Prologo

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Inizio di settembre

- Sbrigati o perderemo il tram! - urlo, richiamando l'attenzione di un certo numero di passanti.

A grandi falcate attraverso l'imponente atrio della Stazione di Torino Porta Nuova.

Nonostante siano solamente le 7:30 del mattino la luce, che filtra prepotentemente attraverso l'enorme vetrata, illumina a giorno lo spazio circostante.

Ogni volta che metto piede in questo posto mi pervadere una strana sensazione. È come se d'un tratto mi sentissi disorientata, quasi spaventata dall'enormità delle sue dimensioni, ma allo stesso tempo affascinata e inesorabilmente attratta da un luogo, capace più di ogni altro, di riportare alla mente nitidi ricordi della mia infanzia.

La stazione è bella soprattutto d'inverno quando al centro dell'immensa pianta quadrata si staglia l'altissimo abete addobbato per le festività natalizie.

La maggior parte dei pendolari lo supera senza nemmeno accorgersi della sua presenza, ma i bambini no. Loro lo notano non appena dai binari raggiungono l'atrio principale. I loro occhi s'illuminano all'istante e, come attratti da una forza irresistibile, sfuggono allo sguardo attento delle madri per correre verso il maestoso albero.

Sono sensazioni che io stessa ho provato da bambina. I miei genitori mi portavano qui tutti gli anni durante le festività. Io e mia sorella aspettavamo con trepidazione quel momento e trascorrevamo i giorni che lo precedevano imbrattando un'infinità di pagine bianche indecise su quale fosse la richiesta che, più di tutte, meritava di essere sottoposta all'attenzione di Babbo Natale.

Allacciate al collo di mamma o papà appendevamo le nostre letterine facendo gara a chi raggiungeva il ramo più alto e poi passeggiavamo per le vie del centro, vestite di sfarzosi addobbi dorati.

Quando tornavamo a casa, seduti sugli scomodi sedili di un treno che avrebbe dovuto essere rottamato da tempo, papà mi domandava sempre: "Sei felice?" ed io, con le ultime forze che mi rimanevano, allargavo le braccia il più possibile e urlavo "Tanto così!". A quel punto lui mi puntava addosso quegli enormi occhi verdi così simili ai miei e sussurrava: "Brava Alice, non ti accontentare mai di essere semplicemente felice, cerca sempre il tuo tanto così".

Sorrido ripensando a quei momenti ma ora non posso lasciarmi sopraffare dalla malinconia, devo tornare alla realtà se non voglio arrivare in ritardo proprio il primo giorno.

Accelero ulteriormente il passo per uscire dalla struttura e, una volta in strada, mi guardo intorno preoccupa. Dannazione, il treno doveva essere in ritardo proprio questa mattina?

Con la coda dell'occhio controllo che Penelope sia ancora dietro di me, non sono sicura che sia riuscita a stare al mio passo. In più è da un po' che non sento le sue recriminazioni, cosa che sinceramente non mi dispiace affatto, ma la conosco abbastanza bene da non illudermi che questa pace possa durare ancora per molto.

Sì, è ancora lì, dietro di me, con un cipiglio a corrugarle la fronte che non presagisce nulla di buono.

Ma non ho tempo di preoccuparmene in questo momento visto che il sessantotto sta sopraggiungendo proprio ora, dal lato opposto della strada. Forse siamo ancora in tempo.

- Sta arrivando! Muoviti! - la incito, mentre aumento ancora di più l'andatura per raggiungere la fermata.

Accaldata attraverso la strada appena in tempo per vedere il tram che, lentamente, accosta al marciapiede.

Il mezzo è talmente pieno che ci vuole un miracolo per riuscire a farsi spazio tra la gente. Quando le porte si richiudono, mi ritrovo incastrata tra una signora anziana, che si trascina dietro un'enorme borsa della spesa, e un uomo sulla quarantina che, incurante delle persone che lo circondano, continua a sbraitare nel suo cellulare piazzandomi elegantemente un gomito proprio all'altezza della giugulare.

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