essermi comportato meglio, avrei voluto molte cose, ma niente di tutto quello che avrei desiderato avrebbe potuto cambiare la sua situazione. Non si meritava quello che ha passato, non è giusto che sia stato trattato in quel modo, ma è anche vero che avrebbe potuto mollare lui la presa. E magari ora le cose tra noi sarebbero diverse, più semplici.

Ma nonostante tutto continuo a tenere duro e a rimanere fermo sulle mie decisioni. Il pensiero che un giorno lui possa essere sul serio solo mio sia con la testa che con il cuore, mi dà la forza di affrontare tutto questo schifo, compreso il fatto che se non mi faccio sentire io, lui non mi chiamerebbe. E non perché non voglia sentirmi, ma semplicemente perché è stato abituato in questo modo. Ad esserci solo quando veniva richiesta la sua presenza.

Ma come si può non desiderarlo al proprio fianco in ogni istante?

Lui è desiderio nei suoi movimenti, è passione che brucia ad ogni parola, è sesso ad ogni suo tocco. È ironia, è divertimento, è serietà. È bello da far invidia ai miti greci. In lui è racchiuso ogni bene e non posso crederci che mai nessuno prima di me abbia cercato di sfondare quel suo scudo di metallo che tiene ben stretto davanti a sé. Ma anche di questo dovrei essere contento e ringraziare chiunque abbia deciso di lasciarmi la strada libera.

Sono al negozio e sto organizzando l'ennesimo baby shower quando la porta del negozio si apre.

"Straniero!" alzo lo sguardo fino ad incrociare quelle due pozze nere.

"Ormai questa città non ha più segreti per me!" gli dico sorridendo, sapendo benissimo che ho detto una cazzata.

"Già già. Aspetto che arrivi la prima nevicata e poi ne riparliamo!"

Sorrido, perché in fin dei conti quel suo essere un po' stronzo è il lato che apprezzo di più. Si siede sopra al bancone incrociando le gambe nei suoi pantaloni impeccabilmente eleganti e rimane fermo a guardarmi lavorare.

"Devo preoccuparmi?" gli chiedo dopo un po' sorpreso dal suo silenzio.

"Per cosa?"

"Tu che non parli è una novità!" gli dico e subito dopo gli pizzico una coscia.

"Ti osservo, ti dà fastidio?"

Appoggio le rose bianche che stavo intrecciando assieme ai pannolini e lo guardo negli occhi. "Sul serio, cosa c'è?" perché per quanto mi possa piacere questa situazione, ha anche qualcosa di strano, come se ci fosse qualcosa che non vuole dirmi.

"Perché rose bianche?" mi chiede invece arricciando il naso.

Torno a guardare quelle che ho posato e ne prendo una tra le mani, alzandola davanti ai miei occhi. "Hanno chiesto di non svelare il sesso del nascituro, per cui il bianco è l'unico colore neutro".

Lui mi posa una mano sul polso, facendomi abbassare il fiore nuovamente sul bancone.

"Non mi piace questo fiore" dice poi.

"Non ami le rose?" chiedo stupito. Chi è che non ama le rose? I miei occhi non lo lasciano un secondo ed è grazie a questo che riesco a vedere attraverso i suoi un susseguirsi di emozioni contrastanti.

"Sai cosa ti dico? Che nemmeno a me piacciono così tanto alla fine. Sono troppo sopravvalutate. Ed è per questo che al mio matrimonio vorrò margherite. Margherite ovunque!"

Torna a sorridere "Ti sposi?" mi chiede.

"No, non al momento, ma un giorno... chissà!"

"La chiesa era piena di rose bianche..." dice infine, e non serve che aggiunga altro perché so benissimo che ora si sta riferendo al suo matrimonio mancato.

"Ummm, sai cosa ti dico?" sfilo tutte le rose che avevo già intrecciato e le metto da parte, poi esco dal banco, mi dirigo verso al vaso delle gerbere bianche e ne prendo un po'. Tornando al bancone, continuo a parlare "queste assomigliano a delle margherite giganti, per cui userò queste!"

"No, Cla, non devi..."

"Certo che non devo, ma mi va di farlo!"

Abbassa gli occhi ma so che ora sono tornati luminosi e sorridenti come lo erano appena entrato e questo mi basta per essere felice a mia volta.

Torno ad assemblare la torta di pannolini e fiori e proprio quando sto per prendere una gerbera, me la sfila di mano e dopo aver spezzato il gambo, me la infila dietro l'orecchio.

Mi osserva. "Sono troppo semplici le margherite per il tuo matrimonio!" dice infine.

Cerco di ignorare il suo gesto, anche se dentro di me il cuore ha iniziato a mancare qualche battito e mi soffermo invece sulla sua frase.

"Dici? E cosa suggeriresti?"

"I tulipani rossi".

Ora sono io che abbasso lo sguardo e mi chiedo se anche lui conosca il vero significato del fiore che ha appena nominato.

"La leggenda popolare" inizio a dire, ma poi mi blocco. Non posso permettere alla mia mente di pensare a queste dicerie, non senza alimentare la speranza su un nostro futuro assieme.

"...racconta che il fiore sia nato dal sangue di un giovane suicidatosi per amore. Perfetto per dire che amate e amerete per sempre" finisce però lui.

E sapere che non ha detto un fiore a caso, ma bensì uno che ha pensato, mi illude momentaneamente, ma fortunatamente riesco a cacciare in fretta tutto questo sognare ad occhi aperti e a tornare con i piedi per terra prima che sia troppo tardi per la mia sanità mentale.

"Meno male non mi devo sposare adesso, perché al momento con questo freddo credo sia impossibile trovare dei tulipani" e gli faccio l'occhiolino, cercando di alleggerire l'atmosfera attorno a noi.

Lui torna a guardarmi col sorriso sulle labbra e io proseguo nel mio lavoro fischiettando la canzone che passano alla radio.

Rimaniamo così, non so per quanto, fino a quando lui non scende dal bancone e poi si avvia verso la porta. "Passo da te sta sera, va bene?" mi chiede. Ma non gli rispondo nemmeno, perché ha già chiuso la porta dietro di sé. 




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