Capitolo Quarantasei

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Ho sempre vissuto a Vancouver. Le uniche volte in cui mi sono spostata si possono contare sulle dita di una mano. 
La prima volta che lasciai casa mia fu quando i miei genitori decisero di organizzare un viaggio di famiglia in Croazia e sebbene avessi all'incirca nove anni e fossi piacevolmente sorpresa di questa loro iniziativa, ben presto mi resi conto che quei cinque giorni trascorsi in una casetta immersa nella natura incontaminata non erano altro che il frutto di un'enorme bugia. I miei genitori mi avevano portata con sé solo perché Jennifer non poteva farmi da balia in quella settimana, dunque anziché pagare una babysitter inventarono la scusa del viaggio.

La stessa situazione si ripetette quando andammo in Francia. Avevo da poco compiuto quindici anni ma per i coniugi Wood non fu necessario rifilare la medesima scusa, ero grande abbastanza da rendermene conto da sola quando mi ritrovai a vagare per le vie di Parigi in pieno inverno mentre i miei genitori prendevano parte ad una cena di lavoro. Quella volta non ci rimasi nemmeno male, perché ero consapevole che la mia presenza fosse solo d'intralcio. Così anziché deprimermi, uscii dalla mia camera di hotel e ne approfittai per visitare la città dell'amore.

Certo, per una ragazzina che si aggirava senza la compagnia di nessuno per le strade di un luogo sconosciuto non era sicuramente molto sicuro, ma la fortuna volle che un pomeriggio di dicembre incontrassi una donna di buon cuore, la quale non ci pensò due volte a farmi compagnia.

Adeline mi aveva trattata come fossi sua figlia e l'unica cosa che sapeva di me era il mio nome. Mi fece conoscere il marito e il figlio di appena cinque anni, mi portò a bere la cioccolata calda migliore che avessi mai assaggiato e tra le quattro mura di una semplice caffetteria per la prima volta mi sentii davvero amata.

La stessa sensazione provata anni prima, la percepisco affiorare dentro di me ogni volta che ho Noah al mio fianco.

Seduta su un fianco nel sedile accanto al suo con la guancia schiacciata contro il tessuto dello schienale della sua auto, la mano piegata che funge da sostegno e le ginocchia raccolte, seguo ogni minuscolo movimento compiuto dal moro nei minuti trascorsi dentro l'abitacolo. Mi perdo nell'osservare come un banale maglioncino nero risalti la muscolatura definita del torace e delle braccia, evidenziate maggiormente quando ad intermittenza muove il cambio; come aggrotta la fronte quando si concentra e gli si formano tre rughette d'espressione che anziché imbruttirlo lo rendono ai miei occhi ancora più attraente; oppure della curva perfettamente simmetrica del suo volto che comincia dal taglio degli occhi, continua con la linea retta del naso e finisce proprio nel punto in cui la mascella si unisce con la cavità della bocca, le cui labbra carnose sono costantemente umide e appetitose alla vista.

Ci sono talmente tante particolarità di Noah che mi colgono impreparata, perché l'ho capito sin da subito che il suo fascino mi avrebbe fregata ma sono stata troppo stupida da non ammetterlo a me stessa. E come faccia a brillare senza metterci il minimo impegno continua ad essere un mistero per me. La luce che irradia è così intensa da rendere vani i miei sforzi, perché una ci prova a non cadere nella rete ma all'amore è impossibile sottrarsi.

« Mi stai sciupando», esclama con ironia e stranamente il fatto che mi abbia appena beccata non mi provoca il minimo imbarazzo.

« Mi piace guardarti», ammetto e non sono mai stata così sincera. 

Noah, però, sembra sorpreso dalla mia ammissione e per la prima volta da quando lo conosco, mi accorgo del rossore che colora le sue guance. Sono riuscita a metterlo in imbarazzo e viene spontaneo chiedermi il perché di questa reazione.

« Sei un bel ragazzo, dubito che nessuno te l'abbia mai detto», borbotto, poi, con il fastidio sulla punta della lingua.

« Infatti fai bene a dubitare, amore. Sono così bello che le ragazze mi si buttano addosso», replica sornione appoggiando la mano sulla mia coscia, come se fosse di sua proprietà.
Tira il lembo del mio maglioncino e poco dopo intrufola le dita per stuzzicare il mio fianco come un bambino presuntuoso.

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