Capitolo Quarantadue

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Noah non fa altro che sorridere e solleticare i miei fianchi. Seduta a cavalcioni sulle sue gambe, mi godo appieno la tranquillità e la sensazione di completa pace che riesce ad infondermi con la sua vicinanza.

Non lo credevo possibile, ma Noah è in grado di farmi stare bene, bene davvero.

Motivo per cui mi sento in colpa per le parole di pura cattiveria che sono scivolate via dalla mia bocca.

Ero arrabbiata, molto, e in un momento di rabbia si dicono tante cose che molte delle volte non si pensano davvero, ma questa non è una giustificazione.

Sono stata scorretta e ingiusta; Noah voleva solo capirmi, aiutarmi, ed io l'ho colpito nel suo unico punto debole.

Certo, i suoi modi sono alquanto discutibili ma ognuno di noi cerca di fare il proprio meglio.

Sfrego la guancia sul tessuto della sua felpa e mi beo delle sue carezze lente e misurate lungo tutta la mia schiena; ho come l'impressione che a Noah piaccia toccarmi e questo mi rende felice.

« Ci pensi mai al futuro?»

Raddrizzo la postura e cerco i suoi occhi, al fine di scorgere qualche emozione.

« No» lascia un fievole bacio sulla mia spalla e arrossisco quando incurva le labbra in un sorrisetto malizioso.

« È...» mi schiarisco la voce, « È strano che tu non ci abbia mai pensato. Ognuno di noi, in un modo o nell'altro, proietta se stesso in un possibile e immaginabile futuro» dico con un pizzico di scetticismo misto a paura per una possibile reazione esplosiva da parte sua.

Da bambina immaginavo di diventare una ballerina professionista conosciuta in tutto il mondo, immaginavo un fidanzato perfetto e una famiglia altrettanto perfetta.
Sognavo in grande e, d'altronde, è quello che facciamo un po' tutti; creare aspettative meravigliose, un futuro roseo e perfetto.

« Forse, all'età di dieci anni» mormora sorprendendomi, e non posso fare a meno di percepire un po' di insicurezza nella sua voce. Fatica parecchio a parlare di sé e non è la prima volta che accade.

E se fino a qualche settimana prima andava in escandescenza nel momento in cui azzardavo domande più intime e personali, adesso sembra stia cercando di controllare l'impulsività che in molte occasioni lo ha penalizzato.

Sta facendo un passo avanti, un passo verso di me.

« Qual era il tuo più grande sogno? » lo interrogo, dunque, nascondendo le mie mani gelide nelle tasche della sua felpa. Questo gesto spontaneo non passa di certo inosservato, al ché Noah appoggia entrambe le mani sulle mie cosce e applicando un po' di energia mi avvicina ancora di più al suo corpo.

I nostri visi sono vicinissimi, basterebbe un solo movimento per sfiorarci.

L'intimità che si è creata tra noi due mi piace, forse più di quanto immaginassi.

« Diventare qualcuno nel mondo dell'arte» confessa puntando lo sguardo altrove.
« Da bambino mia madre mi costrinse a praticare diversi sport. Desiderava che avessi un hobby da coltivare, qualcosa per cui faticare, che mi aiutasse a crescere e maturare e, soprattutto, che mi aiutasse ad accrescere la poca autostima che avevo. Ma per nessuno di questi mostrai entusiasmo. Mio padre perse le speranze, mi considerava e mi considera anche adesso un buono a nulla, ma mia madre non smise mai di credere in me e nelle mie potenzialità » sorride tristemente.
« Così, a mia insaputa, mi iscrisse all'Accademia delle belle arti per piccoli artisti, l'ipotesi che avevo scartato sin dall'inizio, e che con l'andare del tempo cominciai ad amare.
La frequentai per diversi anni, e finito il liceo scelsi personalmente di frequentare l'Università di Auburn, in Alabama, con l'intenzione di continuare a studiare arte, ma mia madre mi lasciò qualche settimana prima di partire per il college. Avevo appena diciannove anni, Layla era ancora troppo piccola per capire e mio padre... beh, lui era troppo impegnato con il suo lavoro» si blocca, pensieroso e improvvisamente scuro in volto.

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