Capitolo Diciannove

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Noah's POV.

Rabbia.

È questo il sentimento che incendia ogni particella del mio corpo. È questa l'emozione che aspetta solo di manifestarsi nel peggiore dei modi. Avevo sepolto l'ascia da guerra solo pochi mesi prima, avevo cominciato nuovamente con la mia vita ma non sempre si è fortunati, non sempre le circostanze e le persone ti rendono le cose facili. A soli diciassette anni ho capito quanto poco bastasse per perdere tutto e quanto marcio è il mondo; ero solo un ragazzino allora, con una situazione familiare disastrosa, un padre assente e donnaiolo, una bambina di soli quattro anni ed una madre morta solo da pochi mesi. A diciotto anni ho maturato la consapevolezza che niente e nessuno potrà mai aiutarti: né i tuoi familiari, né chi dice di essere tuo padre.

A diciannove anni, invece, ho smesso di odiare il mondo intero. Ho smesso di odiare tutti, eccetto mio padre.

Prendersi cura di una bambina a quell'età non è stato facile.

Non avevo idea di cosa fosse la stabilità, cosa fosse la maturità. Non avevo soldi, un lavoro che mi garantisse la sicurezza economica e un tetto sotto cui stare. Mi sono ritrovato a dover crescere una sorella da solo, in balia di me stesso e delle mie scarse capacità.

Siamo cresciuti entrambi senza alcun sostegno a cui aggrapparci.

La morte di nostra madre è stata dura da superare. Forse, non lo abbiamo mai fatto ma con il tempo abbiamo imparato a conviverci.

Layla ne ha subito le conseguenze, ha sofferto molto più di quanto abbia sofferto io, perché non ha perso solo una madre ma anche un padre.

Pochi ricordi, poco amore.

Stringo con forza la rivista fin quando le nocche non diventano bianche e come una furia mi dirigo all'ingresso dell'azienda, la cui insegna brilla sotto i fasci solari. La segretaria non tenta nemmeno di fermarmi, sistema gli occhiali dalla montatura spessa e abbassa gli occhi neri sul display del computer; non ho bisogno del permesso di nessuno per parlare con quella feccia umana.

Le porte del suo ufficio sono chiuse e le possibilità sono due: o è in riunione o sta passando il suo tempo tra le cosce della nuova impiegata.

Entro senza bussare trovando l’ennesima ventenne seduta sulla scrivania in vetro, la cui schiena nuda copre l'intera figura di Derek Miller.

La ragazza che avrà all’incirca la mia età, si lascia scappare un urlo stridulo, totalmente imbarazzata dal mio arrivo improvviso. D'altro canto, quel figlio di puttana non sembra così tanto sorpreso e con tranquillità ed eleganza sistema il colletto della sua camicia, invitando il giocattolino sessuale a scendere dalla sua scrivania.

« Figliolo, se avessi saputo del tuo arrivo mi sarei fatto trovare in una situazione meno scomoda», finge sorpresa adagiando la schiena alla poltrona in pelle.

« I-io vado, signor Miller», balbetta la mora.

La ragazza sistema la gonna lungo le cosce magre e con la dignità sotto ai piedi supera la mia figura, chiudendosi la porta alle sue spalle.

Serro la mascella raggiungendo a grandi falcate la sua scrivania.

« Una situazione meno scomoda? Ti rendi conto di quello che fai? Hai una fottutissima idea delle merdate che circolano su di te, sulla nostra famiglia e su di noi?», in un impeto di rabbia lancio l'ennesima rivista di gossip sulla superficie in vetro. « La tua faccia del cazzo è su tutte le riviste, le tue storielle da una notte sono in prima pagina! E sai chi mi ha fatto vedere tutto questo? Lo sai?», gli urlo contro, totalmente infervorato. « Tua figlia. Layla, la bambina che hai abbandonato dopo la morte di tua moglie, ricordi? Oh, no… come potresti mai ricordarlo? In quei mesi eri troppo impegnato in luna di miele a scoparti la terza amante», rido amaramente, ricordando perfettamente quei mesi infernali.

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