Capitolo Quarantasette

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Dopo aver trascorso qualche ora insieme, Noah mi ha accompagnata a casa promettendomi che ci saremmo visti il giorno seguente per pranzare insieme. Con il sorriso stampato in volto e che continua a persistere come se fosse stato dipinto sulle mie labbra, saltello fino all'ingresso. Ad accogliermi, nel momento stesso in cui chiudo la porta alle mie spalle, è il profumino invitante dell'arrosto che invade le mie narici. Non ricordo nemmeno l'ultima volta che mia madre ha cucinato per me, forse non l'ha mai fatto o forse ero troppo piccola per ricordarmene, dunque escludo l'ipotesi che possa essere proprio lei l'artefice di tale squisitezza. Con la mente ancora annebbiata mi dirigo in cucina, e quando individuo Jennifer che si diletta a decorare una teglia di biscotti mentre canticchia il ritornello di qualche canzone, il mio cuore si riempie di gioia. La osservo per due minuti buoni e mi godo per un solo istante la sensazione di calore familiare che solo la sua presenza è in grado di infondermi. Sono felice di rivedere una delle persone più importanti della mia vita finalmente a casa.

« Posso mangiare un biscotto?»

Jennifer sobbalza sul posto e a causa dallo spavento schizza la crema al cioccolato macchiando i pochi biscotti non decorati.

« Gesù! Mi ha spaventata, signorina!» esclama mentre d'istinto poggia la mano libera proprio all'altezza del cuore.

Ridacchiò birichina prendendo posto in uno dei tanti sgabelli liberi, allungo le dita e rubo un biscotto ancora fumante.

« Mamma mia che buono!» mugugno mentre il sapore della frolla ancora calda addolcisce le papille gustative. Il cioccolato si scioglie in bocca e non esagero quando affermo che i dolci preparati da Jennifer sono i migliori mai mangiati.

« È la prima volta che la vedo mangiare così».

« Così come?» replico confusa.

« Come se il cibo fosse suo amico».

Le sue parole mi colpiscono nel profondo e capisco che la mia reazione non è solo interiore poiché quando alzo appena lo sguardo la donna addolcisce la sua espressione.

« Non volevo rivangare situazioni spiacevoli ma sono davvero felice di vederla serena e...oserei dire, felice?» rimedia, con un pizzico di dolcezza.

La mia famiglia, il cibo, la danza...sono sempre stati dei punti dolenti. Ad un certo punto il cattivo rapporto che ho con i miei genitori ha compromesso anche quello con il cibo. Per anni ho odiato ciò che più mi rendeva insicura: il mio corpo. E non perché avesse dei difetti in particolare ma perché non era mai perfetto secondo la visione di mia madre. Per cui a quindici anni iniziai a mangiare sempre meno, escludendo tutto ciò che pensavo potesse complicare la mia linea e per un periodo ci credetti pure. Iniziai gradualmente, o almeno così credevo, ma poi le cose mi sfuggirono di mano e 'qualche chilo' si trasformò in 'se ne perdessi un altro, forse...'.

Il che mi condusse in un tunnel senza uscita.

Mia madre non si era mai accorta di ciò che la figlia adolescente faceva per compiacere le sue richieste. Chiedeva, pretendeva e non era mai soddisfatta.

Ed io soffrivo.

Per compiacere colei che mi aveva generata, avevo perso me stessa e non me lo sarei mai perdonata.

« Sto vivendo la mia vita, o almeno ci sto provando. Ho fatto una promessa a Janine e sto cercando di mantenerla», confesso e stranamente le mie parole escono fuori con più convinzione di quanto pensassi.

Per la prima volta sto pensando a me stessa e non a quello che gli altri vorrebbero che io facessi. È liberatorio. Assaporare la libertà consapevole di averla desiderata per tanto tempo mi fa sentire in pace.

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