33 - Black Blood

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Kara



Ci hanno consigliato di entrare uno alla volta.

James era già dentro, quando io e Ray siamo arrivati all'infermeria. Ancora dalla mia mente non se n'è andata l'ipotesi che abbia cattive intenzioni.

Ma, quando lo vedo uscire, con le lacrime agli occhi, è cancellata.

Nessun attore, nessun impostore arriverebbe a quei livelli. Piangere anche mentre pensa di non essere visto da nessuno, e poi nascondere tutto dietro un sorriso, che rivolge a me e Ray. Sento nel cuore che James Akers è buono.

«Sta bene» ci assicura. «È solo un po' stanca, ma riesce a parlare.»

Tira su col naso, e si strofina l'occhio con la manica della giacca. Il suo braccio destro è fasciato, ma riesce comunque a muoverlo, a quanto sembra.

Poi prende un lungo respiro, che lascia andare a scatti. È spezzato.

«Non la disturberò, allora» dice Ray, facendo per voltarsi sui suoi passi.

Ma la voce di James lo ferma. «Penso che voglia vederti.»

Ray piega la testa di lato. «Lo pensi solo tu» dice, con una smorfia che ricorda vagamente un sorriso.

Rimango nel mezzo, nel silenzio. Sono combattuta. Neanch'io voglio disturbare Tessa, ma l'ultima immagine che ho di lei non mi lascerebbe dormire, questa notte.

Voglio vederla stare meglio, anche solo riposare tranquilla.

Senza dire nulla, allungo una mano verso la maniglia, ed entro nella piccola stanza.

L'odore di disinfettante è la prima cosa che sento. Strizzo le palpebre, per allontanare il pizzicorino che sento agli angoli degli occhi.

Poi la vedo. Sembra la principessa di una fiaba. La bella addormentata.

Devono averle fatto un bagno, o qualcosa del genere. I suoi capelli sembrano ancora bagnati, sparsi sul cuscino, a creare un'aureola d'oro scuro attorno a quel viso angelico.

Il suo petto si alza e si abbassa ritmicamente, al riparo e al caldo sotto delle lenzuola bianche e una trapunta grigia.

C'è una sedia di legno accanto al letto. Mi ci siedo, come deve aver fatto James poco prima di me.

E prendo un respiro, andando alla ricerca delle parole che vorrei dire.

Vorrei farle una ramanzina. Vorrei dirle te l'avevo detto. Ma vorrei anche abbracciarla.

È come se fosse diventata una sorta di sorellina, per me. Quando ero appena arrivata qui, Tessa mi odiava, e forse mi odia ancora. Ma ora condividiamo troppo. Troppo dolore, troppi segreti. Ora ci capiamo. Ed è molto difficile odiare qualcosa che si capisce.

Tessa apre gli occhi da sola, mentre la osservo. Sbatte le palpebre qualche volta, per abituarsi alla luce fioca – entra solo quella dei lampioni, dalla finestra.

Non guarda me, anche se sono certa che abbia capito che sono qui. Fissa il soffitto bianco. E piange.

Non singhiozza, e le sue labbra non tremano. Scendono solo lacrime silenziose dai suoi occhi. Lacrime calde, salate, trasparenti.

E anch'io sento un groppo alla gola, e mi pizzica il naso.

Ho già dimenticato la ramanzina. Sono solo contenta che lei sia salva.

E sto per chiamare il suo nome, per consolarla o per farmi consolare, ma è Tessa a parlare per prima.

«Papà...» mormora, con un filo di voce.

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